BIOGRAFIE SELVAGGE: Jim Thompson






( di Lorenzo Scano)

“Cosa diavolo mi aveva preso?

Non avevo mai fatto niente di veramente malvagio. Sole le cose che un uomo come me era costretto a fare per restare vivo…”.

Un’unica frase che potrebbe ben riassumere l’universo letterario e l’autore col quale ho deciso di inaugurare questa rubrica.
La frase è tratta da “Prima dell’alba” (After dark, my sweet – 1955), l’autore è il William Faulkner, il John Fante, il Francis Scott Fitzgerald della crime fiction americana: Jim Thompson.

A detta di tanti suoi colleghi ed esperti – Stephen King in primis – infatti, Jim Thompson è ricordato come il più grande scrittore di romanzi noir del Ventesimo secolo.

Jim Thompson

Nato ad Anadarko, Oklahoma, nel 1906, e passato a miglior vita nel 1977, ad Hollywood, Thompson ha trascorso un’esistenza tribolata e precaria, alternando momenti altissimi a periodi di instabilità e sconforto totale.

 

 

 

 

 

 

 

“Colpo di spunga”(libro e locandina film)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“L’assassino che è in me”, “Colpo di spugna”, “Prima dell’alba” e “In fuga” sono solo alcune delle sue opere più note. La povertà, la precarietà, gli spostamenti appresso al padre prima ed i vagabondaggi in età adulta poi, un’esistenza segnata dall’alcol e dalla droga: Thompson si servì delle sue stesse esperienze per partorire un universo fatto di reietti, sbandati, criminali di mezza tacca, femme fatale, sceriffi di sperdute cittadine texane, pugili suonati, giocatori d’azzardo e puttane. Ognuno di loro – dal Doc McCoy di “In fuga” a Roy Dillon, protagonista de “I truffatori” – tenta di arricchirsi in maniera abbietta, seguendo una condotta deplorevole, ma l’universo thompsoniano, così come l’inferno dantesco, ha sempre in serbo un contrappasso per punire le loro azioni.
Ed è da questo – dall’avidità, dalla smania di lucrare, dal riuscire a farlo senza porsi alcuno scrupolo, salvo poi cadere ed essere distrutti dalle proprie stesse azioni – che sono caratterizzati i protagonisti delle storie di Thompson. Alle loro vicende, fa da sfondo un sud che non ha mai smesso di produrre ignoranza, bullismo rurale, bigottismo, razzismo, promiscuità, arretratezza culturale e disagio sociale.

Eccoci, così, trasportati da una cittadina all’altra, tra pozzi di petrolio, deserti, stazioni di servizio e casette fatiscenti. Un’America dura, deviata, alienante, nella quale nessuno insegue l’american dream e le giornate si susseguono senza che succeda mai niente… o quasi. Tavole calde, locali di striptease, piccoli pub, palestre di pugilato e bische: pochi scrittori, come Thompson, sono stati capaci di descrivere “la faccia triste dell’America” senza scadere nei cliché, nelle banalità e nei luoghi comuni.

Un’abilità descrittiva che si riscontra anche nella caratterizzazione dei suoi personaggi. Uno tra tutti: Lou Ford, lo sceriffo psicopatico protagonista de “L’assassino che è in me”.

Una nota di riguardo, infine, va data alle donne che costellano le sue storie. Spesso sono loro, le donne, a decidere come una di queste storie debba andare o meno. Avvenenti, tentatrici, proibite, sbandate, spietatamente arriviste e scaltre, conducono i protagonisti a sfiorare il cielo e subito dopo osservano la loro caduta agli inferi senza batter ciglio.

 

Insieme a David Goodis, Lionel White e William R. Burnett, Jim Thompson ha dato vita ad un immaginario collettivo dal quale tanti scrittori, successivamente, hanno costantemente attinto nella creazione delle proprie storie. Senza però raggiungere i livelli toccati da chi, quella vita rognosa, l’aveva vissuta prima che raccontata.

Lorenzo Scano