Intervista a ANDREA MONTICONE






A tu per tu con l’autore

 

1)  Introduca il suo ultimo libro, Un assist per morire, e ci parli di come è stato concepita l’idea di utilizzare un’ambientazione sportiva.

È un noir, questoè certo, perché al di là di tutto è così che si può catalogare in Italia: ma è un noir molto diverso dalla concorrenza, al di là del fatto che c’è un poliziotto gay. È più simile ai docudrama o ai procedural del mondo anglosassone ma con una buona dose di azione tra botte da orbi e inseguimenti bizzarri. Quanto all’ambientazione sportiva, tutto era nato come una raccolta di storie sul mondo del calcio: personaggi che amano questo sport, che vivono per esso, che sognano la gloria, che rimpiangono una carriera mai avuta… Insomma, tutti gli aspetti o quasi del calcio. A un certo punto mi sono chiesto: si potrebbe uccidere per vincere un campionato? O per tornare a giocare tra i professionisti? Da qui la tragedia di Mark, la vittima innocente, sia in vita sia da morto, di un mondo malato. È un libro, posso dirmelo da solo?, che colpisce nel profondo, con voci e sentimenti vari come mai mi era successo prima. E poi c’è il calcio: i campi di periferia, gli spalti di uno stadio inglese, la Champions League… Tutto. Passione pura. Vita e morte. Questo romanzo non lascia indifferenti.

2)  Nei suoi libri, come in quest’ultimo, si trovano molti riferimenti ai suoi interessi. Se non fosse per l’epilogo “Italian Gooners” scritto da Patrick Iannarelli le chiederei dell’Arsenal, ma piuttosto le chiedo di cinema e musica: sono numerosi i riferimenti al blues e al rock “d’annata”, Ultimo mondo cannibale prende in prestito il suo titolo da un film di Ruggero Deodato e vengono nominati indirettamente Wim Wenders e John Huston. In che modo le sue passioni influenzano il suo lavoro e quali sono le sue ispirazioni principali?

A essere sinceri, Ultimo mondo cannibale rubava il sottotitolo a una canzone di Roberto Vecchioni. Il gioco delle citazioni e dei rimandi mi affascina da sempre. So che può parere una strizzatina d’occhio al lettore o un mostrare di saperne tante. Ma il fatto è che le mie passioni, siano esse il cinema, la musica rock o l’Arsenal, mi ispirano nel tratteggiare i personaggi, le storie, le ambientazioni. E mi aiutano a renderli vivi: un giallo magnifico ma senza un protagonista che a un certo punto mangia un panino, beve un buon whisky o decide di ascoltare un brano blues, non è una storia che amerei leggere. Mancherebbe qualcosa. Mancherebbe la vita.

3)  Friedrich Nietzsche parlando di Torino scrisse «Trovo che qui valga la pena di vivere sotto tutti gli aspetti». Con quest’ultimo libro Torino è tornata l’unico sfondo della narrazione: che rapporto ha lei con la città e quanto Torino è stata importante per il suo sviluppo letterario?

Il buon vecchio Nietzche è anche diventato pazzo qui a Torino, se è per questo… E con qualche ragione, direi. Con Torino ho un rapporto complicato da sempre: ne scrivo perché credo di conoscerla come le mie tasche e dunque posso essere credibile anche se affermo che sotto i palazzi del centro c’è un fiume di melma e che su un campo di calcio di periferia ci sono le cosche che pensano a speculazioni immobiliari. Per il resto Torino, come la vedo io in questo periodo, è una città arrabbiata e lamentosa, ben diversa da quella che conosco e che ho visto cambiare, abbandonando la vecchia immagine grigia. In questo momento, mi pare ci sia una regressione a livello quasi infantile. Gente che si lamenta, che piange, che urla, ma di un progetto o una visione non c’è traccia. E prima che lei me lo chieda, no neppure io ho una visione da proporre e sinceramente non mi interessa farlo: io sono un cronista, racconto i fatti. Al limite, spero in un bell’asteroide al momento giusto sulle teste giuste…

4)  Al settimo libro pubblicato quattro hanno un protagonista unico, Gabriele Sodano, mentre gli altre tre sono narrazioni a sé stanti. Preferisce più la costruzione dei personaggi o la loro crescita?

I personaggi nascono e crescono da soli, se sono ben fatti, magari ti chiedono il loro spazio. A me piace raccontare e scrivere del capitano Sodano, ma mi piace anche creare personaggi diversi. E magari qualcuno di loro diventa adatto per una nuova serie, chi può dirlo? Un importante ex editor mi ha confessato che se ci fosse una serie noir con Max e il suo compagno Thomas comprerebbe tutti i libri in anticipo.

5)  Prima di salutarla un’ultima domanda: progetti per il futuro? Fra i ringraziamenti di Un assist per morire scrive che potrebbe essere il suo ultimo romanzo.


Non sono uno di quegli autori che ritiene fondamentale per il proprio ego pubblicare tutto quello che scrive, perseguitare il pubblico con libri magari non all’altezza, mendicare recensioni qui e là o presentazioni per avere un applausetto… Con la serie di Sodano potrei andare avanti un decennio almeno continuando a pubblicare le sue storie: qualche centinaio di copie le venderei comunque… Ma mi serve cambiare, sperimentare, altrimenti smetto di divertirmi. In quest’ultimo romanzo ho infranto almeno un paio di tabù, quindi so benissimo che potrei pagarla cara. Ma l’importante è giocarsela tutta, fino in fondo”

Andrea Monticone

Andrea Monticone su THRILLERNORD

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