IL DELITTO DEL LUOGO: ROMANO DE MARCO E ROMA




A cura di Giusy Giulianini

Giusy Giulianini è nata e vive a Bologna. Legge, molto e da sempre, e scrive un po’: recensioni e interviste agli autori di narrativa giallo-noir, sua passione inveterata, e qualche riflessione personale, in veste di racconto o di romanzo. Quest’ultimo, un thriller emotivo, è fermo al Capitolo XVII e chissà se si muoverà da lì? Se si dovesse descrivere con una frase, questa sarebbe ‘I libri sono il mio peccato e i noir il mio peccato mortale’.


 

Romano De Marco e Roma. Una scelta, la mia, che a molti potrà apparire singolare, visto il legame forte che lo lega a Milano, narrato nella sua celebrata serie ‘Nero a Milano’ (Io la troverò, La Feltrinelli, 2014; Città di polvere, La Feltrinelli, 2015) e prima ancora in Milano a mano armata, Foschi Editore, 2011, per cui molti critici lo hanno indicato tra gli eredi più degni di Scerbanenco e Olivieri. Eppure, Romano De Marco ha trovato la sua prima ispirazione proprio a Roma in quel suo romanzo d’esordio (Ferro e fuoco, Il Giallo Mondadori 2009, Pendragon 2012), in cui la capitale è ridotta in ginocchio da quattro feroci banditi che rapinano, stuprano e uccidono.

 

Romano De Marco disegna qui per noi una Roma criminale e lo fa con maestria, coniugando letteratura e cinema e svelando contraddizioni e suggestioni di una città che non è solo ‘grande bellezza’.

 

 

Roma città aperta e difficilmente inquadrabile. Roma grande bellezza e grande disastro, capitale mondiale dell’arte e del qualunquismo… Roma luogo inafferrabile e contradditorio, metropoli difficile da focalizzare anche nella sua dimensione di città fuori legge.

A raccontarci la malavita milanese ci hanno pensato Giorgio Scerbanenco e Renato Oivieri con le loro straordinarie storie di criminalità, o registi come Di Leo e Lizzani, con piccoli capolavori noir che oggi, per fortuna, in molti hanno riscoperto e rivalutato. Il loro testimone, poi, fu raccolto da generazioni di narratori che ne seguirono le orme nel fotografare la trasformazione del fenomeno criminale, evolutosi di pari passo con la società.

La galassia criminale napoletana è da sempre ben caratterizzata nell’immaginario collettivo e celebrata definitivamente (fra le mille polemiche nelle quali non mi addentro) dalle varie ramificazioni cinematografiche, televisive e letterarie dell’universo “Gomorra” nato da un’idea di Roberto Saviano.

E Roma?

De Cataldo ha realizzato un’opera fondamentale con il suo “Romanzo Criminale” raccontando quanto, da sempre, la malavita romana fosse frastagliata, divisa, difficilmente catalogabile, fino al momento in cui i ragazzi della “banda della Magliana” ebbero la diabolica intuizione di renderla qualcosa di omogeneo assumendone il controllo. Ma Roma non è Milano e non è Napoli. Roma è la città delle cattedrali della politica, del vaticano, dei servizi segreti. Degli accordi sottobanco e delle alleanze impensabili, che regolano la vita di milioni di ignari cittadini. E la criminalità romana non può fare a meno di sottomettersi a questa millenaria realtà.

 

Ed ecco che “Suburra” altra opera di De Cataldo (con Carlo Bonini) ambientata ai giorni nostri, ci rivela questo scenario difficile da raccontare e spiegare. Perché fatto di dinamiche che in gran parte restano celate da quella romanità segreta, che possiamo solo intuire, ricostruire come un puzzle, ricollegando tasselli di fatti di cronaca, notizie di attualità, eventi della politica e della vita sociale del nostro paese.

Personalmente ho sempre amato (dal punto di vista narrativo) le storie criminali di Roma incentrate sul caleidoscopico mondo della microcriminalità, delle cosiddette “batterie”, delle rapine a mano armata e delle guerriglie urbane con le forze dell’ordine. Atmosfere perfettamente fotografate da un cinema di genere che ebbe un decennio di grande successo, tra la fine degli anni sessanta e la fine dei settanta.

Pellicole di scarso valore artistico, quasi sempre mal recitate e mal sceneggiate, ma con il pregio di saper rendere l’atmosfera di esasperazione che la gente normale, i cittadini di Roma, vivevano in un periodo nel quale gli effetti del fallimento del “boom economico” e la sostanziale inadeguatezza delle forze dell’ordine, non ancora smilitarizzate ed evolute, crearono un vero e proprio clima di terrore urbano.

E fu geniale l’intuizione di alcuni sceneggiatori e registi nostrani di cavalcare questa grande paura, di dar sfogo alla rabbia repressa dei cittadini attraverso le gesta violente delle icone del “poliziottesco”.

 

Attori come Maurizio Merli, Luc Merenda, Thomas Milian (a volte nei panni del poliziotto e altre in quelli del criminale) divennero personaggi trasversali e facilmente riconoscibili, attraverso i quali canalizzare un catartico desiderio di vendetta contro quella paura. Non a caso, il più grande successo commerciale del filone fu proprio ROMA VIOLENTA di Marino Girolami (con lo pseudonimo Franco Martinelli) interpretato, nel 1975, da Maurizio Merli.

Il poliziotto che si ribella alle regole, che non esita a picchiare e sparare, a farsi giustizia anche ignorando la legge, diventa subito un simbolo della riscossa del cittadino inerme. All’inizio degli anni ottanta, quando il benessere economico tornò ad essere (almeno apparentemente) diffuso e la polizia si trasformò in apparato più efficiente e tecnologicamente evoluto, il filone del poliziottesco perse la sua forza d’urto, trasformandosi in qualcosa di diverso, una sorta di caricatura di sé stesso (con la serie del maresciallo Girardi interpretata da Thomas Milian) fino a spegnersi da solo a favore di altri generi più “disimpegnati”.

E OGGI?

Oggi, la Roma criminale, come già detto, è quella di Suburra. Quella dei clan collusi con il potere politico, con la criminalità organizzata globale e trasversale dei colletti bianchi e delle multinazionali. Uno scenario complesso e sfuggente, difficile da raccontare ma, proprio per questo, particolarmente affascinante e suggestivo.

Romano De Marco

 

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