Intervista a Alessio Balzaretti




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Vorrei iniziare l’intervista facendole i complimenti per il libro. Ho amato particolarmente l’indagine e il personaggio principale. La mia prima domanda verte proprio sul personaggio principiale che tanto ho apprezzato ovvero, Il “Gallo”! Ho visto nella scelta del personaggio un po’ un voler rappresentare la società di oggi attraverso l’atteggiamento svogliato e a volte poco professionale di quest’ultimo, quasi a voler evidenziare che ci si impegni o meno nella vita il risultato non cambia, le situazioni non mutano e le persone restano indifferenti. È una interpretazione giusta o c’è dell’altro?

C’è indubbiamente della filosofia spiccia in tutte le riflessioni che Gallinari fa con se stesso e, come ha notato, se non intervenissero fatti eccezionali, le situazioni e le persone vivrebbero in un loop esistenziale alle volte quasi apatico, soprattutto in una città come Milano, dove il tempo per fermarsi a pensare è sempre molto ristretto. In questo romanzo, l’eccezionalità è rappresentata da Lisa, un personaggio che non vedremo mai, ma che ho personalmente amato per il coraggio avuto nel rompere una catena terribile di eventi.

 

 

 

Durante la lettura si nota una buona conoscenza della cultura riguardante la Corea del Nord. Prima di scrivere il libro ha approfondito quest’ultima o già la conosceva semmai attraverso libri, documentari o addirittura viaggi in terra coreana?

Per il lettore, non riconoscere i luoghi descritti dall’autore di un romanzo è una delle cose più terribili, come un tradimento perché, in quel momento, chi legge, si affida completamente. La mia scelta è stata di descrivere una cultura e soprattutto un territorio che non ho mai visitato, sulla base di una documentazione piuttosto approfondita. Il caso ha voluto poi che, nel periodo in cui terminavo la stesura del romanzo, diventasse di grande attualità la tensione politica tra Stati Uniti e Corea del Nord, dandomi occasione di approfondire ulteriormente. Ciò non toglie che, molti scrittori tra cui il maestro Andrea Camilleri, abbiano inventato luoghi immaginari, come Vigata, per non sentirsi troppo vincolati ma, allo stesso tempo, per descrivere territori a loro familiari ed estremamente affascinanti.

 

 

 

L’indagine è molto articolata e complessa, a volte è difficile stare dietro ai numerosi eventi e colpi di scena che si susseguono nei capitoli. Come mai la scelta di scrivere un libro che è un mix tra uno spy-thriller e un giallo?

Qualcuno potrebbe dire che ho voluto strafare. In realtà, ho cercato in qualche modo di dimostrare come, malgrado la nostra ansia da pianificazione totale, esista ancora una sorta di fatalità che scompagina la vita anche ad un semplice poliziotto che tutto vorrebbe, fuorché uscire dagli schemi. Così è nata in me l’esigenza di non ragionare per compartimenti stagni, ma di mescolare diversi generi in un’unica opera.

 

 

 

 

La cosa che più ho amato dell’indagine è l’incertezza che si crea nel lettore. Ci si trova spiazzati, non si riesce a capire chi sia il buono e chi il cattivo, è difficile fidarsi e proprio per questo probabilmente ci si lega ancora di più al personaggio principale, l’unico vero, in un mondo fatto di maschere. Secondo lei ormai siamo così abituati alla corruzione e alla non meritocrazia da non far neanche più caso a ciò che ci circonda?

È un’amara conclusione che, volente o nolente, fotografa la società italiana e forse anche noi stessi che ne facciamo parte.  Purtroppo diventa sempre più raro, nella quotidianità, anteporre l’etica all’arrivismo e questo è un grosso problema culturale figlio del nostro tempo. Una volta, per i nostri anziani, il benessere era un miraggio, quindi si preoccupavano di crescere principalmente uomini onesti, sia intellettualmente che professionalmente. Oggi, invece, il sistema ci permette di sfiorare stili di vita spesso fuori portata e quindi cadiamo nel tranello di puntare esclusivamente ad essere dei “numeri uno” per non perdere quel benessere che pensiamo ci spetti di diritto. La conseguenza è devastante, perché abbiamo un’enorme fetta di società depressa o stressata da traguardi mancati che tende a giustificare ed accettare un’ élite che, pur di mantenere una certa posizione, perde di vista i limiti tra lecito e illecito.

 

 

 

Questa domanda la faccio spesso agli scrittori, perché mi incuriosisce e affascina il processo creativo; generalmente quando inizia a scrivere un libro ha già tutto uno schema in mente e poi sviluppa la storia o si fa trascinare dalle emozioni e dalle sensazioni che la stesura del libro stesso le porta?

Questa, più che una domanda, è l’enigma che mi si presenta sempre all’orizzonte ogni volta che inizio un romanzo. Credo che per ogni scrittore il metodo di lavoro sia qualcosa di soggettivo. Molti sono più tecnici, scelgono un argomento, preparano degli schemi, abbozzano una struttura portante da cui sviluppano trama e personaggi, quindi fanno un lavoro di impostazione importante. Altri invece, sono più istintivi, si fanno ispirare dalla persona che incrociano sul marciapiede o dal vicino di seggiolino sulla metropolitana e iniziano a scrivere, magari per il gusto di disegnare un personaggio e poi, da lì, iniziano a seguire l’onda. Una notizia letta sul giornale, una curiosità dal web, un episodio raccontato dal collega di lavoro e via dicendo. Ecco, io credo di appartenere a questa seconda famiglia. So da che punto iniziare una storia ma non ho idea di dove andrà a finire.

 

 

 

Negli ultimi anni ho letto molti libri ambientati a Milano e ho notato che è una delle città più utilizzate dagli scrittori italiani. Secondo lei Milano viene usata per la sua caratteristica di città multietnica ed europea o per altre caratteristiche specifiche?

Milano è la mia città e non posso negare che sia un fantastico contenitore dalle infinite sfaccettature. Un microcosmo talmente variegato nelle classi sociali, nelle etnie e spesso, purtroppo, anche nella delinquenza, che per uno scrittore di thriller/gialli diventa terreno fertile per sviluppare qualsiasi tipo di trama.

 

 

 

Avendo amato particolarmente il personaggio principale non posso non chiederle se ci sarà una nuova avventura con protagonista il mitico Gallo.

La risposta è affermativa, sì, ci sarà nuovamente il Gallo in giro per Milano e non solo. La nuova avventura, che ho in cantiere, avrà un respiro ancora più internazionale. L’itinerario del nostro protagonista ci porterà dall’Europa dell’Est fino al Sudamerica con qualche interessante tappa intermedia. Tutto all’insegna dell’azione a ritmo, come sempre, frenetico.

 

 

8- La mia ultima domanda verte sul suo essere lettore. Quali sono i generi che predilige come lettore? Cosa ne pensa del thriller nordico?

Il mio genere preferito è il thriller in tutte le su sfaccettature, con una predilezione particolare per le spy story. Se dovessi dare due romanzi di riferimento in cui identificarmi come fan, direi Il collezionista di ossa di Jeffery Deaver e Pilgrim di Terry Hayes. Per quanto riguarda la seconda domanda, posso rispondere che per me il thriller nordico è La donna in gabbia di Jussi Alder-Olsen, per fare un esempio. Ritmo serrato, salti temporali, un rapimento al limite dell’immaginabile e tanta umanità. Romanzi dove emerge sempre la grande competenza e attenzione ai particolari, soprattutto la voglia di dare calore e colore ad un popolo che, nell’immaginario collettivo, appare un po’ freddo e distaccato.

 

La ringrazio per la disponibilità e per il tempo che ha dedicato all’intervista.

Grazie a voi per il tempo e l’attenzione che mi avete dedicato.

Alessio Balzaretti

 

A cura di Costantino Giordano

 

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