Il delitto del luogo: Fabrizio Borgio e il Piemonte




 A cura di Giusy Giulianini

Introducocon grande piacere Fabrizio Borgio, tra gli autori che hanno contribuito a rendere appassionante questa mia “Geografia d’Italia in noir”. Fabrizio dà inizio alla trattazione – sì, è davvero una trattazione la sua – con un concetto che mi trova del tutto in sintonia: “Non c’è niente che sappia di morte più del sole d’estate […]”. Lo penso anch’io. In quella sua luce assoluta e tagliente, priva di qualunque chiaroscuro, alberga una promessa di sterilità e putrefazione. Nessuna aspettativa di rinascita, nessun patto di vita, solo la certezza che tutto sfiorirà. Presto, subito. E’ l’inverno invece a custodire i germogli, a garantire rinnovo e continuità.

 

FABRIZIO BORGIO E IL SUO PIEMONTE

 

 

Non c’è niente che sappia di morte più del sole d’estate, della gran luce, della natura esuberante. Tu fiuti l’aria e senti il bosco, e ti accorgi che piante e bestie se ne infischiano di te. Tutto vive e si macera in se stesso. La natura è la morte.

 

Il Diavolo in collina, l’oscuro Piemonte da Pavese al Gotico Padano*

Ogni cultura umana è figlia del territorio ove essa è nata. L’uomo plasma la terra e la terra plasma l’uomo. Il luogo, il Topos che in particolare per questo tema diventa termine sfaccettato e indispensabile per ampliare il discorso, è un elemento imprescindibile da ogni storia.

La stragrande maggioranza dei miei romanzi e racconti sono ambientati in Piemonte e anche quando il luogo della narrazione è un altro, i protagonisti sono piemontesi, il che implica che si portano dietro un modo di vivere e vedere le cose che appartiene a un luogo: quel luogo.

In particolare racconto il Piemonte centro meridionale, Langhe, Roero e Monferrato: terre contigue, simili ma contraddistinte da influenze storiche variegate. Colline, vigne, boschi, paesi e frazioni sfarinati sul territorio in una miriade di micro realtà gelose della propria individualità.

 

 

Sito UNESCO avente la particolarità di rinchiudere in un solo contenitore concettuale sia un territorio naturale che l’opera umana. Monferrato, Langhe e Roero infatti sono realtà geografiche contraddistinte da una fortissima, intensa antropizzazione e il lavoro dell’uomo sulla terra, un lavoro duro, faticoso, spesso ingrato ha inciso profondamente sulla concezione del mondo che le sue genti hanno sviluppato.

Uniamo a questa miscela un clima (specie nel passato) difficile, caratterizzato da inverni lunghi e gelidi, primavere piovose, estati torride e autunni brumosi e le influenze etniche più disparate: dai Liguri ai Celti, dai Romani ai Longobardi, dai Longobardi ai Franchi, le invasioni barbariche, le incursioni saracene, le truppe di tutta Europa scese a combattersi durante la Guerra dei Trent’anni e via raccontando un’invasione dopo l’altra fino alla resistenza al regime nazi fascista, le massicce immigrazioni dal Meridione durante il boom economico e i nuovi poveri che bussano oggi alle nostre porte.

Signore e Signori, ecco a voi i Piemontesi: un popolo di ‘solidi meticci**’; un melting pot che i Savoia avevano comandato e irreggimentato con una visione austera e militarista della vita e della società.

 

 

I Bogia nèn, soprannome derivato dall’omonima frase in lingua piemontese che significa ‘non ti muovere’ equivocata come dichiarazione d’immobilismo, pigrizia, indolenza ma che era in realtà originata dall’ordine militare bogè nèn,ovvero ‘non muoversi’, ‘mantenere la posizione costi quel che costi, come gli eroi della battaglia dell’Assietta hanno insegnato alla Storia.

Gente dura, caparbia, severa. Un popolo che ha poco o nulla di solare, che aveva fatto scrivere a Stendhal durante i suoi viaggi lungo lo Stivale di aver visto nei piemontesi uno dei popoli più cattivi d’Europa. Un luogo e un popolo che in qualche modo si portano fin da dentro un’anima che con un po’ d’azzardo definisco noir.

 

Il noir e il Piemonte

Una certa epica locale ci vuole spicci, poco avvezzi ai fronzoli, razionali. Concreti. La regione di certa grande imprenditoria (Fiat, Ferrero, Olivetti, Borsalino) con una spinta verso la tecnologia e l’innovazione in contro altare alla chiusura delle campagne. Campagne che dietro le feste dedicate ai Santi hanno mantenuto un filo sotterraneo e palpitante con la paganità degli antenati più antichi, sconfitti, deportati, romanizzati ma mai domati del tutto.

 

Il regista Paul Schrader definiva così il noir: Il noir non è un genere. La sua definizione non si basa su convenzioni che riguardano l’ambientazione e il conflitto (western – gangster movie), ma piuttosto su caratteristiche più sottili: il tono e l’umore***.

 

Ecco, tono e umore. Condivido in pieno questa affermazione, ora più che mai, in tempi nei quali il noir è un’etichetta appiccicata a caso su ogni storia che abbia un minimo d’indagine. Sbagliando perché il noir puro non è un giallo, un poliziesco. È uno stato d’animo, un’atmosfera, uno stile per raccontare qualcosa di scomodo. O di tragico.  Il senso di tragedia nei piemontesi è vivo. La vita è qualcosa d’ineluttabile ed è grama.

Cattiva, ingrata e crudele. L’aveva ben capito Pavese che cercava di ricreare l’epica della tragedia greca attraverso lo spirito di chi quelle colline le ha conquistate con sudore, sofferenza, rabbia e dolore. Paesi tuoi, da questo punto di vista è un perfetto esempio di noir piemontese, crudo, spietato dove l’ardore del sole estivo rende solo più nere le ombre proiettate da esso. Non c’è dubbio che una storia simile avrebbe potuto essere ambientata ovunque ma non sarebbe stata Paesi tuoi. Sarebbe stato altro.

Dicevo che il Piemonte e i piemontesi sono tesi tra forze uguali e opposte: innovazione e conservazione, apertura e chiusura, sacro e profano. Torino, la città della FIAT che è anche capitale magica ed esoterica, il cattolicesimo oppressivo delle campagne e il paganesimo delle masche che resiste ai secoli. Inevitabile che l’energia scaturita da questi contrasti si traduca in narrazioni dalle connotazioni forti.

 

 

I miei romanzi horror hanno salde radici conficcate nel profondo oscuro della mia terra. Le masche di MASCHE, il libro del comando e ifantasmi inquieti de LA MORTE MORMORA e anche il titanico complotto nazionale de IL SETTIMINO fermentano nella sommessa provincia astigiana.

Il folklore che è narrazione fantastica della nostra cultura diventa la lente che mi consente di mettere a fuoco il mio sguardo sul mondo. Esiste non una scuola ma una tendenza che guarda il Gotico piemontese e ha tra i suoi inconsapevoli seguaci diversi autori di genere tra i quali ricordo, Maurizio Cometto, Davide Mana, Luigi Musolino, Christian Sartirana e il decano Danilo Arona. Ultimamente, molti di loro e il sottoscritto si ritrovano sotto il marchio collettivo Stränper proseguire il discorso relativo alle pieghe più oscure della nostra terra.

 

Endnotes

*Cit. Il diavolo sulle colline, Cesare Pavese 1948, prima ed. Einaudi 1962

**Cit. Piemonte di frontiera, Michele Ruggiero 1995, ed. Il Punto

***Cit. Noir genere o stile? Post di Cristina Menegolli sul sito www.movieconnection.it citando la definizione di Paul Schrader

 

Note Biografiche

Fabrizio Borgio nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Figlio di anni inquieti, passa un’infanzia chiusa e taciturna sviluppando la propria fantasia e creatività aiutato da libri, fumetti e televisione. Successivamente scopre il web, innamorandosi delle sue potenzialità. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Frequenta mediocremente un Istituto tecnico, insegue una certa vocazione per le armi, trascorrendo anni nell’Esercito. Congedato, comincia a guadagnarsi da vivere passando da un mestiere all’altro, senza mai perdere di vista il suo divorante amore per la letteratura: operaio, tecnico, falegname, cantiniere, giardiniere, meccanico di scena, impiegato. Si muove irrequieto nel mondo del lavoro e scrive, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora occasionalmente con il regista astigiano Beppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero e il fantastico tout court, oltre al giallo e il noir, sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano. Non si lega morbosamente a dogmi o sicurezze. Una costante, perenne incertezza contraddistingue il suo sguardo sul mondo. Riceve un premio della giuria partecipando con un racconto breve al concorso letterario Il nocciolino di Chivasso. Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Nel 2011 incomincia a scrivere per i tipi della Frilli Editori pubblicando Masche. Nello stesso anno il libro si classifica terzo a” Lomellina in giallo”. Seguono La morte mormora e Vino Rosso sangue, primo libro dedicato all’investigatore privato delle Langhe, Giorgio Martinengo, Asti – Ceneri sepolte, Morte ad asti, sempre per i tipi della Fratelli Frilli Editori. Dal 2016 le avventure di Stefano Drago, agente speciale del Dipartimento Indagini Paranormali, iniziate con Maschee La morte mormora, proseguono la corsa con Il Settimino (Acheron Books).

 

 

A cura di Giusy Giulianini

Giusy Giulianini è nata e vive a Bologna. Legge, molto e da sempre, e scrive un po’: recensioni e interviste agli autori di narrativa giallo-noir, sua passione inveterata, e qualche riflessione personale, in veste di racconto o di romanzo. Quest’ultimo, un thriller emotivo, è fermo al Capitolo XVII e chissà se si muoverà da lì? Se si dovesse descrivere con una frase, questa sarebbe ‘I libri sono il mio peccato e i noir il mio peccato mortale’.