Intervista a Barbara Baraldi




A tu per tu con l’autore

 

 

Barbara, più che mai in questo terzo episodio, “L’ultima notte di Aurora”, tu e Aurora Scalviati trasmettete una sorta di simbiosi. Sei riuscita davvero ad azzerare la distanza tra autore e personaggio, pur restando a tutti gli effetti ben distinta e altro da Aurora. Significativamente si percepisce nella lettura il tuo grande pathos nel raccontare questa storia, attiva e spettatrice, e l’effetto che ciò trasfonde ai lettori rende davvero questa lettura un’esperienza unica. Come sei arrivata a questo e quanto ti è costato a livello emozionale ed emotivo? Soprattutto come e cosa ti ha lasciato questo romanzo alla fine della stesura?

La voce di Aurora è chiara, cristallina, nella mia testa. So esattamente cosa farebbe (o non farebbe) in risposta a ogni situazione. Ha un carattere distante dal mio, nonostante abbiamo in comune qualche caratteristica come la tenacia, una certa resistenza alla privazione di sonno… e un buon numero di fobie. Il costo di un rapporto così profondo e viscerale si paga in termini emotivi e non solo. Aurora è un personaggio che dà tanto ma che chiede tutto, e darle vita ha significato consacrarle una cospicua parte della mia, di vita, dato che durante il processo di scrittura è in grado di assorbire la maggior parte delle mie energie psichiche, anche mentre, magari, sto facendo altro o sto pensando ad altro. Del resto, la mente di Aurora non è un posto comodo dove stare.
Dall’inizio della stesura del primo libro fino alla pubblicazione del terzo sono trascorsi diversi anni, in cui è sempre stata al mio fianco come una presenza costante (e un pochino invadente). Al momento di chiudere L’ultima notte mi sono ritrovata sorprendentemente maturata nel modo in cui mi rapporto con il mio mondo interiore. Mi spiego meglio: scrivere di Aurora (a volte mi chiedo se non sia più adeguato dire scrivere insieme ad Aurora) assomiglia a un processo di analisi, in cui però non è chiaro se sono io a sviscerare i suoi processi mentali o lei che mi spinge a confrontarmi con i miei.

 

 

 

 

Mi ha colpito moltissimo la mimesi che sei riuscita a creare tra due situazioni apparentemente del tutto estranee l’una all’altra. Ossia il plot thriller con l’annessa indagine annessa e l’indagine di Aurora su… se stessa. Le due cose avanzano di pari passo come due rette parallele, ma la sorpresa nelle sorprese è, una volta chiuso il libro, rendersi conto che i nodi al pettine fondamentali sono stati vissuti specularmente. Magistrale, senza svelare nulla di tutto il resto, come l’apparente (?) suicidio di una ragazza proprio all’inizio del romanzo e da cui si accende il motore di tutta la storia, sia per Aurora la raffigurazione concreta del senso di colpa irrisolto che si porta dentro e che da questa molla partano ad effetto domino tutte le scelte e azioni che daranno una chiave di svolta alla sua vita, così come allo sviluppo del caso. Sei d’accordo con questa lettura o si tratta solo di suggestioni mie?

Sono assolutamente d’accordo: Aurora deve affrontare giornalmente i conflitti irrisolti del suo passato, come ognuno di noi, penso. Dopotutto, chi può dire di aver perfettamente elaborato le proprie esperienze al punto da aver superato ogni trauma e accettato senza riserve (o sensi di colpa) ogni momento di felicità? È una caratteristica tipicamente umana, credo, quella di intravedere un significato in tutto ciò che capita a noi o intorno a noi, e per Aurora questo tipo di meccanismo è esasperato al massimo. Anche in virtù della sua condizione mentale, è in grado di vivere ogni emozione in modo così intenso che il suo mondo interiore ne è continuamente scombussolato, costringendola a mettere in discussione le sue motivazioni senza sosta, alla costante ricerca di una verità che però appare più sfuggente ogni volta che sembra avvicinarsi.

 

 

 

Aurora su tutti. Ma non c’è personaggio tra i comprimari in primis ma anche tra i secondari, che non goda di una tridimensionalità psicologica profonda e di grande verità. Quanto è difficile per un autore cesellare e tenere sotto controllo tante diverse personalità e con tale approfondimento?

Credo che nessuna storia, per buona che sia, possa prescindere dal tratteggio dei suoi personaggi. Sono fermamente convinta che un personaggio piatto sia un’occasione sprecata, e cerco di rendere il più possibile reale ogni comprimario. È in questi casi che mi viene in aiuto la mia esperienza personale e la mia tendenza all’osservazione delle persone nella vita reale. Quando ero piccola ero una bambina strana, tendevo a parlare poco e a guardare il mondo con una sorta di lente di ingrandimento. Non sono poi così cambiata, da allora! È così che all’interno dei miei romanzi ogni incontro con un personaggio, per quanto secondario, finisce per essere debitore di una circostanza particolare, di un avvenimento magari insignificante, ma che una volta inserito nel contesto della narrazione assume tutto un altro valore, rendendo coinvolgente anche una scena “di raccordo” senza farla risultare soltanto funzionale. È impegnativo, certo, e complica non poco l’attività di stesura, perché ogni personaggio è in grado di suscitare conflitti che poi necessitano di essere risolti in fase di “scioglimento” della trama. Anche in questo caso, però, sono le “voci” dei personaggi a giungermi in aiuto.

 

 

 

 

Non si può leggere “L’ultima notte…” prescindendo da un ragionamento sul senso del materno e più ampliamente ancora sul senso di famiglia… come impatta tutto questo in Aurora, in questa fase della sua vita e giunti a questo punto?

Ti ringrazio infinitamente per aver posto l’attenzione su una tematica per me importante. Se Aurora nel buio è un romanzo sul significato dell’essere una figlia e Osservatore oscuro indaga la figura paterna (e il suo lascito, nel caso di Aurora), L’ultima notte di Aurora ruota intorno alla figura della madre. Ne ho avuto la percezione durante la stesura, ma me ne sono resa conto fino in fondo soltanto alla fine. In questo terzo romanzo vengono sollevate domande sul significato di questo ruolo, quanto possa essere terrificante e meraviglioso insieme, sulle responsabilità che essere una madre comporta, le difficoltà quotidiane, la pressione a cui è sottoposta all’interno della famiglia e della società stessa, ma anche sul come diventare madre imponga un cambiamento nella propria interiorità, nel proprio corpo, così come nel modo in cui ci si rapporta con il mondo esterno. Per Aurora, che madre non è, ma che è un’attenta indagatrice dell’animo umano, tutto questo viene vissuto indirettamente, tramite l’osservazione del mondo circostante. Ma potrei dire che in questo romanzo la stessa Aurora sia costretta ad acquisire coscienza del suo essere una figura materna per quella strana famiglia d’elezione che è la sua squadra. È un punto di riferimento, per quanto refrattario, e le sue scelte, inevitabilmente, si ripercuotono su ognuno dei suoi membri. Solo quando arriva alla consapevolezza delle responsabilità che il suo ruolo comporta sarà in grado di dare la svolta alle indagini e, infine, alla sua vita.

Barbara Baraldi


A cura di Sabrina De Bastiani

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