Intervista a Bruno Morchio




A tu per tu con l’autore

 

 

Quando ho letto il titolo del tuo nuovo libro “Le sigaretta del manager” ho pensato subito all’ottimo giallo di Manuel Vázquez Montalbán “La solitudine del manager” e poi nelle prime pagine c’è un riferimento diretto a “I mari del sud”. Questi sono forse i migliori romanzi con Pepe Carvalho. Montalbán, con Izzo è ritenuto il padre del noir mediterraneo. Credi che esista un modo mediterraneo di scrivere noir e se esiste in cosa si differenzia dal noir scandinavo che è diventato così famoso?

Il riferimento ai due libri da te citati è appropriato: l’ho fatto apposta. La struttura del romanzo ricalca quella dei due romanzi di Montalbán (la ricerca di una persona scomparsa o assassinata e il tentativo di riscostruirne il profilo attraverso gli incontri con le persone che gli erano vicine). Del resto, questo è un romanzo molto “letterario” (non sarà sfuggito nell’incipit del moscone il riferimento a “La sorellina” di Chandler). Questo format è intimamente legato alla filosofia del noir, che non si preoccupa degli equilibri della società ma delle persone in carne e ossa. I detective del noir non indagano per ristabilire la giustizia, ma per ragioni “personali”, per riscattare la memoria delle vittime, dei perdenti, trasformandoli in miti. Il noir mediterraneo in realtà non è un corpus letterario omogeneo, perché comprende tutti gli scrittori che si occupano di letteratura crime che ha come scenario il mar Mediterraneo (e sono tantissimi, dall’Italia alla Francia alla Spagna alla Grecia all’Algeria ecc.), con trame, stili e poetiche molto lontane tra loro. Se prendiamo per buona la definizione di Manchette tra policier e polar (giallo e noir, diremo noi), direi che il secondo tende a subordinare il plot poliziesco allo scandaglio di ambienti, psicologie e relazioni piuttosto che alla costruzione di trame; questo resta vero anche se Manchette prediligeva una narrativa behaviorista, di grado zero, basata sui comportamenti dei personaggi. La domanda saliente del noir non è mai “chi è l’assassino?”, né “come dove e quando è avvenuto il delitto?”, ma “perché?”. Anche nel noir nordico ci sono grandi differenze tra uno scrittore e l’altro. Mankell e Nesbö, al di là dell’ambientazione nordica, hanno poco in comune. Nell’ambito del noir trovo che ci siano due grandi strutture narrative che lo caratterizzano: 1) l’anatomia del crimine, che ci presenta in genere una persona “normale” che, in seguito a un percorso che lo scrittore seziona con il bisturi, approda al crimine (Caine, Simenon, Dard, Malet, in parte anche Izzo); 2) la narrativa di indagine(Chandler, Scerbanenco, Markaris) dove comunque è dominante la figura dell’investigatore che cerca la verità, ma come ho detto per motivi personali (o letterari, come nel Montalbán di Tatuaggio) e non per fare giustizia. La ragione è evidente: non c’è alcuna giustizia possibile perché il marcio non sta nel singolo atto criminoso, ma nella società.

 

 

 

Il giallo soddisfa la nostra voglia di giustizia ma il giallo all’inglese o “whodunit” assolve una funzione consolatoria e in definitiva conservatrice mentre il noir è sempre problematico. Raymond Chandler nel suo famoso saggio “La semplice arte del delitto” scritto  nel 1944 polemizza duramente con il romanzo poliziesco classico “riservato alle vecchie signore”, perché “il romanzo poliziesco deve essere realistico per quanto riguarda personaggi, ambiente e atmosfera. Deve trattare di persone vere in un mondo vero”. Nel suo saggio Chandler loda Dashiell Hammett per per aver strappato il delitto al giardino di rose del vicario, dove lo tenevano ostaggio Agatha Christie e Dorothy Sayers, e averlo restituito ai vicoli, in “un mondo in cui i gangster possono dominare le nazioni e poco manca che governino le città” . Nei tuoi romanzi, a partire da “Bacci Pagano. Una storia da carruggi” del 2004, hai raccontato un periodo grigio della storia italiana ma nonostante tutto, in “Le sigarette del manager” ho letto anche motivi di speranza.

Il romanzo va collocato nel contesto in cui è stato scritto: Genova, una città vecchia, decrepita, che ha perduto il dinamismo economico e politico che l’ha caratterizzata fino agli anni Settanta. In quarant’anni la città ha perduto oltre trecentomila abitanti e oggi è una delle città più vecchie d’Italia. Per certi aspetti essa è emblematica di una condizione del nostro Paese, dove la natalità è stata celebrata a chiacchiere ma non promossa nei fatti e dove il rinnovamento generazionale è mancato. Gli stessi fenomeni migratori sono ben lontani da colmare questo gap. In questo quadro il romanzo costituisce una tirata feroce contro la nostalgia e ripropone l’assunto di Maalouf, secondo cui della perdita del passato ci si rassegna, ma è la perdita del futuro che non lascia scampo. Il concetto è narrativamente declinato a partire dall’immersione di Bacci Pagano in una valle che è stata un distretto industriale importante e che oggi ha cambiato pelle e identità. Bacci si chiede cosa sia diventata, e la ricerca del manager scomparso è mossa dall’assillo di trovare risposta a questa domanda. La figura di Essam e l’amore per Giulia costituisco l’elemento di apertura su un futuro possibile: l’investigatore privato è un lavoro duro, faticoso, e Bacci è alla ricerca di qualcuno che lo affianchi nelle sue indagini; nel contempo, viene sorpreso da un incontro felice che non si aspettava. Il plot narrativo e il tema dolente della prospettiva (per la valle, per Genova e per l’intero Paese) si intrecciano e forse è questa la linea rossa che dà compattezza e senso al romanzo.

 

 

 

 

 

“Con la morte non si tratta” del 2006 è ambientato in Sardegna. Qual è il tuo rapporto con l’isola e come mai Bacci Pagano indaga in Ogliastra?

Per oltre vent’anni ho trascorso le vacanze estive a Sàrrala, la Marina di Tertenia, e sono molto legato a quei luoghi e alle persone che li abitano. In quei vent’anni ho avuto modo di girare la Sardegna in lungo e in largo e ho sviluppato un forte attaccamento a quella terra. Inoltre, dopo l’uscita dei miei libri, sono stato più volte a presentarli a Cagliari, Lanusei, Alghero ecc. Ho anche tenuto un interessante e affollato incontro con i detenuti del carcere di Alghero grazie al mio amico Giampaolo Cassitta. L’Ogliastra è una regione interessante dell’isola, da più punti di vista. Climatico: è meno battuta dal maestrale perché al riparo dei monti; è regione agricola e pastorale e conserva alcuni tratti di arcaicità che la legano all’entroterra barbaricino (da Arbatax parte il celebre trenino verde che attraversa le Barbagie e raggiungeCagliari), dove il turismo è stato meno invasivo che al nord o in altre aree della costa orientale. Non altrettanto si può dire, purtroppo, della conservazione ambientale: negli ultimi vent’anni si è consumato uno scempio edilizio che ha provocato l’intervento della procura di Lanusei e dell’esercito. Ci sono ritornato l’anno scorso, in occasione di una presentazione a Olbia; tornarci ha sempre un forte impatto emotivo perché l’Ogliastra rappresenta un luogo carico di ricordi e custodisce un pezzo della mia vita.

 

 

 

Nei tuoi romanzi il passato irrompe sempre nella trama ma è soprattutto nel bellissimo Rossoamaro che diventa fondamentale. Ritieni importante utilizzare tematiche storiche nell’intreccio noir per renderlo più attuale e incisivo?

Nei miei romanzi c’è un intreccio passato/presente, talvolta svolti come narrazioni parallele (Rossoamaro, Le cose che non ti ho detto, Uno sporco lavoro), talaltra intrecciati (La crêuza degli ulivi, Lo spaventapasseri, Fragili verità), dove al presente è assegnato il difficile compito di “sistemare le cose”, chiarire ciò che è rimasto oscuro o opaco, sciogliere i nodi irrisolti. Non a caso molti sono noir dove il delitto su cui si indaga risale a molto tempo prima. Ferma restando la convinzione che scopo dell’indagine è restituire dignità alle vittime e non riparare lo “strappo sociale” determinato dal crimine, il tema dei conti col passato resta uno dei cardini su cui si imperniano le mie narrazioni. Le tematiche storiche – quelle della grande storia intendo – hanno rilievo sul piano orizzontale della narrazione perché il destino di Bacci Pagano è immerso nelle vicende del suo tempo e le incrociano ripetutamente (la Resistenza, la tradizione operaia, gli anni Settanta, il terrorismo, la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, l’Italia di Berlusconi, l’integralismo islamico, la guerriglia sudamericana, ecc.). Credo che la letteratura popolare, quale è il noir, mentre intrattiene e diverte il pubblico non possa sottrarsi alla necessità di fare i conti con il proprio tempo, raccontarlo, sezionarlo. Leggere un buon romanzo è un modo per ampliare e approfondire le nostre conoscenze in un modo del tutto particolare, in quanto è condivisione di esperienza e vita vissuta. Aveva ragione Eco: leggere ci permette di vivere più vite, a condizione che gli scrittori ci parlino della realtà.

 

 

 

 

Quanto di Bruno Morchio c’è in Bacci Pagano?

Sarà un retaggio del lavoro di psicoterapeuta, ma non amo parlare della mia vita privata. Non ne faccio un tabù, ma preferisco raccontare di altro. A conti fatti, direi poco e molto nello stesso tempo. Molto se si considera che i romanzi sono scritti in prima persona e gran parte delle osservazioni, dei pensieri e delle affermazioni di Bacci mi appartengono; e molto perché l’acqua in cui ha nuotato è la stessa mia, apparteniamo alla stessa storia (galera esclusa). Poco se si guarda al carattere, all’impulsività, al coraggio. Bacci è molto meglio di me.

 

 

 

Quali sono gli scrittori di gialli o di noir che preferisci, sia classici che moderni?

La lista sarebbe lunga, ma per andare all’osso diciamo che i “maestri”, gli autori che mi hanno spinto a scrivere noir, sono tre: Chandler, Vázquez Montalbán e Izzo. Degli italiani aggiungerei Scerbanenco, che con quattro romanzi e un pugno di racconti rappresenta a mio parere la vetta più alta del noir italiano, quella che ancora nessuno di noi è riuscito a raggiungere.

Bruno Morchio

A cura di Salvatore Argiolas


 

 

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