E Baboucar guidava la fila




Recensione di Francesca Mogavero


Autore: Giovanni Dozzini

Editore: Minimum Fax

Pagine: 165

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2018

 

 

 

 

 

 

 

Sinossi. Baboucar, Ousman, Yaya e Robert sono quattro richiedenti asilo arrivati in Italia dopo avere attraversato mezza Africa e il Mediterraneo. Sono sospesi tra la speranza che la loro richiesta venga accolta e l’ansia di essere respinti. C’è chi aspetta la prima udienza di fronte alla Commissione territoriale, chi il ricorso in primo grado al tribunale, chi invece ha ottenuto una protezione sussudiaria e per un po’ può andare avanti senza troppe ansie. Un fine settimana decidono di prendere un treno che da Perugia li porterà verso l’Adriatico. La meta è la spiaggia di Falconara Marittima e il viaggio è scandito dagli incontri, dalle ossessioni di ognuno e dall’altalenante rapporto con la lingua italiana. Sono quarantott’ore di piccoli avvenimenti: multe, bivacchi, visioni, la finale degli Europei di calcio, qualche litigio. Due giorni in cui i quattro amici si ritroveranno sempre a camminare, in fila indiana, lungo le strade della provincia del Centro Italia. E Baboucar guidava la fila è una favola senza morale, che affronta il tema delle migrazioni scegliendo di raccontare quello che viene dopo le traversate, la normalità inafferrabile di una vita dignitosa che segue ogni approdo e tutto quello che questa normalità contiene: le paure, i desideri, la rabbia, le nostalgie, riuscendo a ottenere alla fine quella particolare risonanza poetica che hanno soltanto le cose vere.

 

 

Recensione

Quattro amici (più altri due senza nome, che compaiono, scompaiono, si accodano e si dissociano) decidono di non perdere l’occasione di una giornata diversa e, visto che la piscina di un amico di un altro amico non è più disponibile, di partire per il mare.

In realtà è Baboucar ad aver lanciato l’idea, per far colpo su Mariam e avere la scusa di vederla in costume da bagno – e se nemmeno lei è disponibile, una gita fuori porta può sempre essere utile per far riposare la mente… e magari mandarle un selfie con tramonto e gabbiani sullo sfondo, per farle capire cosa si è persa.

Nulla di straordinario, chi non l’ha mai fatto, magari marinando – o bigiando, tagliando, facendo fughino, dipende dagli anni e dallo slang – una giornata di scuola e infilando nello zaino il primo cambio trovato nell’armadio e a volte nemmeno quello?

Il piano diventa più straordinario (e complicato) se in questo Paese sei un ospite non sempre gradito, in attesa di sapere tra quanti giorni il pesce inizierà a puzzare e ti toccherà raccogliere in fretta e furia i pochi bagagli. Più straordinario se non puoi permetterti un colpo di testa, perché la Commissione ti tiene d’occhio, e nemmeno gli euro del biglietto; se una lezione di italiano ti aspetta al varco con le sue bande di pronomi e verbi irregolari e fonemi che si confondono; se sei un ragazzo africano di vent’anni, avido di vita e di emozioni, prodigo di entusiasmo e goliardia come qualunque ventenne, e vieni doppiamente frainteso.

Così basta una risata più sguaiata e un commento più colorito sulla nazionale di calcio francese per essere scambiato per un terrorista, un’osservazione in wolof per suscitare sospetto e imbarazzo, un atteggiamento troppo in odore di nonchalance per sguinzagliare i controllori delle Ferrovie dello Stato e i carabinieri.

Ma il richiamo del mare – o di una cantante melodica e delle sue forme morbide, nel caso del sognatore Ousman – è forte e val bene una multa, un rimprovero, il brivido di arrivare tardi. Le onde sono la giovinezza e l’avventura, la spensieratezza e il disimpegno, anche se la stazione e la città, con le loro regole, le preoccupazioni e la burocrazia, sono solo dall’altra parte della strada. L’acqua salata è pausa e incanto, ma anche una scommessa, la promessa di una giornata di tuffi e risa, ma anche di una vita diversa, migliore, lontana dai conflitti (“Tutte le guerre africane sono le guerre civili. Anche se sono le guerre della conquista”) e dalla povertà estrema.

Baboucar, Ousman, Yaya e Robert – e i due ivoriani, i coinquilini, le ragazze nigeriane che non si presentano alle prove del film che Baboucar vorrebbe filmare con il cellulare – il mare se lo portano dentro, con i suoi pericoli e i traumi della traversata, eppure continuano a camminare, a correre e a trascinarsi verso la spiaggia di Falconara. Sempre in fila, con Babou sempre in testa capitolo dopo capitolo, verso i flutti e poi a ritroso alla volta di Perugia, più stanchi, sudati, ammaccati e strappati, ma ancora capaci di perdonare, di innamorarsi, di credere al destino e ai suoi regali.

Giovanni Dozzini costruisce un romanzo breve ma intenso, una storia raccontata da occhi di avorio, pelle d’ebano e sorrisi sfacciati disarmanti, da chi magari non parlerà l’italiano “beni”, ma sa farsi capire e di certo vuole vivere… e merita l’opportunità di farlo.

 

A cura di Francesca Mogavero

www.buendiabooks.it

 

 

 

 

Giovanni Dozzini


Giovanni Dozzini è nato a Perugia nel 1978. Giornalista e traduttore, suoi articoli sono stati pubblicati su Europa, Huffington Post Italia, Pagina99, OndaRock. Ha scritto altri tre romanzi: Il cinese della piazza del pino (Midgard 2005), L’uomo che manca (Lantana 2011) e La scelta (Nutrimenti 2016). È tra gli organizzatori del festival di letteratura in lingua spagnola Encuentro.