Don Arlocchi e il mistero…




Don Arlocchi e il mistero della statua di Minerva

Recensione di Stefania Ceteroni


Autore: Ernesto Masina

Editore: Macchione Editore

Genere: gialli e thriller

Pagine: 182

Anno di pubblicazione: 2020

 

 

 

 

 

Sinossi. “I due tolsero tutte le pietre dal sacco e su ognuna videro o un altro volto, o motivi floreali, ed in ultimo uno più lungo con la scritta “Miner e forse metà della lettera V.” Don Arlocchi rimase a lungo a pensare ma non riusciva a capire cosa potessero significare quegli scritti e quei bei visi scolpiti. Poi, improvvisamente, come in un lampo gli apparve il Tempio Capitolino di Brescia che aveva visitato tanti anni prima durante una gita organizzata dal Seminario nel quale studiava. Era possibile che fossero reperti romani? Ma in Valcamonica? Sì, lui sapeva che i Romani erano passati anche in Valle, ma quelli era andati dappertutto, e non sapeva se avessero lasciato tracce. Comunque bisognava indagare”.

 

Recensione

E’ un’indagine molto sui generis quella che porta avanti un investigatore altrettanto sui generis che risponde al nome di Don Arlocchi. E’ un prete. E’ il Coadiutore del Parroco che è momentaneamente in ferie e che lo lascia alle prese non solo con una comunità da gestire ma anche di un mistero del quale avrebbe fatto volentieri a meno.

Don Arlocchi è un prete di provincia piuttosto anziano, un po’ sempliciotto ma dall’arguzia sopraffina.

Durante una confessione (o subito prima?) viene a conoscenza di un fattaccio e rinviene un cadavere con accanto un bambino… Situazione incresciosa davanti alla quale deve decidere il da farsi. In fretta. Perché  c’è un bambino da sistemare, un morto da denunciare alle autorità competenti ma anche un mistero legato al ritrovamento di alcuni pesanti reperti che fanno pensare a qualche cosa di importante.

Inizia, così, un’avventura che pone il simpatico Don Arlocchi davanti alla necessità di rendersi utile davanti alla giustizia ma, allo stesso tempo, ottemperare ai suoi compiti davanti a Dio, con il sacramento della confessione. Ma poi perché nessuno vuole assumersi le proprie responsabilità e  tutti i protagonisti della storia scelgono la via della confessione per far arrivare a lui, proprio a lui, delle informazioni importanti su quanto accaduto? Manifestazione di stima nei suo confronti? O, più semplicemente, un modo per sentirsi a posto con la propria coscienza?

Fatto sta che a lui arrivano informazioni importanti rispetto alle quali deve decidere in fretta come comportarsi soprattutto perché  i Carabinieri (uno in particolare) non fanno una granché bella figura e non sono affatto d’aiuto.

Don Arlocchi si trova a vestire i panni di un investigatore un po’ impacciato, sia nei modi che nelle espressioni.

In questa storia non c’è da cercare la perfezione stilistica. Nemmeno il giallo puro o il pathos che si cerca nei thriller (è un romanzo classificato come giallo/thriller) ma una vena di divertimento e di leggerezza che riportano alla vita di provincia dove le notizie corrono in fretta, dove tutti sanno tutto di tutti, dove nessuno ci vuole mettere la faccia.

Nel leggere di Don Arlocchi (peraltro personaggio presente in altri libri dell’autore) ho visto davanti ai miei occhi il volto del vecchio parroco del mio paese. E mi ha fatto tanta tenerezza soprattutto per le tante domande che si pone su come relazionarsi con gli altri, su cosa dire o non dire, su come e in che misura coinvolgere gli altri nel pasticcio in cui si è trovato invischiato.

E’ una figura tenera che non minaccia la figura del Maresciallo (che, pure, si va a prendere le ferie in un momento cruciale del mistero) ma che ne diventa coadiutore, proprio come gli capita con il parroco titolare!

L’uso del dialetto in alcuni dialoghi rende il racconto più familiare e le sue interlocuzioni, a volte ridondanti e dalle quali sembra non riuscire a venire fuori, se da una parte possono risultare un po’ dispersive, dall’altro caratterizzano un personaggio che si mostra così com’è: impacciato nelle movenze e nei pensieri ma tutt’altro che sciocco.

 

 

 

A cura di Stefania Ceteroni

https://libri-stefania.blogspot.com

 

 

Ernesto Masina


è nato in Africa da un padre fiorentino e una madre bresciana. Girovaga parecchio da piccolo, seguendo gli spostamenti, lui e i suoi fratelli (tra cui il giornalista Rai Ettore Masina), del padre ufficiale della Benemerita. Una serie di percorsi che, a cavallo della guerra, lo portano a Breno in Val Camonica. Dopo una vita nel ruolo di responsabile commerciale di un’azienda chimica, Ernesto Masina ha scoperto l’arte. Prima l’esperienza di “Varese Corsi” del Comune, con l’interesse per il lavoro con la creta. Poi un bel periodo di tele dipinte a tempera, colori vivaci, paesaggi come soggetto prevalente. “Ero un lettore da sessanta libri letti ogni anno – racconta – Ad un certo punto mi sono detto: perché non scrivere io stesso ciò che vorrei leggere?”. “L’Orto fascista” è stato il suo primo romanzo.

 

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