Il cacciatore di orfani




Recensione di Giuditta Pontini


Autore: Yrsa Sigudardòttir

Traduttore: Stefano Massaron

Editore: Mondadori Libri S.p.a Milano

Genere: Giallo, Thriller

Pagine: 408

Anno di pubblicazione: 2018

 

 

 

SINOSSI. Siamo a Reykjavik, nella fredda Islanda. Tutto sembra scorrere tranquillo fino a quando, in una mattinata d’inverno come tante altre, il Detective Huldar si vede assegnare il suo primo caso veramente importante. Tanto importante, quanto macabro. Sì, perchè quello che ha turbato la monotonia di un tranquillo quartiere residenziale alla periferia della città, non è un omicidio come tanti altri. Una giovane donna, madre di tre bambini, è stata trovata uccisa in una maniera tanto crudele, quanto insolita. La figlioletta di sette anni, traumatizzata, ha assistito all’omicidio, ed ora è sotto schock. Con l’aiuto della Psicologa Freyja, specializzata in traumatologia infantile, il detective Huldar dovrà cercare di scoprire tutto il possibile sull’assassino. Tutto, ed anche nel minor tempo possibile. Perchè, fra il macabro modus operandi utilizzato e gli strani messaggi in codice lasciati sul luogo del delitto, l’assassino si è anche premurato di comunicare alla sua piccola testimone una cosa: c’è un’altra donna che gli deve qualcosa…c’è un’altra donna che deve soffrire….chi è l’assassino? Perchè questa brutalità? Perchè uccidere in questa maniera una giovane donna dal passato e dal presente irreprensibili? Un intreccio impensabile, un viaggio a ritroso in una mente che non funziona come tutte le altre. Sì, perchè la mente di un assassino è in grado di muoversi attraverso fili e collegamenti che sono incomprensibili ai più. E Huldar e Freyja si rendono conto che, a volte, l’unico modo per fermare il male è specchiarcisi dentro…

 

 

RECENSIONE

Vorrei iniziare la mia recensione premettendo che questo libro ha scatenato in me un sentimento ambivalente. All’inizio, non nascondo che non ne ero affatto entusiasta. Poi ho lentamente iniziato a ricredermi. Trovo che questo libro sia di una particolarità estrema. Perché si apprezza maggiormente a posteriori, una volta terminato. Lo stile dell’autrice è molto, molto particolare. Questo libro è un giallo-thriller che però non ha il classico ritmo incalzante che ti tiene sulle spine. Al contrario, esso è tranquillo, anche grazie alla presenza di descrizioni molto dettagliate.

All’inizio, l’impatto con questa modalità narrativa può risultare “deludente”, e/o incomprensibile, perché sembra non sposarsi con la trama e con l’argomento trattato nel libro. In realtà, ne costituisce la particolarità fondante. Questa storia, pur essendo solamente una storia, è pregna di un realismo impressionante. Credo che l’autrice abbia volutamente utilizzato uno stile “ slow”, per evidenziare il fortissimo contrasto fra il mondo ribaltato, oscuro e intensamente crudele di un assassino e il “mondo di fuori”, un mondo che, spesso, non è né particolarmente movimentato, né particolarmente colorato.

Una persona è morta in una maniera orribile, ma le piccole vite di tutti i piccoli altri continuano, nonostante tutto. E sono vite normali, di persone normali, spesso al limite dell’anonimo.

È per questo motivo che, all’inizio, il lettore rimane profondamente spiazzato. Perché non ti aspetti, leggendo un libro, di trovarci dentro due dimensioni: quella surreale-gotico/letterario/fantastica di una storia, e quella normale, di personaggi che hanno caratteristiche simili a quelle delle persone reali. Piccole persone con le proprie debolezze e i propri punti di forza. Mi sono ritrovata a pensare che io, fra qualche anno, potrei benissimo essere Elìsa, la donna uccisa. Una giovane madre con bambini, con un matrimonio normale, una vita normale, un lavoro normale.

Ma potrei anche essere Karl, lo studente universitario nerd e insoddisfatto, dalla vita piatta e con poche amicizie. Questa ambivalenza narrativa porta inevitabilmente anche un’ambivalenza di sensazioni nell’immaginario del lettore. Dapprima lo allontana ma, poi, lo avvicina a tutti i personaggi della trama in maniera molto forte, gli fa provare le loro sensazioni, fa nascere nel lettore interessanti spunti di riflessione. La vita reale non è quella dell’eroe. Le persone non sono perfette e spesso si rendono conto di dover essere grate per essere vive solamente quando è troppo tardi. Fra tutti i personaggi, quello per il quale questa realtà diventa evidentissima è proprio Karl, che riesce a godere delle piccole cose solamente alla fine.

E come non affezionarsi poi ad Huldar? È l’anti-eroe per eccellenza, un poliziotto normale, non un mostro con un grande intuito. È un uomo comune, che combina anche pasticci sentimentali; è una persona che fa il suo lavoro al meglio, basandosi sui pochi elementi che ha a disposizione.

Interessantissimo il contrasto fra i capitoli a scorrimento “lento-normale” e quelli in cui l’autrice descrive la brutalità degli omicidi, in cui la scrittura è molto marcata, le frasi più brevi e taglienti, il ritmo incalzante e veloce, la descrizione delle sensazioni delle vittime immediata, quasi telegrafica, a rimarcare la velocità che tutto acquista quando il pericolo è imminente, quando la tua vita sta per finire. E la vittima non sa neanche il perché.

Altra perla letteraria: il disegno dell’assassino ha una doppia dimensione; ha un senso perfetto nella sua mente, non ha oggettivamente senso nella realtà.

Ben costruito il caso, con l’introduzione di un preziosissimo sviamento di trama che tiene il lettore nel dubbio fino alla fine. Elemento ben studiato e strumento poi utilizzato per il colpo di scena finale. Un’autrice sicuramente molto più sottile di tanti altri, ma non per questo meno apprezzabile.

 

Yrsa Sigurdardottir su THRILLERNORD

Yrsa si è diplomata alla Mentaskólinn di Reykjavík nel 1983 e successivamente è diventata ingegnere. Scrive dal 1998 sia libri per bambini che thriller. In Italia ha pubblicato i romanzi Il cerchio del male, Mi ricordo di te,  Cenere e Il cacciatore di orfani.