Il marchio ribelle




Recensione di Katia Fortunato


Autore: Nicolai Lilin

Editore: Einaudi

Pagine: 192

Genere: Narrativa

Anno di Pubblicazione: 2018

 

 

 
 
 
 
 
 
 

SINOSSI. Nella periferia degradata dell’ex Urss tutto sta cambiando. Alcuni criminali accettano il traffico di droga, altri restano all’angolo. C’è chi viene a patti con la polizia e chi si rifiuta e si rifiuterà sempre di farlo. È in atto una guerra interna fra vecchie e giovani leve, che ha frammentato la criminalità organizzata. E in questa spaccatura si fanno strada con ferocia le nuove bande. I Ladruncoli, la sezione giovanile della casta Seme nero, i Fratellini, appassionati di sport da combattimento, i Punk, anarcoidi e spesso ubriachi o drogati, i Metallari, i più temprati già ai tempi dell’Urss, le Teste d’Acciaio, di chiara impronta nazifascista. Ciascuna banda ha un modo differente di tatuarsi. Il tatuaggio è un collante sociale, segna l’appartenenza, ma è anche uno strumento di comunicazione, in certi casi addirittura un linguaggio. A patto di non infrangere il tabu: mai chiedere a un criminale cosa significa il disegno che ha addosso. I tatuaggi riprodotti in questo libro sono una chiave per entrare in un mondo. Perché ogni fuorilegge sulla pelle porta una firma, che è l’espressione dei suoi sogni e della sua storia, e insieme un’ammissione di paura. L’unica confessione che farà mai dei suoi peccati. Forse persino l’ultimo disperato tentativo di strappare la propria anima dalle zanne del demonio.

 

 

Lilin mon amour!

Ho conosciuto Lilin con Educazione siberiana ed è stato un colpo di fulmine; ho letto tutti i suoi scritti e, come al solito, anche Il marchio ribelle non mi ha delusa.

Lilin torna a parlarci di bande russe, tatuaggi, stili di vita criminali e codici da rispettare, disagi sociali e personali, e lo fa con la fluidità che lo contraddistingue.

Alcuni critici hanno messo in dubbio l’attendibilità e l’accuratezza dei contenuti autobiografici del libro, ma sinceramente, alla fine, questo aspetto interessa relativamente.

La storia che lui racconta è interessante, scritta bene e coinvolgente e tanto basta.

Bellissimi, e a volte anche inquietanti per il loro significato, i disegni dei tatuaggi che arricchiscono il libro e che ti permettono di esplorare visivamente un mondo che sta lontano da noi, ma che al tempo stesso ci circonda.

Mi ha colpito molto il rituale di iniziazione alla banda: invenzione letteraria o realtà che sia, mi ha parecchio scossa.

Lilin mi ricorda molto Saviano…

 
 
 

Nicolai Lilin


è uno scrittore russo, di origine siberiana, nato nel 1980 a Bender, in Transnistria (stato indipendente riconosciuto oggi come Repubblica Moldava, ma all’epoca facente parte dell’Unione Sovietica). Scrive in lingua italiana. Lilin è il suo pseudonimo, scelto in omaggio alla madre dell’autore, Lilia. In russo infatti Lilin significa “di Lilia”. Il suo vero nome, così come riportato all’anagrafe italiana, è Nicolai Verjbitkii.