FEMMINICIDIO, DALLA FINZIONE AI FATTI DI CRONACA






Siamo giunti al secondo appuntamento di  DIVENTA IL PRIMO THRILLER AMBASSADOR ITALIANO E INCONTRA KARIN SLAUGHTER.

Quelle belle ragazze – Karin Slaughter

 

 

Femminicidio: dalla finzione ai fatti di cronaca.

Una delle domande più frequenti che vengono poste a un autore di romanzi, in particolar modo quando il genere da lui trattato è il thriller, è quanto il suo lavoro prenda ispirazione da fatti realmente accaduti e quanto, viceversa, pensa che la finzione descritta in un libro possa influenzare gli accadimenti, offrire spunti.

In realtà, uno scrittore è spesso solo un osservatore più attento di ciò che succede, un cronista che non si limita a un freddo racconto dei fatti ma che riesce a farli propri, ad analizzarli e trasformarli in una storia in grado di far venire a galla anche stati d’animo, conseguenze emotive e meccanismi di difesa da ciò che un sentimento potente può scatenare.

“Quelle belle ragazze”, che affronta in modo originale e toccante il tema della violenza sulle donne, si apre con il racconto di tre vicende parallele, all’apparenza scollegate da un punto di vista pratico, ma unite da un comune denominatore: il dolore che non riusciamo a superare, quello talmente forte da tenerci ancorati al passato come palloncini legati a un sasso.

Un padre continua per anni a scrivere lettere alla figlia scomparsa e mai ritrovata; Claire, con un matrimonio perfetto e una situazione economica invidiabile, ha chiuso i rapporti con la sorella maggiore che aveva tentato di metterla davanti a una realtà troppo scomoda da affrontare; Lydia è riuscita a disintossicarsi da alcolici e droghe pesanti nella cui dipendenza era precipitata dopo la perdita della sorella maggiore, e sta tentando faticosamente di rifarsi una vita equilibrata.

 

L’autrice non ha fretta di rivelarci cosa accomuni le tre storie e le descrive con un’abilità tale da far emergere solo l’elemento che le tiene davvero unite, non solo tra loro, ma a migliaia di altre vicende analoghe: la sofferenza successiva a una grave perdita, che annienta chi deve affrontarla trasformandolo proprio in quella sofferenza, rendendolo capace di riconoscersi solo in essa. Ed è questo il messaggio che Karin Slaughter vuole farci arrivare attraverso il suo romanzo: il dolore può annientare al punto da rendere uguali a chiunque altro, a riconoscersi solo in esso, traendone a volte una sorta di inspiegabile consolazione.

 

Il tema della violenza sulle donne è uno dei più affrontati dalla cronaca nera così come dagli autori di thriller, ma Karin Slaughter, con questo bel romanzo che va oltre il suo genere arrivando a fare una capace psicologia delle reazioni umane, riesce ad affrontarlo analizzandolo da un punto di vista diverso: quello di coloro che restano in vita, i genitori, le sorelle, i fratelli, gli amici di quelle belle ragazze che non ci sono più, quelli di cui la cronaca vera parla in modo marginale, come se non fossero anch’essi vittime al pari di chi ha perso la vita o è scomparso nel nulla.

Invece, l’autrice, con una capacita descrittiva invidiabile, ci dice che a scomparire non è solo chi viene sottratto con la forza ai propri affetti per non farvi più ritorno, ma trascina via con sé decine di altre persone, nega il futuro a chi resterà segnato da una sofferenza inspiegabile, distrugge famiglie e rende incapaci di formarne di proprie, di dare ancora fiducia ai sentimenti buoni.

Durante la lettura, capita spesso di riflettere che le vere vittime siano altre, quelle che muoiono ogni giorno un po’, che non si rassegnano a una perdita, perché accettarla, mettere ordine negli oggetti di chi è scomparso, cancellare a poco a poco i suoi ricordi, appare come accettare che non esista più, legittimare la sua perdita, rinunciare all’unica cosa che quella perdita non è riuscita a strappare via: il diritto di soffrire.

 

La capacità di fare introspezione dell’autrice è notevole, rende partecipi senza nulla togliere alla tensione crescente a mano a mano che la lettura prosegue. E proprio quando la storia raggiunge l’epilogo e i misteri vengono svelati, la Slaughter fa di nuovo venire a galla i sentimenti, prepotenti, generando un’empatia che è impossibile non provare con quel padre che tanto ha sofferto e che è scomparso anni fa, prima di sapere dove fosse finita sua figlia.

 

Così facendo, Karin Slaughter riesce a rispondere anche a quell’interrogativo che genera curiosità in chi legge: cosa unisca o separi la realtà dalla finzione, fino a che punto si influenzino l’una con l’altra.

Realtà e finzione ci appaiono due facce della stessa medaglia, dove la prima è una fredda cronaca dei fatti e la seconda è il tumulto di pensieri e sentimenti che quei fatti provocano. Ma quei sentimenti sono così forti e distruttivi, addirittura più dei fatti che li hanno scatenati, da far talvolta apparire un romanzo più veritiero di una cronaca dettagliata. Perché non è mai ciò che accade a fare la differenza, a uccidere o lasciarci capaci di andare avanti; bensì, è ciò che proviamo a determinare la nostra fine così come una rinascita.

 

STOP ALLA VIOLENZA

 

L’autrice, ponendo un occhio attento su tutti i fantasmi sopravvissuti a quelle belle ragazze ormai scomparse, ci invita a riflettere su questo punto, a ricordare che il male fatto ha solo inizio con la persona che lo subisce, che quando i riflettori si spengono su un evento ormai concluso, c’è qualcuno che resta, che tenta di andare avanti, di sopravvivere a chi lo invita ad accettare di non potere avere nemmeno una tomba su cui piangere, regalandogli una comprensione che inizia e si esaurisce nel misero spazio che la cronaca regala a un evento terrificante.

 

Kate Ducci (Radix)

 

Kate Radix è autrice dei thriller “Le conseguenze” “Le apparenze” e “Le identità” e dell’antologia “La verità è una bugia”, una raccolta di quattro racconti di generi che spaziano dal thriller al fantastico.