Intervista a Bruno Berni




A tu per tu con il traduttore

 

 

Bruno, Lei è un punto di riferimento per ciò che riguarda la divulgazione della cultura nordica, in particolare danese, in Italia. La Sua carriera è costellata di apprezzate traduzioni di un gran numero di autori, tra cui Karen Blixen, Ludvig Holberg, Peter Høeg e anche il celeberrimo Hans Christian Andersen.

Ha insegnato presso prestigiose università italiane, ha scritto saggi e, dal 1993, è direttore della biblioteca dell’Istituto Italiano di Studi Germanici a Roma, dove ha il ruolo di ricercatore.

 

 

Può descrivere cosa rappresenta per Lei tradurre? Sente di “ricreare” l’opera che traduce? O il traduttore deve essere il più possibile “neutro” nei confronti della voce dell’autore? Come descriverebbe la figura del traduttore in letteratura?

Che il traduttore possa essere neutro nei confronti dell’opera è una fantasia. Posto che il rispetto filologico dev’essere rigoroso e che si deve cercare di ricreare uno stile che sia il più possibile aderente all’originale, prendiamo per esempio due traduzioni dello stesso classico ottocentesco, una eseguita all’epoca in cui viveva l’autore, una oggi, nel 2019: è inevitabile che i traduttori abbiano un bagaglio culturale completamente diverso e che le traduzioni siano molto diverse. Perché, per esempio, fino ancora a qualche decennio fa si tendeva a manipolare molto di più il testo per farlo aderire alle mode dell’epoca. Oggi non più. Ma prendiamo ora due traduttori che lavorano sulla stessa opera oggi: saranno comunque due traduzioni diverse, perché sono due traduttori diversi. Il loro bagaglio culturale sarà diverso, il lessico sarà diverso, il testo in generale sarà diverso. La traduzione è la prima forma d’interpretazione di un testo, perciò è in qualche misura soggettiva. Detto questo, naturalmente serve un grande equilibrio perché la traduzione continui a essere dominata dal totale rispetto dell’originale, ma siamo sicuri che il concetto di rispetto dell’originale non sia un valore soggettivo? Inoltre tradurre è ricreare un testo in una lingua diversa, cercando di portare il lettore alla stessa esperienza che avrebbe il lettore dell’originale, e l’esperienza del testo non è solo linguistica, ma anche culturale, sonora, spesso emotiva. Comunque vorrei che si dimenticasse finalmente il binomio fedeltà/infedeltà: la ‘bella infedele’ è un concetto nato nel Seicento francese, dove aveva un senso del tutto diverso da ora. Oggi una traduzione fatta da un bravo professionista è – deve essere – bella e fedele.

 

 

Lei ha tradotto opere classiche, poetiche, ma anche opere di autori moderni: verso quale genere si sente maggiormente attratto? Quali diverse difficoltà ha trovato nel tradurre questi generi? Penso, per esempio, all’influenza del linguaggio gergale nell’opera moderna o del linguaggio aulico nella poesia.

La varietà del lavoro per me è fondamentale, è bello cambiare. È stimolante mettersi alla prova. Tradurre un contemporaneo è cosa diversa dal tradurre un classico. Per esempio perché la traduzione di un contemporaneo sposta il testo solo nello spazio – permette al lettore italiano di leggere ciò che sta leggendo il lettore straniero −, quella di un classico lo sposta nello spazio e nel tempo. Tradurre un classico significa tante cose, per esempio misurarsi con una lingua diversa da quella di oggi, riprodurla con gli strumenti di oggi, con tutta la profondità che la lingua di arrivo permette, perciò attingere a un bagaglio lessicale più ampio, sperimentare stili non più in voga. Poi ci sono due condizioni in cui si traduce un classico. A volte – spesso, per certe lingue – si tratta di ritraduzione, perché i classici di tanto in tanto si rifanno, perciò si avvia anche una sorta di dialogo con la tradizione esistente nella lingua di arrivo. Nel danese – nelle lingue di ‘minore diffusione’ – tradurre un classico significa in genere tradurlo per la prima volta, portando nel canone italiano opere che non facevano parte del bagaglio culturale del lettore italiano. Costruendo dunque un rapporto, una familiarità, con il passato dell’altra cultura. Credo che traducendo più classici delle culture meno note sia poi possibile comprendere meglio anche le opere di oggi: il lettore comincia a condividere il passato con il lettore di un altro paese. La letteratura è una sola, anche se le lingue sono tante: quando condivideremo il passato delle culture altrui, riusciremo a comprenderci meglio oltre le frontiere. I contemporanei sono un’esperienza diversa, capita appunto che compaiano espressioni che è possibile comprendere solo vivendo la lingua di oggi, per me questo vale solo per il danese. Sono in grado di tradurre anche da svedese e norvegese (anche tedesco, se capita), ma questo è appunto un freno, perché non vivo la lingua di oggi di Svezia e Norvegia, perciò in genere in quelle lingue mi limito a qualche classico, con una lingua già sedimentata. Spero si dica così. Poi c’è la traduzione di poesia, ma quella spesso è anche esperienza sonora, emotiva. Un viaggio nell’anima di un altro popolo: una traduzione che va vissuta dentro, anche oltre l’aspetto creativo, altrimenti non funziona. Per quanto riguarda il linguaggio aulico, non è assolutamente detto che sia una caratteristica della poesia, ma a volte capita. Ho lavorato molto in metrica e vedo che in quel caso bisogna attingere a un lessico più ampio per trovare la soluzione di un verso o di una rima, usare elisioni, troncamenti, tutto ciò che può far tornare il conto delle sillabe. Quando poi vedo “cuor” e “amor” in una poesia non metrica in italiano mi viene molto da ridere…

 

 

 

Lei ha tradotto l’opera completa delle fiabe di Andersen. Descriverebbe, con poche immagini, questa esperienza? Cosa Le ha lasciato sul piano personale? E su quello professionale?

Quello era il sogno che avevo da tanto tempo, perché non c’erano edizioni complete. Si è trattato – ormai quasi vent’anni fa − di un lavoro duro (un migliaio di pagine), vario, forse persino importante, perché ho cercato di ricollocare Andersen – che nella coscienza del lettore italiano era già presente – cercando di spostarlo dalla letteratura per l’infanzia, per la quale è adatto forse il dieci per cento dei suoi testi – e infatti erano gli unici testi noti a tutti − a quella ‘alta’. È uno dei compiti del mediatore di letteratura: ampliare il canone nella cultura di arrivo con le traduzioni, ma anche modificarlo se per qualche motivo il contesto editoriale era errato.

 

 

 

Qual è il Suo rapporto con i libri? E con la lettura?

Vorrei dire che, almeno per quanto mi riguarda, fare il ricercatore, il traduttore e dirigere una biblioteca, ovvero lavorare quasi tutto il tempo ‘dall’altra parte’, a volte può anche rendere difficile trovare spazio per la lettura spensierata, quella non finalizzata al lavoro. Le pile di libri sul comodino e in ogni altro angolo di casa crescono, ma non sempre c’è il tempo per leggere quanto vorrei. Però sono convinto che il libro sia un oggetto singolare: già tenerlo in mano, sfogliarlo, leggere i paratesti, qualche pagina… qualcosa passa, anche al di là della lettura tradizionale dall’inizio alla fine. È per questo che gli acquisti sono esagerati anche in assenza di tempo libero.

 

 

 

Cosa si prova a vivere quotidianamente a contatto con una miriade di libri?

I libri fanno molta polvere, poi più ce ne sono in giro per casa, più si corre il rischio di comprare dei doppi, cosa che mi capita spesso. Inoltre, a volte passo ore a cercare quel libro che doveva essere proprio lì e invece è scomparso, e quando alla fine lo trovo ho dimenticato perché lo cercavo. Insomma, possono esserci dei problemi. Nell’Istituto dove lavoro ci sono molti più libri e un po’ più di ordine, ma comunque…Scherzo, naturalmente. Vivere di libri è molto bello e non parlo solo di lettura: conoscerli, toccarli, sapere cosa esiste. Però poi leggerli è un percorso personale che segue le sue strade e non ha obblighi. È un po’ come la geografia: trovo interessante sapere che esistono Canberra, Ouagadougu e Quito, sapere dove sono, studiare (magari sui libri) come sono fatte. Ma non è che devo andarci per forza: vado dove mi va di andare…Strindberg scrisse una volta con molta ironia – peraltro parlando di un breve soggiorno a Roma – degli obblighi culturali del turista: “Io non sono venuto per vedere. Sono venuto per aver visto”. Ecco, è importante evitare di leggere “per aver letto”.

 

 

 

Utilizzando poche immagini, ci racconta cosa la attrae del Nord Europa? Da cosa nasce questa attrazione?

Da cosa nasca non lo so, la scelta di studiare lingue nordiche accanto al tedesco, che era l’obiettivo iniziale, è stata quasi un caso. Certo è che una letteratura, soprattutto se poco nota, diventa presto un continente da esplorare, di conseguenza una parte della nostra vita, e da qui nasce anche la necessità e la voglia di mediarla agli altri, sia con la traduzione, sia con la scrittura. Di mediare quella che è diventata una parte di noi. Una parte che col tempo è diventata fondamentale: a Copenaghen mi sento di casa, sempre, anche se la città – come il paese – è cambiata molto dalla prima volta, che è stata… un tot di anni fa.

 

 

 

Su una scala di suo personale gradimento, che posto dà al thriller cd “nordico” nel panorama della letteratura moderna?

Il thriller nordico ha avuto il merito di riaprire gli occhi degli editori sulle letterature del Nord, che erano un po’ ai margini per un lettore italiano. Da questo punto di vista è un fenomeno molto positivo, nella misura in cui ha aperto la strada a molta letteratura nordica non di genere. Forse si è un po’ esagerato, sia da parte degli autori – al Nord si sono scritti tanti thriller, perché il mercato chiedeva questo – sia da parte degli editori italiani. Col rischio anche di creare il luogo comune che lassù si facesse solo questo. È già accaduto, per esempio tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, quando l’onda di Ibsen, Strindberg e Bjørnson (che però oggi è dimenticato) fece pensare che in Scandinavia si facesse solo teatro. Poi credo che il thriller nordico abbia delle caratteristiche molto varie: lassù si parla anche di ‘romanzo ibrido’ che mette peculiarità anche molto diverse nel contenitore del genere, in qualche modo rinnovandolo. Ma questa ormai è una questione molto generalizzata, accade un po’ ovunque.

 

 

 

Il romanzo “L’uomo delle Castagne” di Søren Sveistrup, che Lei ha tradotto, sta avendo molto successo. Ci dà una sua impressione di quest’opera? C’è un aspetto che l’ha colpita maggiormente?

Ciò che mi ha maggiormente colpito credo sia la qualità della scrittura di Sveistrup. Ho tradotto molti ‘gialli’ e devo dire che non sempre la scrittura era di buona qualità, anche se una caratteristica del genere oggi è proprio quella, ovvero mettere (talvolta, non sempre) un alto valore ‘letterario’ in un genere che un tempo era solo un oggetto di consumo. Tranne le eccezioni, naturalmente. Oggi questo genere ha riportato il libro, la lettura, a essere un’oggetto e un’attività di consumo, e questo è un bene, e contemporaneamente gli ha dato in molti casi un valore letterario. In molti casi ma non sempre, però. Invece Sveistrup scrive sorprendentemente bene – lo dico da traduttore, l’ho smontato e rimontato –, ha un plot di grande effetto, tutti i meccanismi funzionano, è un vero page-turner, con modi ereditati, credo, dalle serie TV – Sveistrup è l’autore della serie nota come The Killing – perché per esempio ha delle ripetizioni del contesto che aiutano a entrare nei meccanismi.

 

 

 

Personalmente sono rimasta colpita dallo specchio che l’autore fa della Danimarca, un paese che nell’immaginario collettivo è sinonimo di efficienza, giustizia sociale, felicità privata e pubblica (sono forse luoghi comuni?). Nel romanzo “L’uomo delle castagne”, invece, ho rinvenuto l’indicazione di alcuni aspetti deboli della società danese, che forse si sta avviando verso una globalizzazione, con tutto ciò che di negativo ne deriva. Sto pensando all’immigrazione, alla povertà. Cosa può dirci a riguardo?

La Danimarca dell’immaginario collettivo italiano è un paese perfetto. I flussi turistici dall’Italia, certamente in aumento negli ultimi anni, non toccano le zone meno pittoresche della capitale né hanno la possibilità – per via della lingua, credo – di comprendere a fondo l’attualità e questi ‘aspetti deboli’. La Danimarca della realtà è un paese in cui si vive bene, ma è anche vero che se fosse davvero il paese dell’immaginario collettivo sarebbe quasi irreale. La verità è che ci sono contraddizioni, ci sono zone meno simili alla cartolina della Sirenetta, situazioni di degrado sociale, qualche problema d’integrazione e una situazione politica che pur con tutte le sfumature diverse ricorda le derive del resto d’Europa. Un libro che descriveva le zone più oscure della società della capitale era Submarino di Jonas T. Bengtsson. Romanzo straziante e duro, fortemente voluto e tradotto (da me) per Marsilio nel 2010. Thomas Vinterberg ne fece un film acclamato alla Berlinale 2010, l’unico suo lavoro – purtroppo – non arrivato in Italia. Anche per questo il libro non andò come doveva, ma varrebbe la pena di cercarlo e leggerlo. Forse anche le ‘poesie’ di Yahya Hassan – che al tempo fecero un successo enorme in Europa e sono uscite da Rizzoli nel 2014 – sono illuminanti per la questione immigrazione/integrazione.

 

 

 

Infine, tradurrà a breve altri thriller “nordici”?

Non ne ho idea, credo di sì. Ne ho tradotti molti, ma negli ultimi anni tendo ad affrontare specifici progetti – poesia, classici – e dedico più tempo alla ricerca. Ho accettato Sveistrup perché ritenevo fosse particolarmente interessante. Credo che scriverà ancora, credo abbia lasciato alcuni indizi su una continuazione, sia per lo sviluppo dei personaggi, sia per alcuni temi che potrebbero essere ripresi in un successivo romanzo. Se questo accadrà, lo tradurrò molto volentieri.

Bruno Berni

A cura di Laura Salvadori