Il libro dei Baltimore




(Recensione di Celeste Degl’Innocenti )


Autore: Joël Dicker

Editore: La nave di Teseo

Pagine: 592

Genere: Thriller, Noir

Anno di Pubblicazione: 2016

 

 

 

 

Dopo il meritato successo de La verità sul caso Harry Quebert, Joel Dicker torna in Italia con un nuovo romanzo che ha come protagonista un personaggio già noto agli estimatori come me. E’ infatti Marcus Goldman, scrittore affermato e già protagonista del precedente libro di Dicker, ad accompagnarci in una nuova avventura letteraria.
Proprio come nel precedente romanzo, lo scrittore ci porta con lui, facendo da Cicerone, in un periodo particolare della propria vita; a causa di un incontro con una vecchia conoscenza, Marcus è obbligato a riflettere sul proprio passato e sull’amicizia più significativa che abbia mai avuto, quella con i due cugini.

 

I Goldman sono la classica famiglia americana progenie del grande boom economico, favoriti dal nascente capitalismo ed emblema dell’american dream. Proprietario di una piccola azienda, nonno Goldman ha visto i due figli prendere strade diverse: Nathan, padre di Marcus, è diventato un ingegnere e si è trasferito in una modesta abitazione a Montclair con la moglie, mentre il fratello Saul è divenuto un importante e stimato avvocato, sposato con una dottoressa e con un cospicuo patrimonio che gli permette il possesso di una villa a Baltimore e una casa estiva negli Hamptons.
E’ così che hanno avuto i natali i Goldman di Baltimore e quelli di Montclair; seppur distanti geograficamente, le due famiglie sono state legate assieme dai loro figli Hillel e Marcus, coetanei e molto uniti sin dalla nascita.

 

La narrazione è divisa in cinque grandi parti che si ripropongono quali mappe delle diverse tappe di crescita della Gang dei Goldman, come saranno chiamati Hillel, Marcus e Woody, un’aggiunta precoce ai Goldman Di Baltimore.
L’amicizia dei tre, anche e soprattutto nei ricordi di Marcus, è adombrata dallo spettro de “la Tragedia” avvenuta nel 2004, un determinato evento a noi sconosciuto del quale lo scrittore vuole scoprire le fondamenta e le ragioni, che pensa essere nascoste nella natura dell’amicizia con i due cugini.

 

L’infanzia di Marcus, come il resto della sua vita, è stata segnata da una stima profonda – venata da una viscerale gelosia – nei confronti dei Goldman di Baltimore. La loro vita ai suoi occhi di bambino era coperta da un velo d’oro: dall’atmosfera amorevole interna alla famiglia, alle macchine lussuose, alla casa con piscina negli Hamptons, per finire con il modo in cui il nonno trattava i Baltimore, bistrattando i Montclair.
Ma nelle gelosie familiari era inesorabilmente stato piantato il seme della tragedia, che sarebbe cresciuto di pari passo con la morte dell’american dream, il sogno americano, e avrebbe svelato i risvolti – che qui appaiono innati – dell’essenza stessa dell’essere umano.

 

“Un tempo, avevano difeso gli oppressi, creato una ditta di giardinaggio, sognato di football e amicizia eterna. Il collante della Gang dei Goldman era quello: eravamo dei sognatori eccelsi. Era questo a renderci così unici. Ma ormai ero rimasto l’unico a essere animato da un sogno.

 

Checché se ne dica, Dicker questa volta non si attiene al thriller, ma si prodiga in un romanzo generazionale e familiare allo stesso tempo. Sono infatti le dinamiche interpersonali nate e formatesi in famiglia a farla da padrone, con uno studio psicologico vasto e profondo che, a questo punto, possiamo indicare quale grande punto di forza dello scrittore svizzero.
Un grande pregio di Dicker è infatti quello di prendersi il tempo di costruire delle solide basi allo sviluppo della propria narrazione senza annoiare.
A differenza de La verità sul caso Harry Quebert, che poneva al lettore diverse questioni delicate, credo che Il libro dei Baltimore si prenda la briga di toccare molti temi intimi e personali – quali l’amicizia, la gelosia, i rancori e dissapori familiari – e di esporre una tesi, condivisibile o meno, lasciando meno spazio di manovra al lettore.

Ciò è – come è ovvio – non necessariamente negativo, soprattutto in casi, quali questo, in cui l’autore ha apparentemente molto da dire ed una penna estremamente coinvolgente per farlo. Ritroviamo lo stile di Dicker fresco e avvolgente come l’abbiamo lasciato, le pagine scorrono e la storia si succede calma e dettagliata; niente è affrettato e nessun particolare viene lasciato al caso.

 

So che la prima domanda che salta alla mente leggendo il nome di Dicker su una nuova copertina è “rispetterà le attese?” E vi posso rispondere emblematicamente con un: dipende. Dipende cosa state cercando.

Qui non ritroviamo il Dicker de La verità sul caso Harry Quebert, ma forse si fa conoscere uno scrittore più maturo che sta virando verso un genere più difficile e impegnativo, senza aver il coraggio di abbandonare il porto sicuro che è divenuto Marcus Goldman.

Io di Joël Dicker mi fido, e spero di avere il piacere di vederlo crescere ulteriormente e che il suo sperimentare porti ad altri prodotti riusciti e felici.

 

 

INTERVISTA A JÖEL DICKER

 

SCHEDA AUTORE

Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. La verità sul caso Harry Quebert è il suo secondo romanzo. Il primo, Les derniers jours de nos pères, ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010.

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