IL DELITTO DEL LUOGO: ANGELA CAPOBIANCHI E PESCARA



A cura di Giusy Giulianini

Giusy Giulianini è nata e vive a Bologna. Legge, molto e da sempre, e scrive un po’: recensioni e interviste agli autori di narrativa giallo-noir, sua passione inveterata, e qualche riflessione personale, in veste di racconto o di romanzo. Quest’ultimo, un thriller emotivo, è fermo al Capitolo XVII e chissà se si muoverà da lì? Se si dovesse descrivere con una frase, questa sarebbe ‘I libri sono il mio peccato e i noir il mio peccato mortale’.


 

Lo sguardo di Angela Capobianchi, maestra indiscussa di opere cui appartiene ben di più la dignità di romanzo psicologico che la dimensione di racconto di genere, ritrae una Pescara osservata con sguardo affettuoso di figlia incupito però dal crudo realismo di una lunga carriera forense. L’autrice contribuisce a dipingere – con la fredda maestosità del Tribunale vecchio. La densa oscurità di quelle sue pinete distese in riva al mare, le ambigue colonne del suo Liceo classico, tra nitore razionalista e fasto imperiale – la significativa geografia di un Italia del crimine, tra ombra e sentimento.

 

 

“Pescara è la mia città. Qui sono nata e cresciuta ed è qui che – se dipenderà da me – finirò i miei giorni. Non c’è luogo al mondo che mi sia più caro, e devo ammettere che sull’argomento sono sempre stata piuttosto reattiva. Quando qualcuno si lascia sfuggire che Pescara è in Molise, o magari nelle Marche, mi innervosisco. E se qualcun altro ne parla con sufficienza o distacco, mi infurio. Mentre, al contrario, vado in sollucchero quando posso mostrarla a chi vi arriva per la prima volta, vantandomi del suo mare, della sua pineta, del suo cibo, della sua straordinaria animazione, come una madre si vanta di una figlia. Una madre poco obiettiva e restia ad ammetterne i limiti e i difetti? Può darsi, ma tant’è.

 

Un tale incondizionato (e cieco!) amore poteva forse restare fuori dai miei romanzi?

Certo che no, così come non ne resta fuori niente che riguardi la mia vita presente, passata e sperabilmente futura.

Il Tribunale de Le Ragioni del Lupo, ad esempio, è quello che ho frequentato io da avvocato per lunghi anni: la porta a vento, la sede del Consiglio dell’Ordine, il grande atrio d’ingresso sono pressoché uguali a quelli reali. E anche se oggi Pescara ha un nuovo e modernissimo Palazzo di Giustizia, nel mio cuore e nella mia memoria il Tribunale resta sempre quello della vecchia struttura, con me alle prime armi ad arrancare su e giù per l’atrio con la borsa appesantita dai fascicoli o, con i colleghi giovani come me, in cima alle scale esterne a discutere di cause, a commentare le sentenze, o a scherzare e raccontare barzellette.

Quel Tribunale, dove ho mosso i primi passi lungo una strada professionale che a ripensarci mi sembra lunghissima, è lo stesso che compare ne I giochi di Carolina: anche Carolina – guarda caso – è un avvocato, e ogni mattina va in udienza percorrendo uno dei viali più belli della città, intitolato alla Regina Margherita, con i suoi pini secolari e il piccolo parco Florida dove i nonni si riposano sulle panchine mentre i nipotini calciano i palloni.

E vogliamo parlare del mare?

Come tutti i pescaresi, io ce l’ho nel sangue, nell’anima e nella testa. E ce l’ho praticamente sotto casa. I pescaresi sanno che il loro mare è un privilegio: ai primi soli primaverili, in pochi minuti a piedi o in macchina riescono a essere lì, nella spiaggia lunga e calda su cui è sdraiata la città, con la faccia al sole. E infatti sono abbronzati per quasi metà dell’anno. Il loro è un mare placido e rassicurante, dove i bambini sguazzano e giocano, le signore camminano chiacchierando con l’acqua ai polpacci, e si ha la sensazione che “si tocchi” sempre.

È il mare di Esecuzione, che accetta di condividere il suo ruolo di protagonista di molte scene del libro con un’unica comprimaria: la pineta. Profumata e rilassante, con le altalene, le panchine e i cani che scorrazzano zigzagando fra gli alberi, mentre i loro padroni fanno jogging con gli auricolari e gli occhiali da sole.

E poi c’è lo storico liceo classico d’Annunzio. Ne La discendenza si chiama ‘Giustiniano’, per amore di fiction e perché si discosta dall’originale in alcuni particolari. Però, in definitiva, è proprio il mio liceo, testimone di anni emozionanti e cruciali come solo quelli dell’adolescenza sanno essere.

Il Tribunale, il liceo, il mare, la pineta, i viali: la mia Pescara, solare e luminosa come in una bella cartolina.

Eppure io la racconto in tutti i miei romanzi in una chiave diversa.

Gli animati e operosi corridoi del Tribunale diventano di colpo deserti, bui e sinistri; il mare dai bassi fondali sabbiosi si solleva all’improvviso, rabbioso e schiumante, in onde assassine; la bucolica pineta si ammanta di tenebre affollate di ombre e il suo fogliame si tinge di sangue; il liceo si popola di presenze oscure e maligne.

Purtroppo i miei occhi funzionano così. Vedono il giallo e vedono il nero dappertutto. Non c’è realtà, nemmeno quella più familiare, che in certi momenti non mi sembri minacciosa e piena di pericoli.

Questo accade perché sono convinta che niente e nessuno siano immuni dal Male. Nemmeno la mia Pescara, un po’ madre e un po’ figlia. Nemmeno i miei ricordi più felici. Nemmeno io.

Perciò, scrivendo, io il Male lo anticipo e lo prevengo. Lo catturo e lo imprigiono nella pagina scritta. E lo lascio lì, di sale come la moglie di Lot, sperando che vi resti.

È uno stratagemma, lo so, un esorcismo momentaneo che funziona solo per il tempo di un libro. Ma in quel piccolo lasso di tempo posso illudermi che almeno qui, dove vivo io, non possa mai succedere niente”.

Angela Capobianchi