Intervista a Annalisa Arcoleo




A tu per tu con l’autore

 

 

L’indifferenza in cui viene lasciata morire la mamma di Alex è di grande impatto, in apertura del libro. Quanto trovi che sia attuale, nella società moderna, questo modo di fare nel quotidiano? Siamo davvero così indifferenti alle sorti altrui?

Purtroppo è all’ordine del giorno, e non fa parte solamente di eventi così tragici. L’indifferenza è in tutto, siamo leoni da tastiera ma poi nella vita reale ci tiriamo indietro. Abbiamo paura di essere coinvolti, di trovarci in situazioni spiacevoli … però ogni tanto occorre trovare un po’ di coraggio e di altruismo, aiutare chi è in difficoltà e capire che abbiamo il potere di cambiare totalmente le cose, se tutti uniti. Non bisogna fare nulla di incosciente, ma un po’ di unione tra tutti noi potrebbe cambiare in positivo le cose.

 

 

Qualcuno ti ha ispirato il personaggio di Alex?

Nessuno mi ha ispirata, il personaggio era nei miei pensieri da almeno dieci anni; anzi, più che il personaggio era la storia a stare nella mia testa e a voler uscire. Devo dire che poco dopo la pubblicazione del libro mi sono imbattuta in una lettera scritta da una donna che raccontava su una rivista della sua paura di uscire di casa. Sicuramente la sua fobia era molto ridotta temporalmente nell’arco della sua vita rispetto a quella di Alex, ma mi ha fatto riflettere: ho raccontato una storia portandola all’estremo per far capire quanto le gabbie – mentali o fisiche che siano – abbiano il potere di distruggerci, e invece mi rendo conto che non è così assurdo imbattersi in una persona che preferisce rimanere tra le mura di casa più che andare all’esterno. Quanto sia grave o meno il problema è relativo, ma esiste. La paura si manifesta in tante forme, però porta sempre alla stessa conclusione, quella di chiudersi in un proprio guscio protettivo. È qualcosa che va superata con il tempo e il giusto aiuto.

 

 

 

 

La scelta di fare dei salti temporali così netti e così marcati dal 1996 al 2006, passando poi al 2026 e fare poi un ulteriore grande salto, a cosa è dovuta? E’ dovuta al fatto che la vita di Alex è sempre stata uguale a se stessa senza niente da raccontare?

Di cose da raccontare ne ha anche troppe! Ha vissuto attraverso i racconti degli altri, le storie lette sui libri, le parole di colleghi e amici che ha conosciuto nel tempo. Se ci pensiamo, Alex ha fatto un percorso che non è poi così lontano dal reale: ha avuto un’infanzia travagliata (come tanti), ma poi ha imparato a prendere un posto nel suo mondo e lo ha fatto come un adulto, dedicandosi anima e corpo al suo lavoro e agli altri. Ha imparato un mestiere, si è fatto degli amici, ha avuto i suoi acciacchi, cosa c’è di diverso rispetto alle altre persone? Il mondo esterno che lui ha tagliato fuori si è palesato prepotentemente all’interno del suo mondo. Dunque non è possibile raccontare l’intera vita di una persona, i salti temporali sono necessari per cogliere solo e soltanto gli eventi più significativi. Abbiamo tanti esempi cinematografici in cui viene seguita per intero la vita di un protagonista, i tagli sono essenziali, ma non tolgono nulla al nocciolo della storia che si vuole raccontare.

 

 

Se, con il senno di poi, ti chiedessero di sviluppare la storia di Alex nel periodo che va dai suoi 30 anni fino alla sua senilità, quale avvenimento importante inseriresti?

Io ho 30 anni, eppure i momenti davvero importanti della mia vita si possono contare sulle dita di una mano. Intendo quelli veramente significativi! Per Alex non è tanto diverso, Sarah è stata la persona che lo ha cambiato profondamente e per sempre, insegnandogli a credere, portandolo in un posto che – reale o meno – ha un pizzico di magia ed è eterno come il loro legame. Il pensiero di lei lo ha spinto in ogni sua azione quotidiana, in ogni nuovo incontro e nel cercare di migliorarsi. Se avessi raccontato la vita di Alex in quell’arco di tempo che non è nel libro, ci sarebbero state tante altre persone che, attraverso le proprie storie, lo avrebbero arricchito e migliorato giorno dopo giorno. Ci sarebbero stati giorni felici, pieni di risate, ma anche giorni difficili, che lo avrebbero segnato per i suoi sbagli o per la perdita di qualcuno. Si sarebbe trovato di fronte a nuove scelte, ad addii, a nuovi amici, a un film che gli sarebbe rimasto nel cuore, a un regalo di compleanno inaspettato, a momenti che avrebbero costruito nuovi ricordi. Perché in fondo ciò che ci rimane dentro, alla fine, sono solo i momenti passati con le persone che contano. Arriviamo ad essere chi siamo senza nemmeno capire bene come ci siamo arrivati, ma se ci soffermiamo a riflettere ci accorgiamo che siamo un insieme di esperienze capitate per o con altre persone. Per questo insisto tanto sull’importanza della differenza, il confronto è l’unica cosa che ci fa crescere.

 

 

Mi avrebbe fatto molto piacere conoscere Alex adulto molto di più di quanto non si riesca a sapere di lui nel tuo romanzo, così come di Sarah. Di lei non si sa molto pur essendo così importante per lui: è stata una scelta ben precisa, quella di tenerla da parte, o il racconto si è sviluppato così senza una programmazione iniziale?

Nessun personaggio poteva essere sviluppato indipendentemente da Alex, perché il romanzo è scritto con un solo punto di vista, quello del protagonista. Tutto ciò che passa sotto i suoi occhi può essere visto e dunque raccontato, il resto no. Per questo di Sarah, come di tutti gli altri, si parla soltanto relativamente ai momenti di interazione con Alex. Il libro è una sorta di diario di vita del protagonista, che vede, cattura, immagazzina e lo lascia in eredità a noi. Il ruolo chiave di Sarah è qualcosa che non si riduce a un momento, è talmente profondo da incidere per sempre sul carattere e sul modo di essere di Alex. Forse possiamo paragonare il suo impatto agli insegnamenti che ci hanno dato i nostri genitori: ci hanno colpito così nel profondo da essere parte di noi ancora oggi, senza che ce ne rendiamo conto. Fanno parte di noi indissolubilmente, non importa se non ci soffermiamo a chiederci come mai siamo in un determinato modo, stanno lì e ci caratterizzano insieme a tutto quello che è venuto dopo e che ha contribuito a costruirci.

 

 

Alex è una persona veramente realizzata? Se incontrassi davvero qualcuno con la sua storia, come lo definiresti, un uomo risolto?

La paura è sempre qualcosa che fa perdere. Ne usciamo sconfitti, è una limitazione e per questo non può che prendersi qualcosa dalla nostra vita, se non la superiamo. Però non conosco nessuno che non ne sia uscito sconfitto, in un modo o in un altro. Il problema di essere capaci di vivere nel mondo esterno o meno riguarda Alex, ma come lui ognuno di noi ha una paura che non riesce sempre a superare. Non per questo, però, non siamo realizzati. Credo che l’essere umano perfetto, senza paura, senza problemi, totalmente realizzato in ogni campo, non esista. Alex ha perso l’occasione di viaggiare, di costruirsi una famiglia, di fare lunghe passeggiate all’aria aperta, ma quante cose ci perdiamo noi senza essere per forza rinchiusi dentro casa? I rimpianti li abbiamo tutti, per questo è bene affrontare le paure, fare il più possibile e cercare di essere felici della propria vita secondo i propri standard, non quelli degli altri. Seppur consapevole di aver perso molte cose, Alex si è realizzato a modo suo, al meglio delle sue possibilità, e ha trovato la sua chiave per conoscere ciò che non ha avuto il coraggio di affrontare. Anzi, in un mondo così frenetico, forse siamo proprio noi a perderci qualcosa, a dare priorità a cose non importanti. Io spero solo che alla fine il mio diario di viaggio (mentale, perché non ne ho uno come Alex) sarà pieno dei ricordi più belli, perché significherà che avrò fatto il massimo per essere felice.

Annalisa Arcoleo


A cura di Stefania Ceteroni


 

 

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