Il delitto del luogo. Calabria Noir di Enrico e Roberto Cameriere




CALABRIA NOIR

 

 

Due calabresi doc, Enrico e Roberto Cameriere – esperto di cinema il primo, antropologo forense il secondo – ci raccontano una terra sospesa tra passato e presente, mare di blu profondi e aspre montagne, sapori e profumi stordenti, conflitti irrisolti. Uno scenario ipnotico che fa da sfondo al loro romanzo “Barricate”, immutabile nei secoli eppure non sempre riconoscibile, dove, in modo del tutto inatteso, sono a volte le ossa, di cadaveri antichi o recenti, a raccontare una storia che porta con sé profumi e contraddizioni di una terra unica.

 

I nostri racconti si svolgono solitamente in due periodi diversi: i mei, (Roberto) si svolgono nell’attualità, quelli di mio fratello Enrico nel passato. Quindi quando parliamo di Calabria, e non sempre tutto si svolge lì, lui parla della Calabria di tanti anni fa io di quella attuale. Eppure lui vive lì, io ne sono fuori da più di 40 anni. Magia dello scrivere. E anche magico che nello scrivere rimanga la peculiarità di una terra, la nostra, come le altre per gli altri autori, che nella realtà è per tutti quasi completamente persa. La nostra regione è conosciuta per il mare, ma la montagna è molto presente e caratterizza, in realtà, la zona Calabria jonica.

Calabria jonica

Questo aspetto da cartolina della terra che dai monti precipita nel mare non può mancare, come non può mancare il cibo non omologato. Uno dei punti forti il pane cunzato (NdR, pane condito) di “Barricate”: un pane di grano della Jonica spaccato a metà. Questa la ricetta: soffriggere peperoncini piccanti e cipolla in olio d’oliva, aggiungere olive greche e pomodori ciliegini tagliati a metà, salare e fare cuocere a fiamma alta, rosolare, condire il pane e aggiungere origano di montagna. Ovviamente la suddetta porzione è per una sola persona, ché un calabrese non si tira mai indietro quando c’è da mangiare. Questo piatto è presente sia nel passato, sia ai giorni nostri.

Pane cunzato

Nel nostro primo romanzo “Barricate” abbiamo rappresentato la Calabria di un periodo storico molto particolare, quello della rivolta di Reggio. Sfido la maggior parte di voi a ricordarsi di quel periodo. Chi ha la mia età ed è di Reggio, il nostro ex ministro Minniti per esempio, lo rammenta invece molto bene. Gli istituti scolastici che facevano da dormitorio per la Celere, noi che non andammo a scuola per un tempo lunghissimo, le difficoltà a muoversi per la città, le angosce dei nostri genitori a saperci fuori casa, le barricate.

Rivolta di Reggio Calabria

Come ha scritto Enrico nelle prime pagine del romanzo fu frastornante vivere in un posto che era sempre stato tra i più remoti d’Italia, abituati com’eravamo a non venire mai nominati, e trovarsi all’improvviso in un mondo che comunque era cambiato, sempre al centro delle notizie, sotto lo sguardo quotidiano della televisione. Molti forse ci consideravano un po’ più civili, per tanti invece non lo eravamo per nulla, alla stregua di stereotipi dei negri. Eppure quella terra bruciava. Terre come la Jonica sarebbero il naturale scenario per film western, che invece non furono mai girati per paura che fungessero da ulteriore stimolo alla violenza. E in quei momenti, in quella terra, fra quella gente, alcune persone scompaiono. Semplicemente e senza rumore, non ci sono più. E poi ritornano, come ossa, in una Calabria moderna o, come dire, più anonima.

Ma con i profumi, forse dell’immaginario, intatti. Con le granite fatte di limone e non solo di zucchero, con lo stocco di Monzon, anche se la Calabria si sforza di creare ricette in linea con la nouvelle cuisine. E le ossa provano a parlare più delle persone stesse.

Stocco di Monzon

Vogliono, come sempre fanno, raccontare la Calabria che hanno lasciato e capire il loro posto in quella attuale. Non danno mai certezze però, in fondo anche loro sono calabresi. Una parola è già troppa. Molti indizi, quelli chiari da super perito, non li abbiamo. Nei nostri racconti non possediamo certezze, non scopriamo verità assolute, noi istilliamo dubbi, domande, a cui ognuno può rispondere. Non ci interessa costruire trame super elaborate, che risultano poi fredde e prive di animo. Il nostro modo di raccontare è viscerale. Sono l’odore del mare, il profumo della terra, i sapori a essere importanti e fondamentali. Le ossa  ci riportano tutto ciò. Ci ripetono la storia di persone che sono state in luoghi, hanno frequentato altri uomini, hanno visto fatti. Ma possono solo suggerirci da che parte guardare, non ce lo possono imporre.

 

Le ossa raccontano storie

L’odore del mare, anche se passano gli anni e gli uomini provano a modificarlo, rimane sempre quello. Se salti dal Panettone, un monolite immerso nel mare a Palizzi, quando hai diciotto anni o se ne hai più di sessanta. Forse, in questo caso, il salto è meno aggraziato. Ma l’odore del mare rimane lo stesso, specialmente se ti tuffi da solo, fuori stagione.

 

Il Panettone a Palizzi

A volte invece le ossa che trovi sono ancora più antiche e ti raccontano di una Calabria arcaica, storica. Possono allora spiegarti battaglie, eventi, tragedie che tu puoi solo immaginare. E insieme a ciò che scopri o ti rappresenti nella mente tu riesci a vedere quella Calabria. Forse all’epoca non c’era ancora il pane cunzato ma gli ingredienti per farlo sì. A volte poi ti capita di scoprire la tomba di un soldato con una strana malformazione al calcagno. O un’altra patologia. E allora ti chiedi che cosa mai possa essere successo a quell’uomo. E immagini, con l’ausilio della scienza, che possa essere stato vittima di un marito geloso. La lesione al calcagno sembra infatti la classica frattura occorsa a un amante saltando dalla finestra, lasciata poi calcificare per vie naturali, data l’inutilità di medicina e chirurgia dell’epoca nel porre rimedio a quegli incidenti. E così tu, scrittore, crei la tua storia, sullo sfondo di una Calabria ricca per l’epoca, con un personaggio importante che in piena estate salta giù dal primo piano nel pieno della calura, fra gli odori forti di quella terra, cercando di nascondersi fra i ficarazzara (NdR, fichi d’India). Un uomo così importante da continuare a lottare in battaglia e morire con tutti i suoi orpelli in situ. Le ossa possono anche raccontare la storia delle società di onore a fine Ottocento. Ossa che giacciono in recondite grotte dove l’umidità le ha rese più deboli, senza però riuscire a cancellare i segni della violenza subita. Le ossa ci suggeriscono sempre le vie da seguire, non urlano mai, eppure ci indicano da che parte guardare. Non dicono mai nulla d’incontrovertibile. Questo è il bello delle ossa. Loro suggeriscono, non danno verità assolute. E la nostra immaginazione poi che deve ricreare la storia. E alla fine tutte loro si ricompongono in armonia e si siedono a un desco comune, magari a godersi del buon pane cunzato e un intenso bicchiere di vino di Palizzi.

Enrico Antonio Cameriere e Roberto Cameriere

 

 

 

Gli autori: Enrico Antonio Cameriere e Roberto Cameriere


Enrico Antonio Cameriere è nato a Reggio Calabria nel 1961 ed è cresciuto con il sogno di diventare commissario di polizia e astronauta. A dieci anni si rinchiuse nella sua stanzetta per programmare il futuro ma capì subito che era molto più semplice immaginare le cose, piuttosto che farle. Nell’81 ha frequentato un corso di cinematografia e si è dedicato a riprese di pubblicità, documentari e film, tra cui Colpire al cuore di Gianni Amelio, Amorosa di Mai Zetterling e Io con te non ci sto più di Gianni Amico, prodotto da Bernardo Bertolucci. Ha collaborato alla produzione di importanti campagne pubblicitarie, tra cui Campari, Honeywell, Hannorah, Veglia Borletti e Montedison. Ha partecipato alla realizzazione di Non solo moda di Canale Cinque, Gran Prix di Canale Cinque e Scopriamo di Rai DSE. Ha anche lavorato per televisione e radio. In seguito si è accorto che scrivere era ancora più semplice che far vedere: ti basta battere le dita sulla tastiera. Così ha scritto: Gli incantatori di fotoni, Il cinema ve lo imparo io e No hurricane, il libro fotografico Il cuore caldo di New Orleans e due commedie teatrali: Padrini padani e Casa padrini padani, messe in scena in importanti teatri romani. É attivo nel mondo della satira. Insieme al fratello Roberto ha pubblicato il romanzo noir Barricate (Oakmond Publishing, maggio 2019)

 

Roberto Cameriere è nato a Reggio Calabria nel ’56. Ha studiato medicina a Bologna nel ’78 e lì ha partecipato a tutto quel periodo di idee e fermenti. In completo accordo con la massima latina mens sana in corpore sano ama lo sport da sempre: ha partecipato a varie maratone, a gare di triatlon e continua a mantenere la mente allenata divorando compulsivamente una gran quantità di libri. Ha anche una grande passione per il fumetto e, ancora teenager, ha partecipato come fumettista a Lucca comics e a Marostica fumetti. Il resto della sua produzione è tutta scientifica, in qualità di odontologo e antropologo forense e ha pubblicato due monografie, alcuni capitoli in libri di medicina legale, e circa 100 articoli su riviste internazionali scientifiche. Tiene con regolarità workshops sulle sue metodiche in tutto il mondo, dal Brasile all’ India e al Giappone.

 

 

A cura di Giusy Giulianini

Giusy Giulianini è nata e vive a Bologna. Legge, molto e da sempre, e scrive un po’: recensioni e interviste agli autori di narrativa giallo-noir, sua passione inveterata, e qualche riflessione personale, in veste di racconto o di romanzo. Quest’ultimo, un thriller emotivo, è fermo al Capitolo XVII e chissà se si muoverà da lì? Se si dovesse descrivere con una frase, questa sarebbe ‘I libri sono il mio peccato e i noir il mio peccato mortale’.