LINEA GOTICA: HOWARD PHILLIP LOVECRAFT




A cura di Alessandro Chiometti

Autore di alcuni romanzi e di molti racconti brevi, cura con l’Associazione Civiltà Laica di cui è presidente la Direzione Artistica del Terni Horror Fest

 

 

 

Dopo i maestri storici dell’ottocento come Edgar Allan Poe, Mary Shelley, Bram Stoker preceduti da Walpole e il suo “Il castello di Otranto” il genere horror ha trovato una sua prima struttura con l’opera di Howard Phillip Lovecraft.

H.P. Lovecraft

Si può infatti dire senza il minimo di dubbio che Lovecraft è stato per l’horror e la letteratura gotica ciò che J.R.R. Tolkien è stato per il genere fantasy.

Lo scrittore di Providence dello stato Usa del New England in soli quarantasette anni di vita (1890-1937) ha segnato profondamente la letteratura gotica ed è una delle figure più sfuggenti e difficilmente catalogabili della storia letteraria.

Razzista e convinto sostenitore della purezza inglese (secondo lui la guerra dell’indipendenza dalle colonie non sarebbe mai dovuta avvenire), di famiglia fortemente reazionaria, disprezzava le rivoluzionarie idee di Marx, Darwin e Freud di cui si diceva sicuro che i loro errori sarebbero venuti presto fuori.

Ma poi, assistendo alla disastrosa crisi del 1929 cambiò quasi totalmente idea, appoggiando il New Deal di Roosevelt e ipotizzandosi anche favorevole anche ad un Partito Socialista illuminato.

Convintamente ateo, nelle sue opere la divinità ricorre in modo frequente ma sempre sotto la veste del male assoluto. I suoi “Grandi Antichi”, immonde e immense divinità del passato intrappolate nel pianeta Terra o nel nostro sistema solare dagli “Dei Esterni”, rappresentano tutto il suo odio verso eventuali esseri superiori.

Il terrore ancestrale suscitato dall’ascoltare le sue descrizioni, sempre assolutamente incomplete, di Chtulu e degli altri Grandi Antichi rappresentano l’apice, forse inarrivabile, della paura suscitata dal non detto. Infatti il messaggio di H.P. Lovecraft in buona parte dei suoi racconti è chiaro: “non te lo posso dire cosa ha visto il mio protagonista perché altrimenti impazziresti come lui”.

Questa formula è ripetuta più volte: dal terrificante racconto “I topi nel muro” al geniale “Le montagne della follia”, fino all’indimenticabile “Il modello di Pickman” in cui uno scrittore dipinge cose così tremende da suscitare molto più dell’orrore in chi li guarda.

Un suo mecenate gli chiede di mostrargli il suo segreto e questi lo trascina in una discesa misteriosa nei sotterranei di Londra durante la quale vede cose sempre più misteriose e oscene apparire e scomparire dai muri fino ad arrivare alla cantina segreta del Pickman.

Quando questo imprudente mecenate risalirà, fuggendo via da quell’abisso (uno dei pochi protagonisti delle storie lovecraftiane a non aver perso il senno) riuscirà ad avvertire i suoi amici di non andare più alle mostre di Pickman, perché i suoi quadri non sono opere di fantasia ma ritraggono mostruosi esseri realmente esistenti nel sottosuolo.

L’influenza di H.P. Lovecraft sulla letteratura horror è illimitata, forse non c’è scrittore o regista del genere negli ultimi cinquant’anni che non metta Lovecraft fra i suoi punti di riferimento.

 

E parlando di genialità, non è un caso che il film horror più originale degli ultimi anni “Quella casa nel bosco” (coloro che non vogliono vederlo a causa del titolo volutamente banale non sapranno mai cosa si perdono) abbia un finale tutto dedicato a Lovecraft ed ai suoi Grandi Antichi con sua maestà Sigourney Weaver nel ruolo di una sacerdotessa molto, ma molto particolare.

 

 


Le montagne della follia

Il Saggiatore ripropone questo classico in una traduzione finalmente completa, che rifugge la tentazione di ricondurre a una mal compresa «piacevolezza» lo stile ossessivo, tassonomico, rituale di Lovecraft.

 

Autore: Howard Phillip Lovecraft

A cura di A. Morstabilini

Editore: Il Saggiatore

Collana: La cultura

Pagine: 206

Data pubblicazione: 11 gennaio 2018

 

 

Le montagne della follia” di Howard Phillips Lovecraft racconta il catastrofico esito di una spedizione nelle profondità inesplorate del continente antartico. Farnsworth Wright rifiutò di pubblicare l’opera su “Weird Tales” perché, a detta dell’editore, troppo lunga.

L’orrore, per stereotipo, necessita di poche molecole di azoto, di respiri corti, mutili, di un sentimento di morte improvvisa accompagnato da brevi, fulminanti agonie: chi potrebbe sopportare uno spavento protratto oltremisura nel tempo? E invece tra le montagne della follia l’eco della paura si centuplica di grotta in grotta, e la resistenza dei personaggi e del lettore è spinta al limite della sopportazione.

Nella sua prosa l’orrore opera sempre nella stanza accanto, senza fare ostaggio di testimoni oculari; riempie le tubature e si riverbera fonicamente tra le pareti (Tekeli-li! Tekeli-li!), in un linguaggio nero che esisteva già prima del linguaggio umano e della parola, e che l’uomo non può decifrare; emana miasmi intollerabili e sconosciuti; lascia tagli ed escoriazioni ovunque. Ma non si vede. O almeno, non si vede mai del tutto: si cela nei cunicoli, dietro rocce cadute, al fondo di abissi glaciali.

Così si compone il paesaggio delle “Montagne”, dipinto da un pittore alieno: in un simile sacro bosco, sovrumano, dove catene montuose di ardesia precambriana si alzano fino all’orlo inimmaginabile del pianeta, l’uomo diventa cacciagione, preda, o addirittura campione scientifico da sezionare e notomizzare, crudamente, come un esemplare di animale raro appena scoperto. La geografia antartica descritta da Lovecraft, però, è anche e soprattutto una geografia interiore, di certe latenze oniriche castrate dal meccanismo di rimozione, in cui una potenza cosmica anteriore al Cretaceo o all’Eocene – e a qualsiasi categoria temporale postulabile dall’umana ragione – imperversa originando forme inaudite, abissi impercorribili, vette impossibili da scalare. E agguanta e annichila tutto ciò che le si para davanti.