Intervista a Marcello Simoni




 

 

Mi ha affascinata molto la coralità dei personaggi, i loro giochi di ruoli. Hai voluto raccontare anche la doppiezza, l’altro volto di ogni personaggio?

Ogni personaggio (reale o immaginario) nasconde dentro di sé il proprio doppio e deve costantemente farci i conti. Questo vale, in primis, per il mio inquisitore Girolamo Svampa. Non si tratta, nel suo caso, di una dinamica tra giusto e sbagliato o tra buono e cattivo, quanto di un gioco di equilibri incentrato su ciò che egli vuole e non vuole mostrare di sé (ma anche a se stesso): sentimenti, forza, fragilità e contraddizioni. I rovelli interiori però non saranno prerogativa del solo protagonista: anche i suoi compagni di avventura – specie le donne – si troveranno spesso a combattere con loro stessi.

 

 

 

Il romanzo è un affresco dedicato alle donne del Seicento, dalla Monaca di Monza a Margherita Basile alle monache e priore. Quanto ti è piaciuto calarti nei panni e nelle psicologie di quelle donne?

È stata un’avventura impegnativa, l’ammetto, ma ne sono uscito accresciuto, sia come autore che come persona. Calarsi nell’universo seicentesco della clausura femminile, nelle sofferenze di monache come la celebre Virginia de Leyva e nella vita di femmine d’immenso talento come Margherita Basile (sorella di Gianbattista Basile) ha toccato le corde della mia sensibilità. Il piacere di descrivere attraverso i loro occhi una trama di rapimenti, intrighi e delitti ha significato mettermi in gioco più di quanto avessi immaginato. È sempre una sofferenza, per me, esporre i miei personaggi femminili al pericolo. Perché in ognuno di loro c’è sempre una parte che amo profondamente.

 

 

 

 

Duelli, pedinamenti e inseguimenti e una narrazione veloce e dinamica, hai puntato molto sull’aspetto avventuroso?

Be’, siamo nel Seicento, il secolo di D’Artagnan e di Cyrano de Bergerac… Let’s rock!

 

 

 

Racconti la Milano dei conventi con i sotterranei, le celle, le prigioni ma anche i navigli e i bei palazzi. Già a quel tempo era una città che si distingueva per la dominazione spagnola? Come hai lavorato alla ricostruzione?

La Milano del 1625 è una città adombrata dal fantasma del conte di Olivares. Una città burocratizzata dalle strutture di controllo spagnolo, sia sul piano politico e militare che su quello religioso. Lo stesso arcivescovo Federico Borromeo ebbe problemi a far valere la propria autorità nell’intera diocesi e persino nei confronti dell’Inquisizione milanese, che tendeva a rispondere non ai suoi ordini, bensì a quelli del viceré di Spagna. Questa città possedeva tuttavia una dimensione d’immenso fascino: i navigli, che per certi versi la rendevano simile a Venezia. Ho dovuto compiere una ricerca molto impegnativa per ricostruire il tracciato effettivo di queste vie d’acqua – sia sotto l’aspetto urbanistico che toponomastico – in modo da potervi sovrapporre una trama intessuta di delitti.

 

 

 

Personaggi di finzione ma tutti ispirati a figure realmente esistite?

Così deve essere in un romanzo storico. È necessario che il lettore percepisca in ogni riga un senso di verosimiglianza e di autenticità. A questo serve la ricerca storica, che però non basta: serve anche l’intelligenza, ovvero la capacità di comprensione di un’epoca al di là delle singole nozioni e l’abilità di veicolarne lo spirito attraverso parole semplici ed efficaci, senza mai appesantire la trama.

 

 

 

Cosa hai preso e cosa hai aggiunto al personaggio della monaca di Monza reso noto da Manzoni?

Dal Manzoni ho preso pochissimo. Mi sono basato sul personaggio storico, suor Virginia de Leyva, che fu arrestata, torturata e imprigionata per quattordici anni per quello che lei definì un “maleficium amoris”. Ovvero per aver amato un assassino. Ho letto i verbali dei suoi processi, mi sono documentato sul luogo della sua prigionia, e un po’ per volta mi sono chiesto come avrebbe potuto ragionare una donna del genere. E cosa avrebbe potuto dire all’inquisitore Svampa, se se lo fosse trovato di fronte.

 

 

 

Le indagini sono a piu’ livelli, è un’indagine corale?

Come tutte le indagini che si rispettino. E come la stessa realtà delle cose. Ognuno di noi, in fondo, si pone di continuo delle domande a cui cerca delle risposte, e spesso andando alla loro ricerca intreccia la sua vita – la sua indagine personale – con quella di altri. La formula del noir imita, in sostanza, la formula della vita.

 

 

 

Una passione sottile attraversa tutti i personaggi. L’amore è presente da quello filiale a quello passionale a quello religioso?

L’amore muove ogni cosa, direbbe Platone. Io non ho fatto che attenermi al suo insegnamento. Anzi, l’ho “allargato”, poiché l’amore non si nasconde soltanto dietro le cose buone, le passioni, l’arte e la ricerca della verità, ma spesso anche dietro un delitto.

 

 

 

Lo Svampa sembra essere arrivato a una svolta. Il suo passato è un fardello meno pesante?

Al contrario, sta diventando troppo pesante, quasi insostenibile. Ed ecco perché lo Svampa sta pensando di liberarsene. Se dovessimo esprimerci per simboli, la sua cappa di domenicano è un bozzolo da cui, forse, nascerà un laico. O forse un eretico.

 

 

 

La pietrificazione risale a autentiche e antiche tecniche, ma a ispirarti è stato un fatto avvenuto pochi anni fa?

Sì: da quel che accadde a un skipper tedesco dato per disperso e ritrovato qualche anno fa, al largo delle Filippine, letteralmente “pietrificato”. Il fenomeno, per cui sarebbe meglio utilizzare la parola “cristallizzazione”, ha fatto volare la mia immaginazione agli esperimenti di Girolamo Segato che, dopo aver visitato l’Egitto e le mummie, tornò in Italia affermando d’aver appreso il segreto della lapidificazioni. I frutti dei suoi esperimenti sono ancora visibili in diversi musei della Toscana.

 

 

 

Lo Svampa e Capiferro, amici, alleati ma anche un po’ rivali e in competizione?

Come tutti i “maschi alfa” che si rispettino. Dopotutto, abbiamo a che fare con due uomini molto intelligenti. Il loro rapporto di amicizia, più che paragonarlo a quello tra Sherlock Holmes e John Watson, somiglia a una partita a scacchi tra giganti. Si tratta di uno scambio, un confronto e una reciproca contaminazione.

 

 

 

Menzogna e sincerità, è su questo asse narrativo che scorre la storia?

Sia la storia di un romanzo che la Storia vera, quella degli uomini. L’unica speranza è cercare di capire dove finisca una e inizi l’altra immergendoci nelle pagine di un libro.

Marcello Simoni

 

 

A cura di

Cristina Marra

 

 

 

Marcello Simoni (Scheda Autore)


Marcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975. Ex archeologo e bibliotecario, laureato in Lettere, ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. I diritti di traduzione sono stati acquistati in diciotto Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, secondo e terzo capitolo della trilogia del famoso mercante; L’isola dei monaci senza nome, con il quale ha vinto il Premio Lizza d’Oro 2013, e La cattedrale dei morti. Nel 2014 è uscito L’abbazia dei cento peccati, primo capitolo di una nuova trilogia, a cui seguono L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni.