Il Signor Diavolo




(Recensione di Francesca Mogavero)


 

Autore: Pupi Avati

Editore: Guanda

Pagine: 202

Genere: Mistero

Anno di pubblicazione: 2018

 
 
 

Nel 1952 la guerra è finita, ma resta un ricordo vivido di bombardamenti, restrizioni e vita sul filo del rasoio, la memoria non del tutto sepolta di un periodo in cui nascite e morti si avvicendano in sordina e le unioni proibite si consumano all’ombra delle macerie.

E resta una fede traballante in un dio distratto, mescolata a una religiosità arcaica, al contrario fin troppo attenta e vicinissima a rituali di campagna e di laguna che resistono al fuoco, al gas e all’acqua santa.

In questo clima di brividi e non detti, di mezze parole, dicerie, pane secco e caffè di cicoria, si trova a indagare Furio Momentè, romano ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia, alle prese con un caso importante quanto cruento, in cui potrebbero essere coinvolti tra gli imputati addirittura alcuni membri del clero. Il quattordicenne Carlo Mongiorgi, infatti, “ha soppresso un suo coetaneo convinto di uccidere il diavolo… o comunque un posseduto dal maligno.

Lo avrebbe fatto su istigazione di una povera suora e di un sagrestano”, e occorre pertanto liberare la Chiesa da questa pesante responsabilità e consolidare il supporto politico del Veneto, democristiano per tradizione.

Per Momentè, già travagliato da penose vicende personali, è un’assoluta missione: non soltanto la possibilità di riscattarsi, ma anche l’appuntamento con un destino già scritto, inevitabile e immanente come il volo di un enorme gabbiano o l’insaziabile fame di un verro.

Gli incartamenti lo coinvolgono dichiarazione dopo dichiarazione, lo spingono ad approfondire, a incontrare le personalità implicate nonostante il vincolo della segretezza, a crogiolarsi nel dubbio e nell’immaginazione: Carlo è un adolescente impressionabile o si è davvero scontrato con il Maligno, con l’aiuto ectoplasmatico di un caro amico defunto? Chi è Emilio – “delle unghie lunghe e piegate in dentro come uncini e in bocca due file di denti come le bestiacce feroci” – un gigante-bambino vittima delle malelingue, colpevole soltanto di essere “diverso”, malato, sfortunato, oppure l’incarnazione del buio, esperto di sacrilegi e negromanzia?

E dov’è l’inferno, in basso, su questa terra umida e severa o nell’intimo di ciascuno di noi?

A Lio Piccolo, un paese che pare avere un tempo tutto suo, scandito dai ritmi della campagna, dalle campane e da un calendario liturgico non propriamente ufficiale, tutto può accadere: un agnello deforme può diventare un capro espiatorio da abbattere con un letale colpo di fionda… o, viceversa, il Diavolo può manifestarsi in tutto il suo multiforme orrore e poi svanire in una favola che odora di zolfo e condanna l’innocente giustiziere.

Una lettura trascinante, con uno stile verace e incantato, una ballata oscura che ci lascia – volutamente e con sapienza – carichi di interrogativi e per questo più inquieti che mai.

Una cosa però è certa: come ha dichiarato l’autore nella recente intervista apparsa su Fuori_riga (il giornale a cura di Stratagemmi-Prospettive Teatrali e Università degli Studi di Milano realizzato in occasione di Tempo di Libri), la paura si conferma “il più straordinario sollecitatore di creatività” e Pupi Avanti ha ancora voglia di spaventare, spaventarsi… e divertirsi, aggiungo io, perché dopotutto una risata liberatoria e un urlo agghiacciato non sono, forse, così lontani e differenti.
 

 

Pupi Avati


È uno dei più amati registi italiani contemporanei, con all’attivo oltre quaranta tra film, sceneggiati e miniserie televisive che gli sono valsi numerosi premi. Ha pubblicato nel 2013 la sua autobiografia, La grande invenzione. Per Guanda è uscito nel 2015 Il ragazzo in soffitta, il suo primo romanzo.

A cura di Francesca Mogavero

ilovewropping.wordpress.com



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