Intervista a HEATHER MORRIS




A tu per tu con l’autore

 

 

A tu per tu oggi vi propone un’ emozionante intervista a Heather Morris, autrice di un libro di memoria storica, Il tatuatore di Auschwitz. La storia di Lale Sokolov, raccolta dalla Morris e raccontata in un romanzo molto toccante, che ognuno dovrebbe leggere, affinché gli orrori del passato non si ripetano più.

 

 

1) Per raccontare la sua storia Lale ha voluto una scrittrice non ebrea, non ho capito il perché, ce lo può spiegare?

Per Lale era importante che lo scrittore della sua storia non avesse legami o esperienze familiari legate all’Olocausto, che potessero influenzare il suo racconto. Io sono cresciuta nella Nuova Zelanda rurale dove vivevano pochissimi ebrei, ciò mi rendeva perfetta per questo compito: fare le mie personali ricerche per trovare fatti a sostegno della sua memoria, e trarre le mie conclusioni in modo imparziale quando la storia e la memoria andavano di pari passo oppure contrastavano tra di loro. Ho constatato con grande tristezza, che  le mie ricerche coincidevano con gli eventi che aveva visto e vissuto. Gli orrori che visse con Gita non erano i ricordi confusi di un uomo anziano. Vi dirò che ho anche superato il test del cagnolino – Lale aveva due cani, uno della taglia di un piccolo pony e l’altro più piccolo del mio gatto. Quando mi hanno portato una pallina da lanciargli, così che potessero infilarsi tra i mobili e farsi strada per riportarmela, Lale ha deciso che ero la persona giusta alla quale affidare la sua storia.

 As a narrator for his story, Lale wanted  a not Jewish writer. I didn’t understand why. Can you explain it us?

It was important to Lale that the writer of his story not have any baggage or family connection to the Holocaust that could influence the telling of his story.  With my background of growing up in rural New Zealand where very few Jewish people lived, he felt I was perfect to hear his story; do my own research to find the facts to support his memory, and come to my own unbiased conclusions of where history and memory waltzed in step or strained and parted.  It was with considerable sadness that my research matched the events he witnessed and experienced.  The horrors he and Gita lived through were not the confused memories of an elderly man. I have to also admit, I passed the doggie test – Lale had two dogs, one the size of a small pony, the other smaller than my cat.  The day they gave me the ball to throw so they could bound over the furniture, crashing their way to retrieve it, Lale decided I was the right person to record his tale.

 

 

 

2)  Se Gita fosse stata viva al momento della stesura del romanzo cosa le avrebbe chiesto? Ci sono delle cose che avrebbe voluto sapere direttamente da lei?

Di descrivere meglio la condizione in cui vivevano le donne. Scoprire quanto abbia influito su di lei, il peso emotivo di vivere ogni giorno imprigionata. Mi sarebbe piaciuto moltissimo poter avere dettagli sulle conversazioni tra le ragazze, che dormivano anche in 4 o 5 su quei letti a castello. I dettagli del mio libro vengono da lei, da un video in cui anni prima aveva registrato la sua testimonianza, ma era priva di emozioni, molto concreta a centrata sui fatti. In realtà Gita potrebbe non aver detto poi molto, era estremamente riservata riguardo a quel periodo della sua vita, anche con suo figlio, con il quale si rifiutava di parlarne.

If Gita would have been alive during the drafting of the novel, what would you have   asked her? Are there things that you would have wanted to know directly from her?

To describe better the conditions the females lived in.  To uncover the emotional toll imprisonment under these circumstances played out with her on a daily basis.  I would very much like to have known details of the conversations the girls had as they huddled together 4 or 5 to a bunk bed at night.  The details in my book do come from her, a video tape she made recording her testimony of that time but it was unemotional and more factual with details.  In reality Gita might not have told very much at all.  She was very closed regarding this time of their lives, even to her son who she refused to talk to about it.

 

 

 

3) La storia di Lale e Gita inizialmente era pensata come sceneggiatura per un film, cosa l’ ha portato a scriverne un libro, considerato che sarebbe stato il suo primo romanzo?

La sceneggiatura c’è ancora, e in questo momento stiamo considerando di svilupparla. Io ci ho provato per molti anni a trasformarla in un film, pensando anche di legarmi ad una compagnia cinematografica di Melbourne per quattro anni. Ma senza una società di produzione in grado di realizzarlo, e senza altri scritti da poter usare, forse, semplicemente, non era una cosa per me. Ero molto frustrata ed ho deciso di andare San Diego in California, per passare un po’ di tempo con mio fratello e mia cognata. E’ stata proprio lei  che mi ha rimproverata dicendomi “Santo cielo scrivilo come fosse un libro”. E stato come se mi si fosse accesa una lampadina. Ho passato anni ad imparare a scrivere sceneggiature e non avrei mai pensato di essere in grado di scrivere un libro, ma ho fatto il grande passo, ed eccomi qui. Mi sono ritirata nella casa di vacanza di mio fratello, a Big Bear, California ,per un mese, da sola in pieno inverno, e parafrasando un altro noto neozelandese  Sir Edmund Hilary “Ho buttato giù il bastardo”. [Hedmund Hilary fu il primo a scalare l’Everest nel 1953, e una delle sue citazioni più famose dopo l’impresa, rivolta al suo compagno di spedizione George Lowe, fu proprio  ‘I knocked the bugger off’, cioè “Ho buttato giù il bastardo”]

Lale and Gita’s story at the beginning was meant as a script for a movie. What did you lead to write a book about it, considering that it would have been your first novel?

The screenplay remains and is under consideration for development as I write.  I had tried for several years to get it developed, including having it optioned by a Melbourne Film Company for four years.  Without access to production companies capable of making this happen, and not having had any other scripts developed, it just wasn’t happening for me.  Frustrated I headed to San Diego California to spend time with a brother and sister-in-law.  It was my sister-in-law who chastised me and said ‘for goodness sake just write it as a book’.  This was like a light-bulb going on for me.  I had spent many years learning the art of screenwriting. I never considered myself worthy of writing a novel.  But I took the plunge, and here we are. I moved into a holiday house they owned on Big Bear Mountain in California for a month, by myself, in the middle of winter, and to paraphrase a fellow New Zealander, Sir Edmund Hilary ‘I knocked the bugger off’.

 

 

 

4) Cosa ha significato per lei a livello personale e professionale scrivere la storia de “Il tatuatore di Auschwitz”?

Beh, come si dice, ho raggiunto un obiettivo, come autrice sono stata pubblicata ed ho firmato un contratto per il mio prossimo romanzo. Questo è l’aspetto professionale del libro. Quello personale è completamente differente. La notte in cui Lale è morto, ho stretto la sua mano e gli ho detto che sarebbe stato bello per lui, potersi ricongiungere a Gita, e che non avrei mai smesso di provare a raccontare la sua storia. Una settimana fa, sono andata a visitare le loro tombe e gli ho detto “ho mantenuto la mia promessa”. Con un immenso orgoglio sono riuscita a portare la loro storia in molti paesi, che mi hanno onorata pubblicando il mio libro.

What did mean to you, both professionally and personally , to write the story of “The Tattooist of Auschwitz”?

Well, as they say, ‘I now have one under my belt’.  I am a published author and I have signed a contract to write my next novel.  That’s the professional aspect of the book.  The personal, now that’s way different.  On the night Lale died I held his hand, told him it was fine for him to now go and join Gita and that I would never stop trying to tell his story.  A week ago I visited Lale and Gita and told them ‘I’ve kept my promise’.  It is with an immense sense of pride that I have been able to bring the story of Lale and Gita to the many countries, who have humbled me by publishing.

 

 

 

5) Lale dopo tanti anni decide di parlare della sua storia e di quella di Gita nel campo di concentramento di Auschwitz in modo da “non ripetersi più”. Crede davvero che continuare a raccontare storie di questo tipo sotto forma di libro o  film serva a fare in modo che la storia non si ripeta ?

Oh quanto vorrei che fosse così. Purtroppo la nostra società non ha imparato molto dalla storia. E’ meglio che non inizi a parlarle di ciò che penso sui terribili eventi che ancora accadono oggi, in diversi paesi del mondo, contro innocenti. Lale era un eterno ottimista, e in parte lo sono anche io. Possiamo solo continuare a sperare e sperare.

Many years after Lale decided to tell his  story and Gita’s one in Auschwitz’s internment camp so just “don’t let it happen again”.  Do you really believe that going on to tale this kind of stories in books and movies, could ensure that history  will not repeat itself?

Oh how I wish that was the case.  Sadly it seems we as communities, don’t learn histories lessons very well.  Best you don’t get me started on my opinions about the horrific events still taking place today, to innocent people in too many countries.  Lale was the eternal optimist, and for a large extent so am I.  We can but keep wishing and hoping.

 

 

6)  Conosce il genere thrillernordico? Apprezza qualche autore in particolare?

Mi viene subito in mente Stieg Larsson. Lo adoro, e adoro le sue storie, ma chi potrebbe mai dimenticare il meraviglioso romanzo di Peter Høeg, Il senso di Smilla per la neve?

Do you know nordic thriller? Which Author do you particularly like?

Stieg Larsson comes immediately to mind.  Love, love his stories, and who could ever forget the wonderful Peter Høeg story ‘Miss Smilla’s feeling for Snow’.

Heather Morris

A cura di Ilaria Bagnati

(Traduzione a cura di Manuela Fontenova e Sabrina De bastiani)

Di Heather Morris su THRILLERNORD:

IL LIBRO – Il cielo di un grigio sconosciuto incombe sulla fila di donne. Da quel momento non saranno più donne, saranno solo una sequenza inanimata di numeri tatuati sul braccio. Ad Auschwitz, è Lale a essere incaricato di quell’orrendo compito: proprio lui, un ebreo come loro. Giorno dopo giorno Lale lavora a testa bassa per non vedere un dolore così simile al suo finché una volta alza lo sguardo, per un solo istante: è allora che incrocia due occhi che in quel mondo senza colori nascondono un intero arcobaleno. Il suo nome è Gita. Un nome che Lale non potrà più dimenticare…