Intervista a Andrea Monticone




A tu per tu con l’autore

 

 

Vorrei iniziare l’intervista facendole i complimenti per il libro. Ho apprezzato molto il taglio giornalistico e la denuncia sociale che si cela dietro il racconto. È proprio da quest’ultima che vorrei partire per porle la prima domanda. Come mai ha deciso di voler trattare un tema così particolare? 

Prima di tutto grazie, davvero. Anche se la denuncia sociale non era il mio scopo principale, perché io prima di tutto punto a creare storie intriganti, che coinvolgano, dove ci sia anche azione… Però è gratificante per uno scrittore di noir sentirsi dire che ha saputo inserire nella sua opera qualcosa di più di qualche ammazzamento e di qualche investigatore più o meno problematico. Quanto alla mafia nigeriana, beh semplicemente qualche tempo fa ho assegnato il colonnello Sodano alla Dia, la direzione investigativa antimafia, e allora è nella lotta alle mafie che vado a cercare le sue avventure. E di mafia nigeriana, nella narrativa di genere, non si era ancora parlato, non in questo modo.

 

 

 

Parlando sempre di criminalità organizzata nigeriana secondo lei se ne parla troppo poco in Italia? Se sì per quale motivo?

Si parla sempre troppo poco delle mafie. E di quella nigeriana, che nella mia attività giornalistica ho conosciuto parecchi anni fa, si è parlato molto soltanto in occasione di episodi particolari, per di più a sproposito. In linea di massima credo che troppi, tra politici, sociologi e scrittori, parlino francamente a casaccio. La mafia nigeriana è qualcosa che nasce dalle élite studentesche della Nigeria e poi evolve, cambia pelle. Qui in Italia, poi, ha attuato la sua trasformazione più drastica: ci sono diversi clan, o cult, ogni grande città ospita un nido, che è l’equivalente di una grande cosca. E questo magma criminale ha cominciato ad assimilare metodi e strategie delle mafie nostrane, andando a interferire anche nelle loro attività storiche, a volte combattendo altre volte stringendo patti di collaborazione. Questa saldatura è il segno di un salto di qualità, molto pericoloso perché si è visto quanta capacità abbia di penetrare in un territorio, nel tessuto sociale stesso. È feroce e subdola. E, a differenza di quanto accade con ‘ndrangheta o cosa nostra, non ci si può aggrappare esclusivamente ai pentiti per combatterla: prima bisogna comprenderla, conoscerla. E io scrivo di ciò che conosco.

 

 

 

Ho amato particolarmente il personaggio principale il Colonnello Sodano e mi è dispiaciuto non poter leggere qualcosa in più riguardo la sua sfera personale. È stata una scelta precisa perché vorrà presentarcelo e svelarcelo un po’ alla volta attraverso nuovi racconti?

I racconti rappresentano una nuova fase della vita editoriale di Sodano: dai tempi del primo romanzo è cambiato, è invecchiato, ha un diverso modo di comportarsi e se prima esisteva solo la sua vita professionale condita da molta musica rock, adesso poco a poco tiro fuori altri aspetti della sua vita privata, i suoi rapporti con le donne, con gli amici e con i colleghi. Mi diverto io per primo a scoprire, prima ancora che a scrivere, un Sodano diverso da come era stato nei libri precedenti.

 

 

 

 

 

 

Alla fine del libro non c’è nessun vinto e nessun vincitore nella lotta al potere criminale. È un segnale specifico che ha voluto dare? Come ad evidenziare il fatto che, alla fine, in questa lotta non possono esserci e non ci saranno mai vincitori?

Mi dicono spesso che i miei finali lasciano un po’ di amaro in bocca, che non cedo alla tentazione consolatoria che dicono essere la funzione di certi thriller. Io mi sento legato al concetto mitologico dell’eroe che anche quando vince non trionfa completamente, perché comunque la lotta gli ha lasciato qualcosa addosso, l’odore del sangue, la fatica del combattimento. I miei personaggi non passano indenni attraverso ciò che vivono, come ognuno di noi.

 

 

 

Questa domanda la faccio spesso agli scrittori, perché mi incuriosisce e affascina il processo creativo; generalmente quando inizia a scrivere un libro ha già tutto uno schema in mente e poi sviluppa la storia o si fa trascinare dalle emozioni e dalle sensazioni che la stesura del libro stesso le porta?

Spesso ho in mente delle scene, delle immagini o magari anche solo qualche frase. Allora elaboro nella mia testa uno schema, uno svolgimento fino a che questo non mi ossessiona al punto da doverlo mettere sulla pagina. E capita spesso che, scrivendo, mi faccia trascinare dai miei personaggi in qualche situazione, o a che a loro venga in mente qualcosa che a me non era venuto.

 

 

 

Il mistero e il fascino di Torino vengono enfatizzati ancora di più dalla situazione surreale che abbiamo vissuto negli ultimi mesi. Le immagini delle città deserte e desolate penso resteranno a lungo impresse nelle nostre menti. Questo libro è figlio delle tante ore passate in casa?

Più che altro dell’osservazione, come giornalista, della nostra strana vita in pieno lockdown, del cambio di abitudini, di modi stessi di essere. Anche le mie abitudini sono cambiate e non di poco. Mi sembra strano, adesso, leggere nuovi libri in cui non ci sono mascherine, quarantene, strade deserte: io ho voluto collocare la mia storia in questa cornice. Non sarebbe stato sincero presentare una Torino magari piena di turisti oppure con qualche colorata festa di quartiere quando invece siamo ancora lì a contare morti e contagi e tremare per nuove possibili restrizioni. Quanto è accaduto è un fatto storico e la letteratura, anche quella di genere, non può ignorarlo, se vuole essere autentica letteratura.

 

 

 

La mia ultima domanda verte sul suo essere lettore. Quali sono i generi che predilige come lettore? Cosa ne pensa del thriller nordico?

Io leggo di tutto, anche per lavoro. Mi sono formato come lettore con Cesare Pavese, Milan Kundera, Giorgio Saviane, De Carlo e Castellaneta, ma anche Scerbanenco, Izzo e tra i contemporanei sono ferocemente appassionato di Michael Connelly, Brian Freeman e Lee Child. Però, un poco come mi accade per la musica, provo sempre più piacere nel tornare indietro, riprendere i libri del passato, rileggere magari J.G. Ballard e la serie Sas di De Villiers. Ah, particolare non da poco: sono un grande appassionato di fumetti, che leggo e rileggo in continuazione. Quanto al thriller nordico, ho iniziato con Mankell, tanti anni fa, e ho proseguito con Nesbo, Stieg Larsson. Sono grandi storie che mi appassionano, scritte con maestria. Certo, poi magari mi pongo la stessa domanda di Nick Hornby: ma in Scandinavia ci sono ancora tutte queste donne da uccidere e tutti questi serial killer?.

 

 

La ringrazio per la disponibilità e per il tempo che ha dedicato all’intervista.

Costantino Giordano

“Grazie a lei e ai lettori di Thrillernord”

Andrea Monticone

A cura di Costantino Giordano

 

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