Città di morti




Recensione di Laura Salvadori


Autore: Herbert Lieberman

Editore: Edizioni Minimun fax

Traduzione: Raffaella Vitangeli

Genere: thriller

Pagine: 500

Anno di pubblicazione: 2018

 
 
 

 

Sinossi.  Paul Konig è il medico legale e anatomopatologo più noto e apprezzato di tutta New York. Duro e irascibile, è molto temuto da colleghi e poliziotti, ma tutti ricorrono a lui perché nessuno ha la sua arte e il suo intuito nel leggere i morti, e le storie che i loro corpi raccontano. Proprio mentre sta cercando di ricostruire l’identità delle vittime di un efferato delitto – che l’assassino ha fatto a pezzi allo scopo di renderle irriconoscibili – riceve una serie di telefonate anonime da cui apprende, in un crescendo di angoscia e dolore, che sua figlia Lauren è stata rapita. Si apre così una battaglia su due fronti e un’autentica corsa contro il tempo che coinvolge il sergente Flynn, impegnato nella ricerca dell’assassino, e il detective Haggard, a cui Konig si è rivolto perché lo aiuti a scovare i rapitori di sua figlia. Città di morti è un thriller elegante nella sua brutalità, un infernale viaggio al confine tra la vita e la morte, tra la superficie e l’abisso, ma anche la storia di un uomo e della sua caduta. Sullo sfondo, ma vera coprotagonista del romanzo, si staglia una città di corpi straziati, attraversata da suoni ingigantiti dall’angoscia e dalla tensione: un telefono che squilla, un rubinetto che perde, un susseguirsi di grida senza volto.

 

Recensione

Siete pronti per farvi travolgere da un massiccio thriller metropolitano, che non lascerà scampo alla vostra mente né tempo alle vostre attività fino a che non avrete terminato di leggerlo? Siete pronti a digerire pagine e pagine fitte di truci descrizioni di corpi morti, violentati dalla crudeltà dell’uomo, dai proiettili delle sue armi, dalle lame dei suoi coltelli, dalla barbarie delle sue mani, dalla sua follia e dalla sua sconfinata malvagità? Sorbire ripugnanti particolari direttamente dal tavolo di un medico legale non è da tutti. Vi confesso che, nonostante mi ritenga una persona piuttosto difficile da impressionare, talvolta mi sono sentita a disagio nel leggere di contenuti gastrici, di smembramenti, di pezzi più o meno piccoli di un corpo umano, di corpi martoriati nei modi più tremendi possibili e immaginabili. Eppure “Città di morti” non è solo questo. Seppur, come detto, il romanzo sia in buona parte incentrato sulle attività quotidiane di uno staff di medici legali, questo aspetto, che a prima vista può depistare l’attenzione del lettore, è solo una parentesi del romanzo. Lo scopo, a mio avviso, è certamente quello di stupire, ma anche quello di fare da ottimo riflettore alla vita e al declino di un uomo, Konig, anatomopatologo dal carattere autoritario e dalla reputazione immacolata, che assiste, pagina dopo pagina, alla sua parabola discendente, al fallimento della propria vita, da sempre incentrata sul lavoro a discapito degli affetti familiari. Konig è già morto, in realtà, al pari dei cadaveri che ogni giorno disseziona con grande abilità e profonda conoscenza dell’anatomia umana. Konig, sebbene così vivo nell’intento di far chiarezza sulle morti degli uomini che giornalmente incontra sul suo tavolo di inox, così battagliero e instancabile nella ricerca della verità, è in realtà un’ombra, un uomo distrutto che non aspetta altro che togliere il disturbo. La vita è stata avara con Konig, lo ha privato dell’amore di sua moglie, morta prematuramente a causa di una malattia, e gli ha tolto l’affetto e il rispetto dell’unica figlia, che fin da piccola si è sentita esclusa dalla sua vita, costretta a dividere le attenzioni paterne con il lavoro, un mostro tentacolare che ha reso Konig insensibile e coriaceo davanti alla meschinità e alla crudeltà umana e che lo ha tenuto in scacco, inquinando la sua vita con l’alone purulento della morte, ormai amica, ormai compresa e comprensibile. Lolly, la figlia tanto amata, ha fatto perdere le sue tracce. Konig sa che è in pericolo, sa che spetta a lui salvarla e ricondurla a sé, ma questo suo desiderio deve competere con i doveri lavorativi, con l’impeto, insopprimibile, di dare un nome ai corpi, con l’urgenza di ricomporre, come in un macabro puzzle, i pezzi di cadavere che sono stati scoperti lungo il fiume. E nelle lunghe notti, nella luce impietosa della morgue, i flashback della vita passata, le immagini di Lolly da piccola, della sua vita trascorsa, vengono a turbare la mente di Konig, che forse già sa che non può sperare in un epilogo misericordioso, che forse già si abbandona a un destino di oblio, di rimorso e di dolore. Un triste epilogo già scritto nel destino di chi non ha saputo rinunciare mai al suo ruolo di folle monarca assoluto, in famiglia e sul lavoro. Questo romanzo, in realtà, è occupato in pieno solo ed esclusivamente da Konig. Non c’è spazio per altro, sebbene ci sia molto altro: diverse vicende che tengono occupato lo staff dei medici legali e degli investigatori, le cui trame di per sé sarebbero sufficienti a fare il romanzo. In “Città di morti”, invece, queste complesse vicende devono cedere il passo alla figura imponente di Konig e ai suoi demoni. Lieberman si dimostra geniale non solo nel tratteggiare il personaggio di Konig, ma anche nella prosa asciutta, essenziale eppure immensamente poetica. Ed essere poetici mentre si parla di cadaveri non è poca cosa. I termini medici, utilizzati senza parsimonia, a volte anche incomprensibili e spesso inseriti in corposi dialoghi e prolisse descrizioni, riescono spesso a tessere un fraseggio delicato, evocativo e molto profondo. Insomma, leggere è un grande piacere, un piacere che cancella l’odore di sangue, morte e interiora che spesso attanaglia le pagine. Nel romanzo si trovano intere pagine di grandiosa prosa, a cui l’autore sembra arrendersi, come se non potesse farne a meno. Il contrasto che queste pagine ispirate creano con i passaggi sanguigni e cruenti è davvero unico! Un ultimo accenno all’ambientazione: New York è davvero maestosa in questo romanzo. Una città che, nel pieno degli anni Settanta, (sì, perché il romanzo ha visto la luce nel 1976 e non è stato tradotto in Italia prima di adesso) è un coacervo di gente, di violenza, di sobborghi malfamati, di povertà e di disagio. Dunque, avrete capito che “Città di morti” è un’opera imperdibile. Lo consiglio a tutti, perché è davvero una lettura che lascia il segno, con un’unica ma superabile controindicazione per i deboli di cuore e di stomaco.

Herbert Lieberman


Nato a New Rochelle, nello stato di New York, è narratore e drammaturgo. Ha pubblicato quattordici romanzi, tra cui il serial thriller Nightbloom e il gotico Crawlspace. Città di morti, uscito nel 1976, è oggetto di un autentico culto in Francia, dove ha vinto il prestigioso Grand Prixde Littérature Policière.

 

Drammaturgo