Il ministero della…






Il ministero della suprema felicità

Recensione di Francesco Morra


Autore: Arundhati Roy

Traduttore: Federica Oddera

Genere: Narrativa

Editore: Guanda

Pagine: 493

Anno di pubblicazione: 2017

 

 

 

“Il ministero della suprema felicità” ci accompagna nel vasto mondo dell’India: dagli angusti quartieri della vecchia Delhi ai centri commerciali della nuova metropoli, fino alle valli e alle cime innevate del Kashmir.

Anjum, nuova incarnazione di Aftab, srotola un consunto tappeto persiano nel cimitero cittadino che ha eletto a propria dimora. Una bambina appare all’improvviso su un marciapiede. S. Tilottama è una presenza forte ma è anche un’assenza nelle vite dei tre uomini che l’hanno amata: tra loro Musa, il cui destino è intrecciato al suo.
“Il ministero della suprema felicità” si articola tra bisbigli e grida, tra lacrime e sorrisi. I suoi eroi, vessati dalla realtà in cui vivono, si salvano grazie a una cura fatta di gesti d’amore e di speranza, non arrendendosi mai.

Ogni 20 anni? Arundhati Roy ci regala un libro dopo ben quattro lustri e dobbiamo ringraziarla.

Se il successo de “Il Dio delle piccole cose” l’ha portata alla ribalta mondiale, il suo “Il ministero della suprema felicità” rafforza la matrice di cronaca e denuncia che emergevano nel suo romanzo d’esordio.

Amore, omosessualità, eccidi, torture e arte sono alcuni degli argomenti trattati in questo potente libro.

Fare cultura è tra i pregi del medium letterario e la Roy ci riesce appieno. Ci interroga e racconta vicende storiche poco conosciute ai più, come la guerra intestina in Kashmir, tra locali in maggioranza musulmani e le truppe nazionali Indù.
La vera e propria resistenza e le barbarie di eccidi e torture descritte e documentate sono pugni nello stomaco necessari.
E viene rivelato che Gandhi, sostanzialmente, non contrastava la follia di una società divisa in caste. Il paese indiano, infatti, vive nelle contraddizioni, in una perenne lotta dei ricchi contro i poveri, come ricorda la Roy.

Non è solo un saggio storico, ma un’opera di narrativa a tutto tondo, in cui si trovano brani di poesie e un meraviglioso estratto di una canzone di Leonard Cohen ad arricchire il narrato.

Questo suo lavoro si inserisce, insieme a libri quali Il ragazzo giusto di Vikram Seth, tra i volumi da leggere e rileggere per capire e far luce sulla storia moderna di una delle nuove superpotenze mondiali che ha vissuto e vive enormi problemi etnico-religiosi e sociali.

Nei dodici capitoli l’autrice ci guida tra Kashmir e Delhi ed emergono le figure di Anjum, un transessuale, e di Tilottama, oltre alle vittime e ai carnefici delle guerre ufficiali e tacite indiane.

La storia d’amore tra Tilottama e il ribelle kashmiro Musa accarezza il cuore e in alcuni punti commuove, perché si tratta di un sentimento vivo ed eterno che attraversa fasi e momenti durissimi, ma che resiste divenendo balsamo salvifico per entrambi. Vi affezionerete ad Anjum, correrete con lei nel Khwabgah, il palazzo dei sogni, ammirerete il suo coraggio e voglia di autodeterminazione, annuirete quando lotterà e sorriderete con lei quando chiederà ”dove vanno a morire gli uccelli?”.

La Roy non vuole regalarci un libro melenso e retorico, ma ci tiene a sottolineare come ogni rappresaglia sia infima e che le violenze sono state terribili. Nessuno ha ragione, ma tutti sono divorati dalla benzina dell’odio che distrugge ogni aspetto delle vite dei vessati e dei persecutori.

Tagliente la sua critica verso i potenti e il suo poterlo esprimere rinfranca. Una società quella indiana in balia delle contraddizioni, ancorata a tradizioni e pregiudizi precoloniali, e dilaniata dai rigurgiti mai definitivamente assimilati della partizione.

Si viaggia nelle città indiane vedendo persone dormire sui marciapiedi e macchinoni station wagon sfiorarsi. Si entra nelle profondità del Kashmir e delle lotte dei maoisti contro le multinazionali. Si assiste a proteste e digiuni, alle falsità e alla demagogia dei politici.

Questo è un libro – mondo grazie al quale si provano molteplici emozioni; una lettura intensa, necessaria e struggente, dagli innumerevoli spunti. Il messaggio che Arundhati ci vuole dare è che c’è sempre una speranza, anche tra mille difficoltà: i deboli non si rassegnano, combattono, e l’immagine finale di speranza serve ad alleviare la cruda realtà descritta…ed è questo il Ministero della suprema felicità.

Cara Arundhati Roy per il prossimo non farci aspettare troppo.

Namastè.

 

 

Arundhati Roy  (Shillong, 24 novembre 1961) è una scrittrice indiana e un’attivista politica impegnata nel campo dei diritti umani, dell’ambiente e dei movimenti anti-globalizzazione. Nel 1997 ha vinto il Premio Booker col suo romanzo d’esordio, Il dio delle piccole cose (The God of Small Things). Il suo secondo romanzo, a 20 anni dal precedente, si intitola Il ministero della suprema felicità (The Ministry of Utmost Happiness) ed è uscito in contemporanea in Italia, USA e Regno Unito nel giugno 2017.

A cura di Francesco Morra

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