Intervista a Antonio Falco




A tu per tu con l’autore

 

A tu per tu incontra oggi Antonio Falco, scrittore esordiente prossimo alla pubblicazione del suo secondo romanzo. Thrillernord ha recensito per voi “Il cane che avrebbe dovuto chiamarsi Fido”.

 

Il suo romanzo ha una spiccata impronta di narrativa e devia successivamente sul genere thriller. È una cosa voluta? Un caso dettato dalla trama? Quale aspetto dei 2 e più pregnante?

“Direi che è per lo più un caso dettato dalla trama. È come se questo libro orbitasse intorno a due poli di attrazione: uno più giallo, che è quello rappresentato dal mistero che verrà svelato alla fine della storia, e l’altro più “tenero” e affettivo, quello che narra della relazione tra il protagonista, il pensionato Riccardo Martini, e il cane, che apparentemente si chiama Fido, che piomba nella sua vita la mattina di Natale e lo sposta prepotentemente dall’orlo del burrone depressivo su cui stava camminando.
Sono questi due centri gravitazionali a determinare l’impronta di cui parla: nella prima parte, in cui vengono caratterizzati i protagonisti (umani e non) predomina quella narrativa, man mano che ci si avvicina all’altro polo sarà quella gialla a prendere il sopravvento. Credo che i due aspetti siano abbastanza equivalenti: il libro è indubbiamente un giallo leggero, quindi può piacere a chi ama il genere, ma, allo stesso tempo, soprattutto grazie alla prima parte, può attrarre lettori che non  sono particolarmente avvezzi alle indagini su carta stampata. Credo questo sia dimostrato dal fatto che diverse persone mi hanno comunicato che Riccardo e “Fido” hanno un forte appeal e riescono a coinvolgere il lettore portandolo rapidamente ad affezionarsi ad entrambi. Devo aggiungere che il libro è stato scritto in due fasi, in due momenti diversi della mia vita, a distanza di un anno circa, e forse questa doppia impronta in parte è anche un riflesso di questa differenza cronologica”.

 

 

 

Secondo me il romanzo è adatto ad un pubblico molto giovane. A quale pubblico si rivolge? C’è un messaggio che vuole arrivi al lettore?

“Quando ho iniziato a mettere mano a questa storia, mi sono trovato davanti all’ennesimo tentativo di scrivere qualcosa che avesse un inizio e una conclusione, fino ad allora non vi ero mai riuscito. Inoltre, da aspirante esordiente, non avevo nessuna certezza di pubblicare, anzi, non immaginavo proprio di riuscire a farlo. Pertanto, non ho pianificato quasi nulla, mi sono semplicemente lasciato guidare dall’ispirazione e dalle due idee cui accennavo prima e intorno alle quali ho cercato di costruire una storia che speravo potesse intrigare e divertire, preoccupato soprattutto di riuscire a portarla a compimento.
Non ho immaginato nessun tipo di pubblico specifico e non ho pensato a nessun messaggio, tuttavia, a posteriori, posso dire che se il libro nel suo piccolo dovesse contribuire a veicolare l’idea che un animale da compagnia (non necessariamente un ca ne) possa dare una mano alle persone sole, mi farebbe estremo piacere. Mi spiego meglio: se dovessi venire a sapere di un lettore che si è lasciato convincere dal mio libro ad emulare Riccardo nell’adottare un animale, riuscendo così a dare una svolta alla sua vita, ne sarei molto lieto, anche se mentre lo scrivevo non pensavo affatto a questo tipo di conseguenze. Comunque, questa considerazione sul pubblico giovane mi fa sorridere, perché una delle prime persone che ha letto il manoscritto, quando non avevo ancora un contratto e un editore, mi aveva chiaramente detto che era una storia “per pensionati”, specificando che non si trattava di una pecca, ma semplicemente, della fascia di pubblico che lui considerava più adeguata alla sua fruizione. E in effetti, questo giudizio mi ha un po’ condizionato nella “promozione”, poiché ho sempre pensato fosse un libro per anziani, anche se poi ho ricevuto commenti positivi da persone di tutte le età. Devo dire, quindi, che mi fa molto piacere questa apertura manifestata anche nella vostra recensione verso un pubblico più giovane, chissà che prima o poi non si possa concretizzare in un laboratorio scolastico sul giallo! Sarebbe molto interessante”.

 

 

 

Altri aspetti caratteristici di questo romanzo sono la presenza di un cane come co-protagonista e il fatto che non c’è alcuna figura “istituzionale” che conduce un’indagine. La storia contiene diversi punti di rottura rispetto al classico thriller: non esiste il super commissario o una figura analoga che faccia da protagonista assoluto dell’indagine, ma uomini comuni che con umiltà si mettono in gioco per scoprire il Colpevole. Anche Diana, il cane co-protagonista del romanzo, non è un cane poliziotto, né un cane di razza. I personaggi sono davvero classificabili come personaggi della porta accanto. Cosa ha significato per lei questa scelta? Ritiene di aver corso dei rischi a rompere certi schemi?

“Sì, devo dire che non ci si deve aspettare una storia alla Commissario Rex! Per rispondere devo un po’ ripetermi: non avendo la certezza di pubblicare, non c’è stata nessuna pianificazione razionale nella scelta dei personaggi, sono nati un po’ per caso, perché probabilmente erano quelli che avevo in testa e che in qualche modo spingevano per essere riversati sulla carta. Non ho fatto calcoli e  scelte troppo ponderate, se non quelle dettate dall’andamento della storia. Non so dire, quindi, se questo utilizzo di “protagonisti della porta accanto” abbia rappresentato in qualche modo un rischio per l’andamento del libro: diversi lettori hanno manifestato un certo entusiasmo per aver letto una storia che parla “di gente comune”, ma magari ci sono anche altri che non lo hanno apprezzato e che sono stati così carini da non farmelo notare. Forse, dal punto di vista dell’autore, l’unica penalizzazione che intravedo è quella di aver reso più difficile la possibilità di un sequel: vedrei molto complicato coinvolgere di nuovo Riccardo in un’indagine, ma vedremo, non si sa mai cosa gli potrà riservare il futuro, d’altronde è ancora un giovanotto!”

 

 

 

Si fa uso anche di un pizzico di ironia. Come vede il rapporto tra ironia e thriller?

“Lo vedo molto bene, perché da lettore lo apprezzo molto. Faccio un esempio: se leggo un romanzo di Montalbano, mi lascio affascinare dalla strepitosa bravura di Camilleri, dai suoi intrighi e dalla sua scrittura, ma spesso rido, e di gusto, non posso farne a meno e questo aspetto mi diverte tantissimo. Se fossi riuscito, anche in minima parte, a far sorridere un mio lettore, ne sarei felice. Certo, che man mano che ci si immerge nel giallo diventa maggiormente complicato seminare allegria, perché comunque gli argomenti trattati sono pur sempre reati e drammi e in qualche modo anche i personaggi devono portare rispetto per ciò che succede e per le vittime, ma l’accoppiata tensione narrativa-risata non mi dispiace affatto, anzi direi che mi affascina.
Anzi, questo è probabilmente uno dei pochi elementi che ho consapevolmente pianificato: quando ho pensato a Riccardo e alla sua condizione di inattività e solitudine, gli ho aggiunto una buona dose di impertinenza, dovuta alla sua insofferenza verso la società contemporanea e la tecnologia, che speravo proprio potesse suscitare una risata.”

 

 

 

Antonio a breve uscirà il suo secondo romanzo, ci può anticipare qualcosa?

“Con piacere. Il nuovo libro uscirà a maggio, sempre edito da Il Ciliegio, e si intitolerà La stella a sei punte; è un thriller un po’ più classico del primo, da cui si differenzia anche perché si tratta di un romanzo corale. Narra infatti della prima indagine di una squadra sperimentale di poliziotti che funge un po’ da consulente per gli altri gruppi della questura di Torino; quattro uomini e due donne che si trovano per la prima volta a lavorare insieme partendo da esperienze molto differenti, dando ognuno il proprio contributo alle indagini relative al caso della sparizione di una ragazza dell’alta borghesia torinese. Da questa coralità, spiccherà a tratti una giovane donna che assumerà il ruolo della protagonista principale, Giulia Rinaldi, una biologa che fa la poliziotta perché non ha trovato lavoro nel suo ambito di studi e che nel contempo assisterà ad alcuni sconvolgimenti relativi alla sua vita personale. Ricollegandomi a ciò che dicevo prima, nonostante in questo caso gli investigatori siano dei poliziotti e non dei pensionati e quindi utilizzino strumenti e vie più ortodosse e ufficiali rispetto a Riccardo Martini, credo (e mi auguro) di averli comunque caratterizzati con una certa dose di umanità, che permetterà al lettore di affezionarsi a loro. Vorrei sottolineare che, a differenza del primo, questo è un libro che ho scritto di getto, sulle ali dell’entusiasmo per la pubblicazione de “Il cane…”: mentre attendevo una risposta dalle cento case editrici che ho contattato, avevano cominciato a frullarmi per la testa alcune idee per un secondo romanzo, ma non avevo avuto il coraggio di metterle giù. Nel momento in cui Il Ciliegio ha approvato la pubblicazione de “Il cane…” ho scritto il libro tutto d’un fiato, di notte e in qualsiasi ritaglio di tempo che mi consentisse di farlo”.

 

 

 

Lei è un informatico, appassionato di lettura. Qual è stato il momento in cui ha capito che avrebbe potuto scriverlo lei stesso un libro?

“Non c’è stato un momento vero e proprio in cui ho capito di essere in grado di farlo. Certo, quando mia moglie ha letto la prima parte de “Il cane…” e le è piaciuto, mi è servito da sprone a terminarlo e non a caso il libro è dedicato a lei. Posso affermare, però, che, fin da bambino, ho sempre sentito l’esigenza di raccontare delle storie, scrivendole. Ci ho pensato spesso in questo periodo perché molte persone mi hanno chiesto “ma come ti è venuto in mente di scrivere?” e devo dire che alla base di tutto ci sono proprio l’amore per la lettura e per il libro in sé, come oggetto, e soprattutto il desiderio di raccontare, cercando di trasmettere delle emozioni al lettore, delle vibrazioni simili a quelle che provo io quando leggo un buon libro. Ecco, posso affermare che, spesso, dopo l’ultima pagina di un libro che mi è piaciuto, ho sentito la voglia fortissima di scrivere io stesso qualcosa: forse in quei momenti ho compreso, non tanto di essere in grado di scrivere un libro, quanto di desiderare fortemente di volerlo fare. Naturalmente, il fatto di essere stato selezionato da un editore per la pubblicazione ha certo rappresentato un’ulteriore conferma di aver fatto un certo tipo di lavoro, spero, di qualità”.

 

 

 

Ultima ed immancabile domanda per noi di Thrillernord: conosce il genere del thriller nordico? C’è un autore in particolare che segue?

“Sì, lo conosco anche se non sono un vero e proprio appassionato e quindi non posso dire di seguire un autore in particolare. Sicuramente ho bellissimi ricordi legati alla lettura de Il senso di Smilla per la neve e della trilogia Millennium di Stieg Larsson. È singolare che l’ultimo thriller nordico che ho letto sia La neve sotto la neve, una storia estone, ma scritta dall’italianissimo Arno Saar, ovvero Alessandro Perissinotto, con cui ho avuto l’onore e la fortuna di presentare il mio libro qualche settimana fa”.

A cura di Laura Salvadori

Di Antonio Falco:

IL LIBRO – Torino, un Natale povero di neve. Riccardo Martini è pensionato per la seconda volta: dopo avere lasciato il lavoro, si è occupato del nipote che però ha ormai raggiunto l’età dell’autonomia, pertanto anche questa seconda attività non ha più motivo di esistere. È vedovo, ha pochi amici e le sue giornate sono sostanzialmente vuote. Non è un tipo che piange su se stesso, si sente ancora in forma anche se non sa in che direzione orientare le sue energie e la sua voglia di vivere. Il fulmineo attaccamento a un cane che inaspettatamente compare nella sua vita, così come il piacere di giocare con lui in parchi inondati di sole invernale, fanno comprendere quanto l’uomo fosse in verità solo con se stesso. Su questa relazione uomo-animale, infatti, si riflette la condizione di solitudine del protagonista, la sua forzata inattività che, nel corso delle vicende narrate, lo porterà a compiere delle scelte “investigative” rischiose per la sua incolumità….



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