Intervista a Alessandro Morbidelli




A tu per tu con l’autore

 

 

Prima di tutto, devo farti i complimenti, il tuo racconto è qualcosa di unico.  

Trenta cani e un bastardo è un racconto completo. Si parla di violenza, di famiglia, di disagi che molti giovani di oggi realmente vivono nel quotidiano. Un protagonista che fugge da una città e da se stesso. La storia che hai raccontato l’ho percepita come se fosse vera al 100%. Sei stato ispirato da qualcosa realmente accaduto? Da dove è nata l’idea di farne un racconto?

 

Credo che uno dei problemi più grandi di oggi sia il non riuscire a trovare una propria collocazione. A volte è una questione di spazio fisico, altre, invece, succede che sia riconoscibile in un luogo, ma che questo non abbia fondamenta basate sulla cura e sull’amore. Questo secondo caso è quello che si trova a vivere il protagonista di “Trenta cani e un bastardo”. Un ragazzo che nella fuga trova l’occasione di un nuovo inizio, solo che non si accorge subito di questa possibilità. Dovranno essere un vecchio e una trentina di cani a fargliela intuire. Quella che mi ha ispirato, più che una vicenda reale, è una riflessione sulla solitudine e, appunto, sull’appartenenza, sul far parte o meno di un “branco”, sia nell’accezione positiva del termine, perché il branco protegge, ma anche in quella negativa, quella della violenza di gruppo, molto riconoscibile anche oggi, come in passato, in certe dinamiche sociali e, purtroppo, politiche. Basta spulciare, per usare un termine “canino”, le pagine di cronaca per rendersi conto di questo serio problema.

 

 

 

La particolarità che mi è saltata all’occhio sin da subito è stata il non sapere il nome del protagonista. Ho interpretato la cosa come se tu avessi voluto mettere totalmente sullo stesso piano emotivo il protagonista e i trenta cani di Natalino. Esseri abbandonati, dimenticati dalla società, guidati solo dall’istinto di sopravvivenza. Osservazione sbagliata?

 

No, la tua è un’osservazione molto giusta. Quando per la società sei solo un numero, non hai bisogno di un nome, sia tu un cane, sia tu un essere umano. Eppure quella di riuscire a darne uno a ogni persona o cosa è una ricerca che, anche a livello inconscio, non riusciamo mai ad abbandonare del tutto. Ci aggrappiamo ai dettagli, siano la luce di uno sguardo, o una semplice vocale diversa in un gruppo di nomi tutti uguali. A quel punto il nome diventa una conquista e averne uno equivale a esistere. Il ragazzo trova il suo specchio nel cane che nel recinto non ci vuole stare, nel meticcio che non ha un nome. A un certo punto, si chiede se entrambi esistano davvero.

 

 

Nel tuo racconto si percepisce un amore smisurato per gli animali. In alcuni punti ho avuto seriamente dei problemi a leggere determinati passaggi. Ma questo credo sia colpa di esperienze personali. Le tue parole sono semplici e vere. Sembrano frutto di ricordi e mi son chiesta, hai mai vissuto in prima persona la perdita di un animale? Anche se lo definirei più uno spaccarsi di un legame tra due anime.

 

Il canile di Natalino viene da un’esperienza vera. Per un certo periodo della mia vita sono tornato nelle Marche dal Veneto ogni fine settimana e il sabato mattina l’ho trascorso a occuparmi di “un canile che non è proprio ‘n canile. È un recinto ‘ndo ce staranne ‘na trentina de ca’, ognuno ‘nte la gabbia sua”. Qui un anziano signore che adesso non c’è più si occupava di quei cani che nessuno voleva: vecchi, malati, storpi. Sia il canile che il vecchietto sono esistiti per davvero, come il giovane che per un po’ ha dato una mano a entrambi e che ha imparato a conoscere alcune cose della vita dal loro semplice sguardo e dalla loro tenacia. Vivere la scomparsa di un animale da compagnia è un’esperienza che conosco bene e, per quanto la durata della vita sia diversa, per quanto si debba mettere in conto questo tipo di distacco, sono convinto che perdere un amore, e con i cani è solo amore, equivalga a strapparsi via qualcosa dall’anima con un gesto che crea ferita e lacerazione. Non se ne esce mai incolumi. Oggi divido la mia quotidianità con un cagnolino che ho preso da un’associazione che recupera cani maltrattati, tra cui quelli tolti ai padroni con attività giudiziaria. Ha avuto un passato molto duro e doloroso, ma è riuscito ad avere fiducia di nuovo nel genere umano. Sono molto orgoglioso di lui. Si chiama Laki ed è un Pecetta Terrier, di quelli che ti stanno sempre attaccati.    

 

 

 

Questa potrà sembrare una domanda bizzarra. So che ami molto la musica, se dovessi abbinare una canzone o al tuo racconto, quale sarebbe?

 

È una domanda che invece trovo molto azzeccata. Mi piace molto lasciarmi ispirare dalla musica. Lo faccio non tanto quando scrivo, quanto mentre penso alla storia, alle scene, ai dialoghi. Di solito capita mentre guido. Alterno pezzi sinfonici ad altri rock, elettronici, death metal. La scena in cui il ragazzo cammina verso il canile, percorrendo la strada in salita, la mattina presto, ha Daydreaming dei Radiohead come sottofondo ideale. Questo è solo un esempio. Tuttavia con “Trenta cani e un bastardo” è vero anche che è successo qualcosa di diverso: ho trovato un pezzo che sembra scritto apposta, un brano che avvolge bene ogni momento della narrazione. Sto parlando di uno strumentale che si intitola “Solitudini”, composto da Corrado Carosio e Pierangelo Fornaro, eseguito dall’Orchestra Sinfonica Nazionale Rai, usato come colonna sonora per la terza stagione della serie Tv Rocco Schiavone. Ogni nota di questo brano mi ha raccontato la storia, che io ho scritto, con una voce diversa.  

 

 

 

Come è nata la tua passione per la scrittura noir, o per la scrittura in generale? Grazie a chi o a cosa oggi possiamo avere il piacere di leggere opere così uniche?

 

Ti ringrazio davvero, Anna, per l’apprezzamento. Incontrare un entusiasmo così sincero mi racconta tanto di me stesso. È come se trovassi una specie di pace, nel toccare sensibilità come la tua. La scrittura è una passione che è figlia di quella per la lettura. Se qualcuno mi chiedesse se mi sento più scrittore o lettore, risponderei lettore senza pensarci due volte. È grazie alle storie degli altri che ho sentito il desiderio di raccontarne di mie. Non penso mai, quando mi metto a scrivere, di impostare una storia gialla o noir o di qualsiasi altro colore possa venirmi in mente. Io voglio solo raccontare una storia. Il male, l’amore, il dolore e il sorriso, possiamo trovare tutto questo in ogni racconto che riguarda la vita. A me piace raccontare la vita e, proprio come hai scritto tu, la vita a volte picchia duro.

 

 

 

I tuoi lavori creano dipendenza, puoi alleviare le pene durante l’attesa e darci un piccolissimo indizio sul tuo prossimo lavoro?

 

Sto scrivendo un nuovo romanzo. Dopo “Storia nera di un naso rosso” e “Trenta cani e un bastardo” voglio mettermi in gioco un’altra volta. È una storia che voglio dedicare al me stesso bambino, affinché possa capire che l’uomo che è adesso non è stata colpa sua, ma, piuttosto, un merito. Dobbiamo convincercene entrambi, scrivendola insieme.  

 Alessandro Morbidelli 

 

A cura di Anna Sonatore 

 

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