IL DELITTO DEL LUOGO: VINCENZO MAIMONE E ACIREALE






Vincenzo Maimone – siciliano di Acireale, filosofo e docente universitario, scrittore noir colto e gustoso – mi regala e ci regala un ritratto ipercromatico della sua Sicilia che non può non essere un ‘luogo del delitto’. Una terra di colorati profumi e passioni estreme, di temperamenti umani contrapposti, di risorse naturali potenti. Una terra di contrasti che Maimone ben rappresentata nei suoi personaggi ricorrenti: Costante, il commissario controcorrente, flemmatico e appagato negli affetti, e Tancredi Serravalle il filosofo. Insieme danno vita a una inusuale coppia investigativa, cui si aggiunge l’irresistibile Demone socratico, sorta di alter ego di Tancredi, in costante e dissacrante dialogo con lui, sua irriverente coscienza morale.

 

 

 

Tre caratteri, altrettante sguardi di Sicilia.

“Raccontare un territorio cercando di svelarne gli aspetti più nascosti, quelli che difficilmente si trovano raffigurati nelle cartoline, è un’operazione estremamente complessa.

Tanto più complicata quanto più eterogeneo è il luogo che ci proponiamo di analizzare. Questa premessa prudenziale è necessaria, dal momento che quello che mi accingo a fare è cercare di spiegare perché la mia Sicilia rappresenti uno scenario privilegiato per la costruzione di storie potentemente noir.

Chi ha avuto la fortuna di girovagare in lungo e in largo in Sicilia sa benissimo di essersi trovato al cospetto di paesaggi, ambienti, scorci distinti gli uni dagli altri. Le rocciose scogliere laviche, lasciano spazio alla finissima sabbia dorata, così come i declivi collinari cedono di fronte alla gravità e all’austerità dei monti.

In tutto questo crogiuolo paesaggistico si muovono i siciliani, i protagonisti delle mie storie, ma anche di quelle di chi come me condivide la passione e la residenza.

 

Un dato è certo, ed è quello su cui poggia l’idea che sto cercando di argomentare: esiste una relazione stretta tra il paesaggio e la psiche umana. E così, se dovessimo tracciare una mappa antropologica dei siciliani ci troveremmo di fronte ad un catalogo ampio e diversificato di atteggiamenti, modi di fare, weltanschauungen (visioni del mondo) totalmente differenti se non addirittura contrapposte per lessico e tradizione. La prosopopea normanna dei palermitani, la spavalderia sopra le righe degli etnei, la vanagloria del messinese “buddace” (termine questo da pronunciarsi rigorosamente caricando sulla doppia “d” e aggiungendo il caratteristico schiocco palatale), l’indecisione siracusana tra acqua dolce e acqua salata (per parafrasare il commissario Portanova del mio amico Alberto Minnella), sono solo alcuni dei tic, delle idiosincrasie che albergano nell’animo siculo. E in tutto questo i luoghi sono essenziali.

Ma credo vi sia un esempio che più di ogni altro incarni questa indissolubile relazione tra paesaggio e psiche: l’Etna.

Se per il catanese l’arancino non può che declinarsi (a ragione) che al maschile, il vulcano è femmina per eccellenza.

“Idda” è “La Montagna”, madre feconda e severa dal cuore incandescente e pulsante i cui tremori agitano il sonno e la mente di coloro che vivono alle sue pendici.

Il vulcano è una metafora perfetta per un noir. Nella sua placida staticità l’Etna nasconde un reticolo intricato di canali, grotte, anfratti reconditi entro cui scorre il magma esattamente come nell’animo umano scorrono incessanti le passioni, montando, crescendo in cerca di una via d’uscita, di una inevitabile modalità di sfogo, qualunque essa sia.

E dunque, la linea sottile tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde, tra ciò che può essere detto e ciò che deve necessariamente essere taciuto è la cifra stilistica del paesaggio siciliano, sia esso naturale o architettonico.

L’austerità dei palazzi nobiliari, ad esempio, custodiva al loro interno giardini e nascondigli in cui fosse possibile svelare se stessi al riparo da occhi indiscreti o dalla morale imposta dal rango, dalla gerarchia sociale, dalla morale comune.

Un modo esteticamente piacevole di imbrigliare la passione. Si trattava tuttavia, di un velleitario tentativo di salvaguardare l’ordine dato dalle regole a dispetto del caos delle pulsioni.

Infatti, come il magma si fa largo nella dura roccia, così le passioni spezzano i legami delle convenzioni cristallizzate ed esplodono in tutta la loro focosa irruenza.

E quando la lava tracima, il territorio cambia, si piega alla sua volontà e nulla, proprio nulla, potrà essere come prima”.

Vincenzo Maimone

A cura di Giusy Giulianini