Il movente è sconosciuto




(Recensione di Francesca Avelluto)


Autore: Marco Santagata

Editore: Guanda

Genere: thriller

Pagine: 180

Anno di pubblicazione: 2018

 

 

SINOSSI: Lui e lei, un marito e una moglie, una casa in comune, dei figli in comune, in un’apparente normalità domestica. Sotterraneamente, però, si agitano inquietudini profonde, frustrazioni senza rimedio, e una feroce volontà di dominare l’altro. È lei più che lui a governare le loro vite, finché una malattia improvvisa fa irruzione, scatenando la rabbia che covava da anni e portando a un episodio di inesplicabile violenza. La prova di forza tra i due si accentua, senza mostrarsi mai in modo esplicito. Lei capisce di poterlo tenere definitivamente in pugno, ma nello stesso tempo teme di restare legata per sempre a un terribile segreto del marito, complice, persino schiava. Il lettore sente raccontare prima la versione dell’uomo, gelida e delirante, nella quale arriva a sentirsi, lui sempre così passivo e succube, addirittura uno strumento del destino; poi quella della donna, che scivola a poco a poco in un buco nero fatto di paura e senso di colpa.

 

 

RECENSIONE: Non sapevo davvero cosa aspettarmi quando mi sono ritrovata per le mani Il movente è sconosciuto del professor Marco Santagata, docente universitario e grande conoscitore di autori come Petrarca, Dante e Leopardi, autore di innumerevoli saggi e articoli accademici, e che ha al suo attivo anche diversi lavori prestati alla narrativa, uno dei quali gli è valso persino la candidatura al Premio Strega. Un autore di una cultura molto estesa dunque e che, per quanto ho potuto capire, si cimenta anche con la narrativa gialla/mistery con risultati più che discreti.

Non sapevo dunque cosa aspettarmi da questo libro che più che un romanzo vero e proprio ha le sembianze di un racconto lungo (o di un romanzo breve) che, a metà strada tra una commedia degli equivoci e un romanzo psicologico, ci racconta la storia di una famiglia italiana uguale a tante altre, la cui quotidianità è però all’improvviso tinta di giallo senza, apparentemente, nessun movente, per l’appunto. Alla storia della famigliola, di cui solo sul finale riusciamo a conoscere il nome dei componenti, fa da sfondo un appenino emiliano insolitamente scolorito e ingrigito; un’ambientazione che, come la vita del protagonista, scivola via pagina dopo pagina scialba, monotona e inetta. La vicenda, condensata in poche pagine, ci viene narrata due volte: prima da lui e poi da lei, per poi terminare in un finale non del tutto inaspettato, ma che comunque gioca la sua parte e contribuisce, nel susseguirsi di equivoci e ribaltamenti di prospettiva che regola il ritmo della narrazione, allo sgomento finale che l’autore regala all’ignaro lettore.

Lo stile di Santagata è schietto e veloce, molto in linea con la narrazione gialla a cui il libro tende. Poche descrizioni, dialoghi asciutti e veloci, capitoli brevi e, visto e considerato che la storia viene narrata due volte, non ho potuto far altro che apprezzare la scelta dell’autore.

Il vero focus del romanzo restano tuttavia i personaggi che popolano la storia: il marito, in primis, la moglie che gli fa da contraltare e i figli a cornice del tutto. A un primo sguardo dunque un famiglia italiana come tante, in realtà un quadro minato e crepato da dentro in maniera profonda e irrimediabile, già prima che l’omicidio entri nella loro quotidianità. Con rapide ma precise pennellate, Santagata dipinge uno scenario grigio e – almeno per quanto mi riguarda – angosciante; l’anatema che ogni uomo o donna che scegliendo di dedicarsi l’uno all’altra costruendo una famiglia, cerca in ogni modo di scongiurare ma verso cui, inevitabilmente, si tende a scivolare con una facilità che fa paura.

La monotonia, lo squallore, la facilità del quieto vivere contrapposto alle litigate furiose, l’inettitudine e la paura delle conseguenze che l’azione inevitabilmente porta con sé sono i tratti fondamentali che contraddistinguono tutti i personaggi a cui l’autore ha dato vita. Lui, un quieto impiegato statale di provincia con slanci pindarici che iniziano e terminano solo nella sua testa, schiacciato da una realtà a cui non vuole e non sa far fronte, gravato dalle scelte non fatte, dai rischi non corsi, dalle emozioni mai veramente vissute, costretto in un ruolo che gli veste troppo stretto: il padre di famiglia, l’uomo di casa. Lei, moglie insoddisfatta e madre attenta, pressata dal lavoro in casa e fuori, che si divide tra mille impegni e responsabilità, pragmatica e concreta ma anche indecisa e paurosa, schiva e inetta a sua volta.

È questo dunque lo scenario, vero protagonista appunto, del romanzo Il movente è sconosciuto, che l’autore mette in piedi e nel quale prendono vita le più paurose riflessioni su se stessi, a cui il lettore è costretto a sua volta a sottoporsi, attraverso le azioni dei personaggi. Riflessioni che in ultima analisi risultano ben più terribili degli omicidi che vengono commessi tra le righe, pretesto ultimo e improrogabile per indagare finalmente una realtà già malata di suo. Uno scenario dunque cupo e chiuso, una riflessione sulla vita, sul matrimonio e su quanto si conosce davvero la persona che ci vive accanto, che termina con un finale – inevitabile – in cui, non senza un tocco di tragicomico, finalmente arriva il cambiamento, la svolta tanto agognata nella vita di entrambi, anche se forzata.

Ciò detto, non posso dunque dire di aver letto a cuor leggero questo libricino che in poche pagine ha condensato incubi e scongiuri a cui un po’ tutti tendiamo a non pensare. Personalmente ho trovato davvero complicato relazionarmi e immedesimarmi con personaggi di questo calibro, così negativamente estremizzati. Non solo, anche trovare punti di contatto e momenti empatici è stato tutt’altro che facile.

Diciamo che sono stata contenta di aver letto questo squarcio di vita che Santagata ha voluto regalare al lettore, ma allo stesso modo sono stata anche felice di chiudere il romanzo e di lasciarvi all’interno i suoi personaggi e le loro storie, anche se – inevitabilmente – questo ha costretto anche me alla riflessione su quanto io stessa sia più o meno lontana dalle vicende del romanzo.

In conclusione, dunque, anche se sono partita senza assolutamente sapere cosa aspettarmi da Santagata, adesso conosco perfettamente la profondità della sua scrittura. Il professore ha dato vita a una storia che vi costringerà a una profonda autocritica e che vi lascerà a metà strada, sospesi tra una risata e un singhiozzo, divisi tra la costernazione e il sollievo, calati in una storia in cui l’omicidio sarà la minore delle vostre preoccupazioni.

 

 

 

Marco Santagata 


Marco Santagata è nato a Zocca nel 1947. È scrittore, critico letterario e docente universitario. Tra i suoi numerosi romanzi e saggi, tutti pubblicati da Guanda, Papà non era comunista (il suo esordio nel 1996), Il maestro dei santipallidi (2002), L’amore in sé (2006) e Voglio una vita come la mia (2008). Marco Santagata è anche il curatore delle opere di Dante nell’edizione Meridiani Mondadori ed è l’autore della biografia Dante, Il romanzo della sua vita (Mondadori 2012).

A cura di Francesca Avelluto

https://frau1318.wixsite.com/booksthermodinamic