GIOVANI DETECTIVES LEGGONO: 22 storie di terrore




A cura di Sara Magnoli


 Alfred Hitchcock presenta. 22 storie di terrore. I migliori racconti selezionati dal maestro del brivido

(titolo originale Alfred Hitchcock presents. My Favorites in Suspense)

 

 

Autori: vari
Pagine: 650
Editore: Edizioni Ghibli, 2016
Costo: 28 euro

 

 

Il libro protagonista questo mese della rubrica “Giovani detective leggono” non si presenta certo come una lettura destinata ai piccoli.

Ma il termine giovani non si riferisce, da parte sua, solo ai bambini e ai ragazzini, ma vuole riuscire a stimolare l’attenzione a letture di genere cosiddetto “giallo” anche a studenti delle scuole secondarie di secondo grado.

Ed è a loro, con una particolare attenzione per l’ultimo biennio, che oggi vogliamo rivolgerci parlando di questo volumone di oltre seicento pagine che è una selezione del maestro del brivido. Che qui propone alcuni racconti di altri autori che presenta quali suoi preferiti nel creare quella suspense che è poi la caratteristica principale anche dei film di Hitchcock.

Il regista e produttore cinematografico che ha diretto alcuni capolavori della storia del cinema, da Psycho a Il delitto perfetto, da La finestra sul cortile a Intrigo internazionale, da Io ti salverò a Gli uccelli (e in questo libro c’è anche il racconto di Daphne du Maurier cui si rifà, giusto per fare un esempio), presenta in questo libro venti racconti un “quasi” romanzo e un romanzo preceduti da una sua prefazione in cui spiega il motivo per cui questi ventidue testi vi sono contenuti, «ed esso è spiegato nel titolo. Aggiungo soltanto che mi piacciono.

Spero molto che piacciano anche a voi» e consiglia anche di iniziarne la lettura «quando siete soli in casa. Se c’è qualcuno, sbarazzatevene. Il libro è pieno di indicazioni su come farlo».

Il testo originale, dal titolo “Alfred Hitchcock presents. My favorites in Suspense”, fu pubblicato nel 1959 negli Stati Uniti dalla Random House, che in quell’anno iniziò a produrre la serie di antologie nota appunto come “Alfred Hitchcock Presents”.

 

A SCUOLA

Poter conoscere il genio di Alfred Hitchcock come regista, ma anche come “selezionatore” di storie letterarie che gli piacevano particolarmente è un valore aggiunto per i ragazzi, che possono confrontarsi attraverso questa importante figura anche con il cinema e il linguaggio cinematografico. Hitchcock ha scritto una pagina fondamentale nella cinematografia da “suspense” e poter anche paragonare, dove possibile, un suo film con la storia dalla quale parte diventa di grandissimo interesse, ponendo l’attenzione anche sulle scelte stilistiche che preferiva. E può essere utile per i ragazzi che, dopo la scuola superiore, vogliono approcciarsi a uno studio riferito al mondo del cinema.

 

DUE PAROLE CON L’ESPERTO

Per l’approfondimento su questo libro e sui suoi collegamenti con la cinematografia di Hitchcock incontriamo un esperto del genere, Diego Collaveri (www.diegocollaveri.it, www.facebook.com/DiegoCollaveriautore), scrittore di gialli e noir (tra cui la serie “Anime Assassine” e, per Fratelli Frilli Editori, “L’odore salmastro dei fossi”, “Il segreto del Voltone”, “La bambola del Cisternino), finalista ai premi Alberto Tedeschi – Il Giallo Mondadori nel 2015 e al Garfagnana in Giallo 2016 e 2017 e che sempre nel 2017 ha ottenuto una menzione speciale della giuria Festival Giallo Garda 2017. Ma che all’attivo ha anche importanti collaborazioni nel campo della sceneggiatura nella commedia teatrale nel cinema breve, fino alla regia con cui ha vinto il concorso Minimusical indetto da la Repubblica e Fandango. Invitato nel 2006 dall’Università di Pisa, dipartimento Cinema Musica Teatro, nell’ambito del seminario “il cinema classico Hollywoodiano”, nel 2009 viene inserito nell’Enciclopedia degli Scrittori Contemporanei e dal 2014 collabora con LaTelaNera.com come critico cinematografico.

 

1) Diego, nelle 22 storie di terrore sono contenuti racconti selezionati da Hitchcock, tra le quali anche Gli uccelli di Daphne du Maurier da cui ha tratto uno dei suoi capolavori cinematografici. Sul rapporto tra i libri e i film che ne vengono tratti si dice da sempre tutto e il contrario di tutto, in generale.Secondo te come è questo rapporto nella trasposizione cinematografica operata dal maestro del brivido?

Stiamo parlando di un argomento molto particolare e complesso, che prima necessita di alcune spiegazioni. ll rapporto libro/film o la trasposizione cinematografica sono a tutt’oggi al centro di numerosi incontri e discussioni di professionisti del settore. Per capirne i meccanismi o le peculiarità, bisogna in primo luogo avere una visione a 360 gradi dell’arte cinematografica e di tutti quei complessi tasselli che compongono la realizzazione filmica.Partiamo dalla cosa più semplice: quante volte abbiamo detto “il film non mi è piaciuto perché troppo diverso dal libro”?Dietro questa affermazione si nascondono i concetti che sono alla base della meccanica evocativa che si innesca in narrativa tra testo scritto e lettore. Quando noi leggiamo un libro, nella nostra immaginazione, visualizziamo un “nostro film” che si basa su numerosi fattori, sia a livello soggettivo (sensibilità personale, capacità di immedesimazione, stato d’animo del momento, attinenza con l’argomento trattato, eccetera), che a livello oggettivo (visione universale del testo, capacità dell’autore di veicolare argomentazioni e messaggi, stile dell’autore che influisce a livello mentalistico sullo stato d’animo del fruitore, grammatica e lessico più o meno scorrevoli, eccetera). In questo modo stabiliamo un rapporto quasi affettivo, nel bene o nel male, con ciò che abbiamo letto.
Adesso addentriamoci nella realizzazione di un film. Il cinema è un arte di gruppo e quando una pellicola arriva nelle sale è passata da tante di quelle mani che nessuno potrebbe immaginarlo. Cerchiamo di semplificarla il più possibile. Un regista legge un libro e ne resta affascinato al punto da volerne girare un film. Nella sua testa ha visualizzato la storia a modo suo (che per quanto il testo possa avere una lettura universale non sarà mai identica a quella di un altro) e ha deciso cosa di quel libro “lui” vuole parlare, o darne la propria personale visione. Il regista affianca uno sceneggiatore (o ne veste lui i panni) che scriverà la sceneggiatura del “suo” film, basandolo sull’aspetto/messaggio/risvolto che “lui” considera importante. La sceneggiatura è un genere di scrittura con paletti ben precisi dettati dalla successiva realizzazione; uno sceneggiatore conosce tutti i mestieri che servono per fare un film, quindi riscrive la storia tenendo conto della sua messa in scena, inoltre è conscio che la durata del film dovrà essere entro un certo minutaggio. Ecco che in questa delicata fase lo sceneggiatore taglia, cuce e rimaneggia il più possibile in funzione della storia, tentando di mantenere inalterato il messaggio e l’argomento, provando ad aggiungere anche quel pizzico di inaspettato che funga da richiamo per un pubblico che già conosce la storia. La sceneggiatura così realizzata sarà il manuale che poi tutta la troupe seguirà per realizzare la visione del regista. Successivamente, durante la lavorazione, possono insorgere numerosi imprevisti che costringono regista/sceneggiatore a variare il copione dall’originale. Una volta ottenuto il girato, il regista assieme a un responsabile si occupa del montaggio delle varie sequenze e anche in questa fase la struttura narrativa può essere variata, con tagli o aggiustamenti (ad esempio, una scena o un dialogo che a voi è piaciuto ma che magari il regista considera obsoleto nella “sua” visione, perché non va a usufrutto di ciò che del libro lui vuole raccontare), a beneficio del ritmo del film o della sua capacità di coinvolgere lo spettatore. Ecco allora che ciò che andremo a vedere può essere distante anche anni luce dal testo da cui siamo partiti, non potendo sapere che cosa in particolare ha colpito il regista. Molto spesso vengono acquisiti i diritti cinematografici di un libro anche solo per la bellezza del titolo.
Adesso torno alla domanda, dicendo in primis che Hitchcock era un regista/sceneggiatore (supportato nella stesura dei testi dalla moglie Alma Reville) che sicuramente voleva imporre una propria e originale visione della storia, tanto da estraniarla dal testo da cui era partito, come nel caso appunto de “Gli Uccelli” di Daphne Du Maurier che si discosta tantissimo dalla pellicola realizzata. Bisogna capire che, quando parliamo di Hitchcock, guardiamo una storia attraverso la mente di uno dei più grandi maestri narrativi, ben conscio di cosa e come riuscire a creare una certa emozione nel pubblico attraverso l’immagine.

 

 

2) Il lavoro registico di Hitchcock può insegnare ancora qualcosa a chi si approccia a questo “mestiere” e perché?

Direi che il lavoro di Hitchcock è basilare per chiunque voglia imparare l’arte cinematografica, oppure per chi volesse semplicemente avere una cognizione più completa di regia ogni volta che si pone di fronte a una pellicola. Hitchcock era un innovatore, un uomo con un’idea di come utilizzare il visivo che andava al di là dei concetti utilizzati fino a quel tempo. La sua grande valenza non è solo nella scelta narrativa, ma soprattutto nella capacità di esaltare quelle emozioni tramite l’utilizzo della macchina da presa, l’occhio attraverso cui ci fa vedere la storia, che non è più inerme, ma racconta ed emoziona essa stessa. La maggior parte delle sue invenzioni registiche e di inquadratura sono divenute ormai di utilizzo corrente tanto da non farci più caso, ma rappresentano davvero una originalità assoluta. Per fare un esempio tra tanti: l’effetto Vertigo, che prende appunto il nome dal film Vertigo (La Donna che Visse Due Volte, 1958) dove Hitchcock lo utilizza per la prima volta per rendere in immagini gli effetti visivi che ha una persona affetta da vertigini affacciandosi dall’alto, inducendo nello spettatore la stessa sensazione. L’effetto viene ottenuto combinando il movimento di macchina all’allungamento o al restringimento dello zoom, con la visuale perpendicolare al suolo, con la macchina da presa che si muove verticalmente: quando la macchina da presa si muove in avanti, l’operatore zooma all’indietro, quando invece questa va all’indietro, si zooma in avanti. In questo modo si varia la profondità di campo nell’inquadratura, facendo allontanare o avvicinare progressivamente il suolo dal punto di vista da cui si sta guardando. Se invece stessimo riprendendo un soggetto, lo vedremmo restare fermo nell’inquadratura, mentre l’orizzonte alle sue spalle si allungherebbe, dando la sensazione che lo spazio intorno si stia dilatando all’infinito.

 

 

3) Dove sta la genialità della narrazione hitchockiana per cui vale sempre la pena di conoscerlo?

Dobbiamo sempre tener presente che l’arte del cinema è molto giovane e questo regista ne segna davvero un punto essenziale. Quando Hitchcock comincia la sua carriera, intorno al 1925, si distingue subito per le sue doti di narratore, soprattutto nel genere thriller, ma questo non basta, tanto che alcune sue pellicole di quel periodo sono un fiasco. Nonostante la sua spiccata propensione alle innovazioni (Ricatto del 1929 non solo è il suo primo film sonoro, ma il primo film sonoro in Europa), ci vorranno alcuni anni prima che riesca ad arrivare alla perfetta dosatura tra un interesse narrativo elevato e il suo stile particolare, riflesso di un talento artistico immenso, raggiungendo così sia il successo di pubblico che il favore della critica. L’Uomo Che Sapeva Troppo del 1933 rappresenta proprio quel momento. Da lì in poi è il regista che tutti conosciamo, che nel 1940 attraversa l’oceano con il suo format ormai collaudato e comincia il suo cosiddetto “periodo americano” con la produzione dei film più conosciuti. Hitchcock esprime al massimo livello il concetto stesso di cinema, cioè una narrazione per immagini, dove ogni singola inquadratura non è inerme ma facente funzione di racconto. Un esempio di questa sua infinita capacità è l’incipit di Marnie. La sequenza, che dura solo pochi secondi, è così composta: comincia con la macchina da presa che riprende in primo piano una borsa gialla di una donna che sta camminando, si sente il rumore dei tacchi e un brusio di sottofondo. La macchina da presa segue la borsa, poi a un certo punto si ferma mentre la donna, ben vestita, continua a camminare. Fatti pochi passi, la macchina da presa riprende a seguirla, sempre scandita dalla fretta dei passi. Dopo qualche secondo la macchina da presa si ferma, la donna continua a camminare allontanandosi, in modo da farci vedere che sta camminando sul marciapiede lungo un binario alla stazione: sentiamo il fischio di alcuni treni. La donna si ferma. Cambia la scena, siamo in un ufficio e un uomo disperato davanti a una cassaforte aperta dice “Hanno portato via tutto!”.
Hitchcock in pochi secondi ci ha raccontato una storia, canalizzando la nostra attenzione attraverso solo l’utilizzo di un susseguirsi di immagini che sommandosi pian piano ci svelano quanto accaduto.
C’è una borsa in primo piano (qualcosa di prezioso dentro), di una donna ben vestita (un travestimento?), che cammina di fretta lungo il binario della stazione(sta scappando).

 

 

4) Che uso si può fare nella scuola dell’opera di Hitchcock e dei racconti da lui selezionati?

Sicuramente i racconti possono darci uno spaccato riguardo le tematiche stilistiche gradite al grande maestro, le cui fonti di ispirazione restano la narrativa di genere thriller, gotica e horror. Sarebbe interessante un percorso didattico/formativo, abbinando la lettura alle proiezioni dei film di Hitchcock, per arrivare a far scegliere agli studenti spunti dai 22 racconti e magari farglici costruire una breve storia. Questo resta comunque un ottimo suggerimento per chiunque volesse cominciare a cimentarsi con una scrittura di genere. Personalmente ritengo questa raccolta non solo un saggio narrativo del gusto di Hitchcock, ma qualcosa in più. Nel titolo del volume c’è un chiaro richiamo alla trasmissione televisiva “Alfred Hitchcock presenta…” in cui il regista introduceva o commentava short film per la tv sullo stile appunto della scelta narrativa che ritroviamo in questa raccolta; questo offre ottimi spunti di argomentazione riguardo la figura di Hitchcock, il suo interesse verso la televisione e il ruolo di personaggio in cui egli stesso alla fine si trovò intrappolato. Basti pensare che le case di produzione arrivarono a includere nei suoi contratti la clausola imprescindibile che lui apparisse per pochi secondi nei suoi film, gioco/scherzo ideato da lui stesso per autoironia ma che alla fine era arrivato a odiare perché tanti spettatori erano talmente intenti a cercare la sua presenza da fregarsene del film, così espletava il dovere nei primi minuti della pellicola in modo da sedare questa noiosa aspettativa del pubblico. Inoltre ci fornisce anche lo spunto per parlare di un’altra caratteristica molto importante del cinema: l’intrattenimento, l’entertainment. Abituati a dare al termine una accezione sminuente, Hitchcock ci offre invece prodotti di qualità elevata senza la pesantezza di alcuni grandi cineasti che l’hanno preceduto, valorizzando inoltre il suo aspetto di intrattenitore, rivolgendosi e dialogando con il pubblico attraverso i media.

A cura di Sara Magnoli