Hotel Silence



( Recensione di Mirella Facchetti)


Autore: Audur Ava Olafsdòttir

Editore: Einaudi

Traduttore: S. Rosatti

Genere: Narrativa

Pagine: 188

Anno di pubblicazione: 2017

 

 

SINOSSI

Jónas ha quarantanove anni e un talento speciale per riparare le cose. La sua vita, però, non è facile da sistemare: ha appena divorziato, la sua ex moglie gli ha rivelato che la loro amatissima figlia in realtà non è sua, e sua madre è smarrita nelle nebbie della demenza. Tutti i suoi punti di riferimento sono svaniti all’improvviso e Jónas non sa piú chi è. Nemmeno il ritrovamento dei suoi diari di gioventú, pieni di appunti su formazioni nuvolose, corpi celesti e corpi di ragazze, lo aiuta: quel giovane che era oggi gli appare come un estraneo, tutta la sua esistenza una menzogna. Comincia a pensare al suicidio, studiando attentamente tutti i possibili sistemi e tutte le variabili, da uomo pratico qual è. Non vuole però che sia sua figlia a trovare il suo corpo, e decide di andare a morire all’estero. La scelta ricade su un paese appena uscito da una terribile guerra civile e ancora disseminato di edifici distrutti e mine antiuomo. Jónas prende una stanza nel remoto Hotel Silence, dove sbarca con un solo cambio di vestiti e la sua irrinunciabile cassetta degli attrezzi. Ma l’incontro con le persone del posto e le loro ferite, in particolare con i due giovanissimi gestori dell’albergo, un fratello e una sorella sopravvissuti alla distruzione, e con il silenzioso bambino di lei, fa slittare il suo progetto giorno dopo giorno…

 

RECENSIONE

Due cose mi hanno subito attirata di questo libro: il titolo che già, per me, aveva tutti i crismi di una poetica promessa e la copertina con quel rosso che spicca.

Un colore, immagino, non scelto a caso e che riempie il libro della sua presenza.

Dopo una prima parte scorrevole, ma che non mi ha colpito in modo particolare, ecco dispiegarsi, nella seconda parte, in tutta la sua forza, la promessa poetica che avevo ravvisato nel titolo.

Il ragionamento che porta il protagonista a scegliere l’hotel Silence è lineare e impeccabile (dal suo punto di vista): voglio uccidermi, la mia vita, per come la conoscevo, non esiste più, ma non voglio che sia mia figlia (o meglio, quella che credevo essere mia figlia; ecco uno dei motivi per cui voglio farla finita) a trovare il mio corpo e allora, per l’atto finale, scelgo un luogo che è appena uscito da una guerra, un luogo sconvolto, un luogo dove “un corpo in più” non fa la differenza.

Ma, come sempre, la Vita se ne frega dei nostri discorsi inappuntabili.

Perché noi spesso ce le raccontiamo, ci facciamo grandi discorsi, ma poi tra la decisione e l’azione interviene Lei, la Vita, che si mette in mezzo dandoci nuove opportunità. Questa opportunità per Jónas si chiama, appunto, “hotel Silence”, con i suoi gestori delineati splendidamente dall’autrice. Bellissimo, in particolare, il personaggio di Maì.

È un libro duro, c’è desiderio di morte e c’è, sullo sfondo, la morte causata dalla guerra, ma, nonostante questo – ed è qui la sua forza – è un romanzo di speranza, di voglia di rinascita e di una rinascita, quella del protagonista, per lui inaspettata e, alla fin fine, a pensarci bene, nemmeno cercata. Ecco qui, appunto, la Vita che cambia i nostri piani.

È poetico vedere come la sistemazione/riparazione da parte del protagonista di oggetti vari (all’interno dell’hotel e non solo) accompagni, piano piano, la ricostruzione dell’uomo. Ricostruzione materiale, metafora di una ricostruzione dell’anima. Così come è poetico, che sia proprio la cassetta degli attrezzi, portata da Jónas come strumento utile per perseguire le sue finalità suicide, ad aprirgli la strada verso la rinascita.

Io ho un debole per le citazioni, ma per questo libro dovrei richiamare troppi momenti.

Mi limito a riportarne due. Lo spaesamento iniziale del protagonista, reso benissimo con una semplice frase:

Da questa parte ci sono io e dall’altra il mio corpo. Entrambi estranei allo stesso modo”.

E poi, la svolta, il cambiamento, contenuto in un messaggio per la figlia:

“Ci sono ancora. Sono ancora qui”.

Consigliatissimo.

 

 

 

Audur Ava Ólafsdóttir


Nata a Reykjavik nel 1958, ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. In Italia ha pubblicato Rosa Candida (Einaudi, 2012), La donna è un’isola (Einaudi, 2013), L’eccezione (Einaudi, 2014) e Il rosso vivo del rabarbaro (Einaudi, 2016). Rosa candida è stato finalista al Prix Fémina e ha vinto il Gran Prix des lectrices de Elle, il Prix Page des Libraires 2010, il Prix des libraires du Québec e il Prix des Amis du Scribe 2011. Hotel Silence (Einaudi 2018) ha vinto l’Icelandic Literature Prize ed è stato eletto Libro dell’anno 2016 dai librai islandesi.