Intervista a Antonella Grandicelli




A tu per tu con l’autore

 

 

Antonella, è un grande piacere tornare a parlare del tuo romanzo d’esordio, “ Le ali dell’angelo”, in occasione del Festival delle Penne Rosa, di cui sei tra le protagoniste. Il tuo romanzo ha colpito molto i lettori, per la trama accattivante e l’indagine serrata e ben condotta, per i personaggi centratissimi e ottimamente caratterizzati, e ultima ma non ultima per la tua scrittura, così possente e cesellata. Estremizzando si sente spesso dire il poeta emoziona, il narratore … narra. Cosa ne pensi di questa definizione, tu che sei perfettamente a tuo agio sia nella poesia che nella narrativa di genere e non?

Le ali dell’angelo” è stato un esperimento, di più, una sfida. E’ stato il tentativo – se riuscito o meno lo lascio al lettore – di riscrivere il noir con una scrittura più emozionale, più intima e quindi più poetica, cercando, se non una sintesi, quantomeno una contaminazione tra narrativa e poesia. Forte indizio ne è il personaggio di Luigi Martines, poeta che ha abbandonato la poesia, ma il cui sguardo sul mondo e su ciò che lo circonda ne è sempre impregnato. Ovviamente questo non significa abbandonare la trama, che della narrativa – e a maggior ragione del genere noir – è l’ossatura, ma ha significato per me fare un lavoro duro e intenso, a tratti anche faticoso, sulla parola, innestandola nella trama, in modo che ne divenisse filtro e veicolo primo di emozione.

 

 

 

Il collante del’incontro che ti vedrà protagonista al Festival delle Penne Rosa è il tuo “essere”una scrittrice della vallata, in riferimento alle tue origini valpolceverasche. Quanto questa connotazione e radice geografica incide e ha inciso nel tuo modo di essere scrittrice? Trovi che l’essere della vallata rappresenti ancora oggi un elemento caratterizzante e identificativo così forte?

Tendo a chiamare “casa” un posto dopo solo pochi minuti che mi ci trovo, mi piace girare il mondo, ma tenendo sempre in mente da dove vengo. Ritengo che sapere bene chi sei, aiuti a non diventare chi non vorresti essere. Nonostante le mie radici affondino sia a ponente che a levante di Genova, ho sempre sentito molto forte il legame con la Valpolcevera, dove sono nata e cresciuta, vivendone gran parte della sua topografia in momenti diversi della mia vita, assorbendone la cultura e anche la lingua, un dialetto che amo parlare e ascoltare. Immagino dunque che, consapevolmente o meno, tutto questo si rifletta in ciò che scrivo. E non me ne dispiace.

 

 

Il tuo romanzo, “Le ali dell’angelo” è fortemente connotato al territorio. Si può dire che gli spazi naturali in cui si svolge, facciano da contrappunto alle azioni e reazioni dei due protagonisti, il Commissario Vassallo e Luigi Martines: Martines e Vassallo si muovono, attirati e respinti da una città che regala loro i riflessi cangianti della sua pelle, li riveste dei suoi silenzi, del suo odore pungente di mare, li imprigiona beffarda e indifferente in fazzoletti di cieli tersi, li avvolge negli invisibili fili di scirocco, li accoglie nel riparo dei suoi spazi stretti. Amarla, odiarla, non ha importanza. Importante è viverla. Posto che emerge in maniera meravigliosamente potente, nelle tue pagine, l’amore che provi per la tua terra, come vivi e quanto   è stato il tuo “vivere” Genova ad ispirarti la storia che hai raccontato? I tuoi personaggi sono “figli” dei luoghi che descrivi, o ti sono “arrivati” in maniera indipendente e tu hai dato loro questa casa?

Quando ho iniziato a scrivere “Le ali dell’angelo”, ciò che avevo in mente sin dall’inizio era che Genova ne fosse indiscussa protagonista. Nutro un amore viscerale per la mia città, come quello per una madre che tu vedi come la più bella del mondo anche se sai che è vecchia e malandata. Ho attinto pertanto a tutto il mio repertorio di suggestioni personali, anche biografiche, per disegnarla in un modo che fosse vero, con luci ed ombre, scoprendone il fascino e il degrado, raccontandola non solo attraverso luoghi per cui è più conosciuta come i caruggi del centro storico, ma anche puntando l’attenzione verso quartieri meno conosciuti, ma ricchi di immagini, di storia, d’incanto. E Vassallo e Martines mi hanno aiutata in questo gioco, non solo percorrendone le creuze e le periferie, ma anche vivendola sulla propria pelle, indossandola, assumendone su di sé lo spirito.

 

 

 

“Le ali dell’angelo” è un romanzo davvero notevole, che abbraccia e stimola molte considerazioni e riflessioni. E’ un romanzo vivo e colmo di umanità. Non “solo”. “Le ali dell’angelo” è fortemente un noir, magnetico ed elegante, teso e avvincente. Da cosa ha preso le mosse la trama gialla che hai creato e ideato? Ci sono Autori di genere che ti hanno ispirato? Oltre, certo, alla realtà inesorabile delle cronache…

L’attualità s’introduce, spesso anche prepotente, nelle storie che si raccontano e non si può ignorare quanto la cronaca ci riporta, ormai quasi giornalmente, sulla violenza di cui le donne sono vittime, che sia fisica o psicologica. E “Le ali dell’angelo” prende avvio proprio da un episodio di violenza estrema perpetrato su una donna senza identità. Saranno i protagonisti principali del romanzo, il commissario Vassallo e il Poeta Luigi Martines, ad assumersi, ognuno a suo modo, l’incarico di ridare a questa donna un nome e una dignità. Le voci di Vassallo e di Martines si alternano per narrare lungo il romanzo di scelte fatte e subite, di sopravvivenza, di dolore, di rancore, di solitudine. Questo avevo in mente quando ho iniziato a scrivere il romanzo: due personaggi, due voci opposte e complementari, che durante la narrazione imparano a conoscersi, a conoscere sé stessi attraverso l’altro e si avvicinano sempre di più fino a toccarsi. Tutto questo vissuto all’interno di una città che è organismo vivo e vive con loro, riflettendole come in uno specchio, sensazioni, emozioni, paure. Ovviamente ogni scrittore che si accinga a scrivere una storia ha in mente, se non uno stile, un’atmosfera perfetta, che vorrebbe riuscire a ricreare attraverso le sue parole. Per me, è l’atmosfera, probabilmente inarrivabile, che trovo nei romanzi di Manuel Vazquez Montalban, di Jean-Claude Izzo, di Andrea Camilleri.

 

 

 

Cosa rappresenta per te, Antonella, il processo della scrittura, come avviene, quanto spazio occupa nella tua vita? Vassallo e Martines, come ci auguriamo fortemente, sono ancora nei tuoi pensieri? E nelle tue prossime righe?

La scrittura occupa uno spazio decisamente importante nella mia vita. Se l’atto vero e proprio di scrivere deve purtroppo soggiacere alle tempistiche dettate dalla vita quotidiana e dalle sue incombenze improrogabili, in realtà io mi ritrovo a “scrivere” anche quando non sono davanti alla tastiera e al foglio bianco. Scrivo nella mia mente in continuazione, di giorno e di notte, ogni qualvolta le parole si liberino e scorrano per creare una storia, un’emozione, un immagine. Sono molto affezionata a Vassallo e a Martines, come penso tutti gli scrittori ai loro personaggi, e credo possano avere ancora delle cose da dire. Ci sto lavorando, ma ritengo che sia necessario trovare la storia e il momento giusto per scriverla e quando questi arriveranno, lo saprò.

 

 

 

Parliamo, scriviamo, raccontiamo di piccole e grandi cose per cercare di capire, di arrivare a qualcosa, di afferrare l’essenza che però si allontana sempre più come l’arcobaleno. Parole di un’Autore meraviglioso, che so tu ami profondamente. Qual è il tuo afflato verso la letteratura nordica? Cosa pensi, in particolare di questo pensiero di Jon Kalman Stefansson?

Non è un segreto che io ami alla follia la letteratura di Jon Kalman Stefansson, proprio per quella contaminazione tra narrativa e poesia di cui ho già detto. La narrativa ci racconta storie, ci riporta vissuti e personaggi, ma è la poesia che ce ne regala la profondità, lo spessore, le infinite sfumature. Solo attraverso di essa possiamo leggere gli indizi, tentare di scoprire le tappe di questo infinito viaggio che è l’esistenza. La ragione narra, la poesia disvela. Non per niente Martines è un poeta.

Antonella Grandicelli

 

 

 

Ringrazio con tutta me stessa Antonella Grandicelli, Autrice che emana talento in ogni declinazione, che ha incontrato il noir, e senza metterlo in versi, è riuscita a conferirgli poesia.

Sabrina De Bastiani


A cura di Sabrina De Bastiani

Di Antonella Grandicelli:

IL LIBRO – Genova, una grigia alba di marzo. Salendo lungo una vecchia mattonata ripida che conduce al piccolo cimitero dell’Apparizione, Luigi Martines scopre il cadavere di una donna. È giovane, nuda e il suo corpo mostra tracce di un atroce atto di cannibalismo. Un delitto disumano, che metterà due uomini diversi e diffidenti uno di fronte all’altro nella ricerca di una stessa risposta…