Intervista a BARBARA BOLZAN






A tu per tu con l’autore

 

 

1) Oltre all’amore per l’arte il libro traspira anche quello per la musica classica. Sono entrambe passioni che le appartengono? E come sono nate?

Buongiorno a tutti e grazie per avermi dedicato questo spazio. Sì, la passione per l’Arte, intesa a 360°, mi appartiene da sempre. Sono nata in una casa colma di libri, e la letteratura -soprattutto, la lettura dei testi classici- si è imposta da subito come uno dei capisaldi della mia vita. Ho avuto inoltre da fortuna di crescere con un padre pianista, e questo ha senza dubbio lasciato un segno. L’amore per le arti figurative, invece, è sbocciato in modo più lento. Una volta fiorito, però, non mi ha più lasciato andare. Ancora oggi, oltre a leggere tantissimo e a scrivere, il disegno è parte integrante di me. Quanto al rapporto con il pianoforte… strimpello. Ci provo. Ci parliamo, a volte. Gli sussurro di fare il bravo, prima di posare le dita sui tasti, come fa Allevi. Chissà perché, però, non scatta la stessa magia!

 

2) Agata Vidacovich, la protagonista, é una donna molto forte, capace di vivere più vite contemporaneamente e determinata a non fermarsi di fronte a nulla per il suo lavoro. Per crearla si è ispirata a qualcuno reale o figurato?

Agata Vidacovich è una donna forte solo in apparenza. Conserva grandi fragilità, comuni credo un po’ a tutte le donne. È stata addestrata per essere forte, per non fermarsi mai di fronte a niente. Crede nel proprio lavoro e nutre un rispetto e un amore smisurato nei confronti dell’Arte. Ciò, però, la costringe a mentire all’uomo per il quale maggiormente non dovrebbe avere segreti: suo marito.

Faresti di tutto pur di rimanere qui. Vero?” mormora infatti, passando le mani tra i miei corti capelli biondo scuro. “Temi che io ti lasci?” “Pur di vivere a Trieste? Con me o anche senza di me? Sì.” Provo una fitta al cuore. È senso di colpa. Le sue parole contengono una verità indiscutibile. Eppure, si tratta di una verità a metà. Perché, nonostante tutto, Giulio si sbaglia. Non avrebbe senso vivere a Trieste senza di lui. Non avrebbe senso vivere in nessun luogo, senza di lui. Per un attimo sono sul punto di dirglielo. Poi rinuncio, perché si china su di me. Sta per baciarmi. Non si può spiegare nulla mentre si viene baciati. Quando le sue labbra sono sulle mie, una volta di più mi rendo conto di quanto poco sappia della mia vita.

Ho costruito il personaggio partendo da zero, immaginando di vestire i suoi panni, di essere lei. Per comprenderla a fondo, ho adottato una sorta di metodo Stanislavskij: come reagirei, se mi trovassi in questa situazione? Quali sarebbero le mie scelte e i miei pensieri? Quanto sarei disposta a perdere, pur di raggiungere un obiettivo? E la sofferenza patita, sarebbe in qualche modo ripagata?

 

3) Come è giunta a conoscenza del fatto reale da cui è nato questo libro? E come ha capito che su di esso poteva essere costruita una buona storia?

All’inizio, a dire il vero, volevo raccontare la storia di Giulio Manfredi: un pianista che, giunto ormai all’apice della propria carriera, rinuncia a se stesso e alle proprie passioni per amore di una donna. Immaginavo il personaggio di Agata, sua moglie, come un coprotagonista: un perito d’arte con le mani in pasta, la coscienza un tantinello sporca, ma niente di più. Nel corso della prima stesura del romanzo (che non è propriamente una vera stesura, quanto piuttosto scene singole, idee, ricerche e citazioni), però, dal Munch-Museet di Oslo sono stati sottratti due esemplari de l’Urlo e Madonna. Le notizie parlavano di questo furto come di un qualcosa di “sensazionale”. La curiosità ha preso il sopravvento. Ho cercato di raccogliere più materiale possibile, ma sentivo che non era comunque sufficiente. Così, per tre volte, ho fatto i bagagli e sono stata a Oslo. Ho parlato direttamente con le guardie del Museo che, in quel giorno di agosto, avevano fattivamente assistito al furto e si erano trovate a pochi passi dai due ladri. Ho studiato la cartina del Museo, visualizzato ogni telecamera, ogni sistema d’allarme, ogni possibile uscita. E mi sono resa conto che effettivamente, come furto, era stato molto, molto strano: avvenuto in pieno giorno, con il Museo pieno di turisti, i sistemi d’allarme dimenticati spenti; la Polizia, che in quel momento si trovava a non più di 600 metri dall’edificio, arrivata con un quarto d’ora di ritardo dopo aver ricevuto la segnalazione, senza fretta, senza agitazione… Capisco che rubare tele di Munch, in Norvegia, sia considerato un po’ uno sport nazionale, ma questi fatti erano troppo paradossali! Troppo interessanti. Aprivano ampi squarci nei quali avrei facilmente potuto inserirmi. C’erano punti oscuri. C’erano vuoti che potevo riempire con una “fantasia plausibile”. E così ho fatto. Dandola vinta, senza volerlo, al povero Giulio Manfredi, il pianista che tanto voleva passare in secondo piano. Da iniziale protagonista, è diventato un comprimario. Importantissimo, per carità, ma rincantucciato nell’ombra, in favore di sua moglie.

 

4) Leggendo le pagine de “Il furto dei Munch” sono rimasta molto colpita dall’attaccamento della protagonista con la propria città natale; Trieste. È una città molto cara anche lei? Qual è il suo rapporto con una città così ricca di storia?

La mia anima è a Trieste, come scriveva Joyce alla moglie Nora in una delle sue lettere. È vero anche per me: la mia anima è a Trieste. È la città natale di mio padre, e la casa che descrivo come quella nella quale Agata è cresciuta, è realmente l’appartamento della mia famiglia (leggenda e nicchia compresa!). C’è tutto un universo, in questa città di frontiera. Racchiude in sé virtù e vizi, possiede un animo palpitante e Vero. Si dice che i triestini sappiano affrontare le avversità della vita perché fanno pratica con la bora fin da bambini, imparando a stare in piedi e a camminare controvento. C’è del vero, in questa affermazione. Come dirà la stessa Agata:

Giulio ha ragione, in fondo. Non appartengo a Milano e darei qualunque cosa pur di tornare stabilmente a Trieste. È questo il mio mondo. Trieste, la città mitteleuropea e asburgica. La gioia e il dolore. La tragedia delle foibe impressa nel mio sangue dalla morte del nonno, legato col fil di ferro agli altri prigionieri, forse sul ciglio del Pozzo della Miniera.

Devo molto a Trieste. Racchiude le mie origini e vi faccio ritorno ogni volta che mi è possibile. È anche per questo che ho voluto ambientare proprio lì il seguito de Il furto dei Munch. Mi piace vedere Agata Vidacovich immersa nella propria città natale, alle prese con una nuova avventura mozzafiato! Leggendo e scrivendo di lei, il suo ritorno è anche il mio.
Per tutto il resto… Viva l’A e po’ bon.

 

5) Nella sua carriera di scrittrice si è approcciata a diversi generi letterari. Ce n’è uno con cui si è trovata più in sintonia e che pensa possa appartenerle di più?

Sono una lettrice molto curiosa e mi piace sperimentare nuovi stili e nuove tecniche narrative. Ciò che cerco, in un romanzo, di qualunque genere esso sia, è la forte componente psicologica e introspettiva dei personaggi. Devono essere reali, devono essere a tutto tondo e dotati di luci e ombre. Non sento di appartenere anima e corpo a un particolare genere letterario, ma so almeno che ne esiste uno per il quale nutro una sorta di avversione: il romance smielato. Quando scrivo, cerco sempre di dare spazio all’amore e alle dinamiche di coppia, ma non riuscirei a concentrarmi totalmente su di esse. Le mie protagoniste sono molto in conflitto con i sentimenti e le emozioni. Probabilmente, è una caratteristica che hanno ereditato dall’autrice… Alla domanda Cos’è per te il romanticismo (nda: inteso come sentimento)?, sono sempre tentata di rispondere: Ehm… un genere letterario? Una corrente artistica? Noi siamo qui per studiare le emozioni, non per provarle, come recita la battuta di un film che mi calza a pennello. Non escludo un’escursione nel rosa, naturalmente (mai dire mai; mi capita di seguirli e curarli in veste di editor, ad esempio), ma al momento lo vedo molto distante dalle mie corde.

 

6) E per quanto riguarda lei come lettrice; qual è il genere letterario che le piace maggiormente leggere? Quale libro si trova in questo periodo sul suo comodino?

Leggo veramente di tutto. Dal saggio di antropologia culturale e linguistica di De Saussure (per il quale nutro una venerazione sconfinata) a Guerra e pace, passando dai romanzi degli autori esordienti a Il pendolo di Foucault. Ho un debole per Peter Høeg da quando ho divorato Il senso di Smilla per la neve e I quasi adatti, ma saltello tra Philippa Gregory e Oriana Fallaci, senza mai dimenticare una buona scorta del migliore Stephen King, Maestro di Tante Verità. Sul mio comodino di alternano svariati volumi. Al momento, ho in lettura Alice all’inferno, di Jane Elliott, e Dracula – Love Never Dies, di Natascia Luchetti. Ma uno spazietto costante è per Il conte di Montecristo, una delle storie migliori che abbia mai letto. Dantès mi fa compagnia nelle mie notti insonni, veglia sulle mie palpebre chiuse quando dormo. E sussurra, implacabile, la sua lenta vendetta…

 

7) Conosce il genere Thriller nordico? C’è qualche autore che apprezza in particolare?

Sono incantata dagli Ahndoril, che scrivono sotto lo pseudonimo di Lars Kepler (non solo per la capacità narrativa, ma per il loro riuscire a scrivere in coppia!), e da Larsson (RIP!). Le crude atmosfere dei loro romanzi riescono a penetrare le difese del lettore e a catapultarlo direttamente sulla scena. Quelle pagine trasmettono la scossa. Una scossa gelida, improvvisa. Un brivido che è la discoperta delle nostre paure più profonde. Credo che i nordici siano in questo maestri indiscussi! Noi possiamo solo arrancare e sperare di fare qualcosa che si avvicini lontanamente. Ma è il ritmo, che ci manca. Come tentare di immaginare Dante col sombrero.

Intervista a cura di Simona Vallasciani


 

Di Barbara Bolzan su Thrillernord:

 

IL LIBRO – Il 5 aprile 2004, un commando mette a segno una spettacolare rapina alla banca di Stavanger, in Norvegia. Il 24 agosto 2004, dal Museo Munch di Oslo vengono sottratti i celebri dipinti L’Urlo e la Madonna. Due fatti apparentemente non correlati, ma che trasci- neranno il lettore in una vertigine di intrighi…