Intervista a Alice Basso




A tu per tu con l’autore

 

 

 

 

Il mio primo incontro con Vani e di conseguenza con te, Alice, è stato proprio il classico colpo di fulmine. Ero alla ricerca di non so bene neanche io quale libro per staccare un po’ dai thriller che leggo avidamente, senza però rinunciare al mistero o cadere nel banale, e L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome si è palesato davanti a me fra miriadi di scelte per ebook disponibili. Da lì ci sono poi stati Scrivere è un mestiere pericoloso, Non ditelo allo scrittore, La scrittrice del mistero, un paio di racconti prequel sul passato di Vani e ora questo, Un caso speciale per la ghostwriter. Che legame hai instaurato con questo tuo personaggio così particolare che ormai ti segue da tempo e cosa c’è in Vani che si accomuna ad Alice?

Intanto: grazie! Dà una soddisfazione pazzesca scoprire di essere stati scoperti (scusa il gioco di parole) per caso, sai? Perché un conto è se un libro ti viene regalato o consigliato da un amico, o da un recensore che sai già avere i tuoi gusti: parti bendisposto, è tutto più facile. Ma scommettere su un libro del tutto ignoto e finire con l’avere un amico in più è una faccenda rara ed entusiasmante, per l’autore quanto – spero – per il lettore. Detto ciò: spero appunto che Vani sia diventata un po’ tua amica… anche se, me ne rendo conto, potrebbe essere un’amica un filo difficile! Vani è misantropa, sarcastica e disillusa (più per facciata che per reale convinzione, ma questa è una verità con la quale lei stessa impiega cinque libri a venire a patti). Io, dico sempre, sono fortunata a non essere come lei, perlomeno non al cento per cento. Per l’esattezza, le ho attribuito solo cinque tratti miei: il lavoro, più o meno (anche se io sono una editor e lei una ghostwriter, il che significa che è andata peggio a lei); l’essere schiava della battuta anche quando farebbe meglio a tenere la bocca chiusa; le pessime attitudini culinarie; un apprezzamento sobrio ma sincero per il whisky torbato, e dimostrare meno anni di quanti ne abbia (anche se, ahimé, prima o poi, cioè man mano che io mi avvicino ai quaranta, questa somiglianza mi sa che ce la lasceremo alle spalle!).

 

 

 

 

Proprio grazie ai tuoi libri che richiamano molto nella descrizione di Vani a Lisbeth Salander, grande personaggio nato dalla penna del noto autore Stieg Larsson, giornalista svedese scomparso già da qualche anno purtroppo, ho avuto anche io la curiosità di leggere questa trilogia emotivamente molto potente e me ne sono innamorata. Vorresti dire a me e agli amici di Thrillernord come mai hai deciso di prendere ispirazione da una figura così forte e così impattante nella creazione del personaggio della dottoressa Sarca, che obiettivamente esce dagli schemi abituali?

Lisbeth è stata una figura appassionante e rivoluzionaria nel panorama dei thriller: non è semplicemente (sempre che “semplicemente” si possa dire) l’eroina intelligente e indipendente che grazie al cielo negli ultimi decenni ha soppiantato da tradizionale “damsel in distress”; ha anche dei tratti del tutto originali, è guardata con meraviglia e diffidenza ed è considerata mentalmente instabile. Vani, naturalmente, è molto meno problematica di così, è una sorta di Lisbeth da commedia: però si veste come lei (per una scelta indipendente, anche se sa benissimo di somigliarle) e cerca con questo suo aspetto “pericoloso” di tenere alla larga il resto dell’umanità, del quale ha un misto di paura e ribrezzo. Ti confesserò una cosa in anteprima: in “Un caso speciale per la ghostwriter”, in cui sono citati tantissimi libri per ragazzi (perché ogni volume della pentalogia di Vani omaggia un genere letterario specifico, e la letteratura per ragazzi domina questo quinto e ultimo) c’è un lungo parallelismo fra Lisbeth e Pippi calzelunghe, e Vani come terzo vertice del triangolo (con tutta l’umiltà del caso, beninteso!).

 

 

 

 

Nello stesso modo in cui hai dotato Vani di uno stile vampiresco e alternativo, hai anche creato il personaggio di Romeo Berganza, che potrei sbagliarmi, ma a partire da me in poi ha sicuramente una fila lunghissima di ammiratrici che sgomiterebbero pur di incontrare un uomo come lui. Non il classico belloccio che forse è un po’ decaduto come stile, ma con il suo viso stanco e stropicciato allo stesso modo del suo impermeabile alla Philip Marlowe, dal carattere di norma calmo, paziente, meditabondo, non invadente ma sempre presente nel modo giusto al momento giusto, uno che sa addirittura muoversi in cucina, ma anche deciso e che dà la certezza rassicurante di esserci sempre. Insomma, sembra proprio l’altra metà della mela di Vani. La tessera del puzzle che mancava, l’unico forse in grado di comprendere e accogliere incondizionatamente la dottoressa Sarca nella sua interezza. Vuoi dirci da chi hai attinto per questo personaggio?

L’hai detto tu, precisa precisa: Philip Marlowe è il primo ispiratore di Romeo Berganza. Io sono una grandissima ammiratrice del personaggio di Marlowe e quando ho scritto il primo libro della mia serie ho pensato: “Voglio, assolutissimamente voglio, un personaggio così da muovere sulla mia scena. Un investigatore – in questo caso un commissario – con quell’allure da noir anni Quaranta, la faccia stropicciata, di poche parole ma incisive e gentilmente ironiche, l’aria di un rude ma che nasconde un’educazione raffinata”. Identikit che peraltro descriveva forse anche più di Marlowe il suo autore, Raymond Chandler. Mi sembrava perfetto affiancare vani-Lisbeth, una figura super citazionista, un altro personaggio altrettanto letterario, ossia il “frullato” fra il suddetto Marlowe (per un, diciamo, settanta per cento) e tanti altri celebri investigatori della letteratura noir di tradizione (per esempio per il rapporto con la cucina, che lo accomuna a Nero Wolfe, a Pepe Carvalho, a Salvo Montalbano, o per l’impermeabile beige, alla Colombo e Dick Tracy).

 

 

 

 

Questo tuo nuovo libro, a mio avviso, tocca temi importanti e profondi, come le scelte, l’amicizia e l’importanza dei legami, quelli positivi. Mai come qui il tuo personaggio di punta si è rivelata agli altri ma soprattutto a sé stessa. Si è contaminata con le sue stesse emozioni che per una volta non ha tentato di reprimere dentro di sé, lasciandole fluire come un fiume in piena facendosi travolgere lei stessa. Una metamorfosi che la porterà a prendere decisioni importanti che potrebbero cambiare la sua stessa vita e con lei quella di tante persone a lei vicine. Che valore da a questi temi Alice?

Ah, grazie della domanda, perché mi permetti di toccare apertamente un argomento molto importante e anche delicato, per me e per questa serie. Vani subisce evidentemente un’evoluzione (fra l’altro: ma sarà giusto dire che si “subisce” un’evoluzione?). I cinque romanzi sono indipendenti come gialli, nel senso che i casi su cui di volta in volta lei e il commissario Berganza investigano si chiudono all’ultima pagina; se però li si legge tutti e cinque di fila nell’ordine giusto, l’evoluzione di Vani e dei suoi rapporti con i personaggi di sfondo diventa il filo conduttore di un macro-romanzo che porta anche a un finalone a sorpresa (e sì, VERAMENTE a sorpresa, non è quello che so che state già tutti pensando!). Ci sono stati dei lettori – non molti, a dire il vero – che di questa evoluzione di Vani si sono un po’ dispiaciuti: avrebbero preferito continuare a vederla chiusa e acida come, ammettiamolo, la incontriamo nel primo libro. Ma Vani non smette mai di farla passare brutta alle persone che ritiene che meritino il suo sarcasmo o i suoi colpi bassi all’autostima! Tutto quello che fa è guardare in faccia ciò che il lettore già le riconosce addosso dal primo libro: e cioè che, certamente con un’accurata selezione all’ingresso, determinati esseri umani possono piacere anche a lei, e addirittura esserle necessari. E che non c’è niente di male in questo, visto che è una verità che tocca tutti noi, che ci piaccia o no.

 

 

 

Devo essere sincera, quando mi è stato affidato il tuo libro ho avuto paura di ciò che avrei potuto trovarci, ovviamente non in senso negativo. Temevo la parola “fine” poiché non amo il concetto di definitivo in assoluto, avevo paura di perdere Vani e Berganza e tutti gli amici che hanno ruotato loro attorno e paura di non potermi più immergere in un libro pieno di libri. Era noto da tempo il tuo progetto di una pentalogia per questa storia e ahimè ora ci siamo, il numero cinque è stato scritto, l’ho trovato stupendo e di tutti è stato a mio avviso quello più emotivamente forte e coinvolgente. Cos’hai provato mentre lo scrivevi e cosa ti ha lasciato?

Ti faccio una premessa importantissima: prima di leggere quello che sto per confessarti, tieni presente che fare solo cinque libri è stata una mia scelta, che l’ho deciso sin dall’inizio e che, anzi, ho disatteso un po’ le speranze dei miei editori (molto carini però a lasciarmi fare). E che sono tuttora convinta che sia stata la scelta giusta, una scelta di rispetto verso i lettori e il personaggio, per concludere col botto e all’altezza di com’era cominciato tutto. Okay? Bene, e adesso giurami di non ridere. Tanto per cominciare – ma questo secondo me già te lo aspettavi – io per prima, mentre scrivevo gli ultimi capitoli, ho pianto come la cascata delle Marmore. Lo so, è patetico, ma mi sono commossa da sola: ecco, l’ho detto. Ma non è finita – e questo è il punto in cui mi copro una volta per tutte di ridicolo: devi sapere che la stesura di tutto il libro, non solo del finale, è stata più lunga di due o tre mesi di quella dei libri precedenti. E sai perché? Perché, dispiaciutissima io stessa dall’idea che ogni nuova pagina scritta fosse una pagina in meno alla fine – nonostante fosse una mia scelta! – ho procrastinato la scrittura trovando di volta in volta mille scuse per ritardare le sessioni: adesso no che devo fare il bucato, adesso no che devo cucinare, uh!, faccio tardi al lavoro, sarà meglio che interrompa!, e via di seguito. Ripeto: sono ancora più che mai convinta che sia stata la scelta giusta… ma, cavolo, a Vani sono affezionata anch’io, e porca miseria se me ne sono accorta mentre scrivevo quest’ultimo episodio!

 

 

 

Adesso per te inizieranno i tour promozionali, le fiere, le interviste di lancio ecc., ma nel tuo dopo, noi lettori fedelissimi e curiosi cosa dobbiamo aspettarci, rivedremo Vani e Berganza o ci sono già nuovi progetti nel cassetto in serbo per te e per noi?

Ci sono TANTISSIMI progetti. Tu già sai che io sono logorroica (e grafomane, vedi la lunghezza delle risposte a queste tue domande). Sono logorroica anche creativamente: ho un sacco di idee, di storie, di spunti da sviluppare, che mi ribollono in testa. E in tutta onestà è una delle ragioni per cui sono stata felice di “contenere” Vani in cinque libri: non solo come dicevo, per darle una saga breve ma compatta e senza cali d’ispirazione, ma anche perché non volevo assolutamente arrivare a un momento della vita in cui magari ritrovarmi a pensare sbuffando “avrei tante altre cose che vorrei scrivere, e invece mi tocca rimanere bloccata con lei!”. Sarebbe stato ingiusto e triste. Ciò detto, so benissimo che il primo libro post-Vani sarà difficile come un secondo libro più che un sesto, e non ti nascondo di avere un bel po’ d’ansia già da adesso. Ma sono così tante le storie da raccontare…

Alice Basso

A nome di Thrillernord, ringrazio Alice Basso per la sua disponibilità e ne approfitto per rinnovarle i complimenti per la sua nuova creatura che fresca di pubblicazione ho avuto l’opportunità di leggere e recensire per il gruppo.

A presto e grazie Alice!

 

Grazie a te e a tutti voi, è stato un vero piacere!

A cura di

Loredana Cescutti

 

Alice Basso (Scheda Autore)


Alice Basso: è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora per diverse case editrici come redattrice, traduttrice, valutatrice di proposte editoriali. Nel tempo libero finge di avere ancora vent’anni, canta e scrive canzoni per un paio di rock band. Suona il sassofono, ama disegnare, cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne.

 

 

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