Intervista a BRUNO MORCHIO






A tu per tu con l’autore

 
 

1)  Se Bacci Pagano, occupando gran parte della  produzione e per la forza stessa del personaggio, resta il suo protagonista più evocativo, non ci stupisce  la sua grande capacità di tratteggiare e costruire  figure altrettanto forti anche se intrinsecamente molto diverse. Mi riferisco a titolo di esempio ad Alessandro Kostas, personaggio chiave del suo romanzo Il testamento del greco. Quando e come ha cominciato ad immaginare e voler raccontare  Un piede in due scarpe, attraverso occhi e azioni di un nuovo protagonista, lo psicologo Paolo Luzi?

Eravamo a pranzo a Segrate, alla Mondadori, con il mio agente, Stefano Tettamanti, il direttore editoriale di Rizzoli-narrativa italiana Michele Rossi e l’editor Stefano Izzo, ragionando di un possibile nuovo romanzo. Avevo dichiarato che faticavo a trovare la storia per un sequel del Testamento del Greco e che volevo avvicinarmi di più a materiali a me più familiari. Fragili verità mi aveva convinto del fatto che il mio lavoro di psicologo rappresenta una miniera di storie a cui attingere per scrivere. Inoltre ragionavamo sulla presa che ha sul pubblico il giallo leggero, la commedia nera. E così è nata la storia di Paolo Luzi e Teresa Gorrini.
 
 

2) Facile, anche se non scontato,  ipotizzare, data la sua esperienza e competenza di psicologo e  psicoterapeuta, che molto di lei sia confluito nel suo personaggio. Ma interessante è capire:  cosa non c’è di Bruno Morchio in Paolo Luzi?

Per fortuna non c’è la tragedia cosmica che gli ha spezzato la vita. Il suo modo di vivere non è esattamente il mio, anche se in questi ultimi tre anni il lavoro ha occupato quasi l’intera mia esistenza. Per contro, nell suo modo di lavorare come psicologo mi assomiglia molto.
 
 

3)  Un piede in due scarpe si scosta dal prettamente noir per convergere nel giallo classico, anche se nel suo romanzo l’aspetto della ricerca di indizi e prove appare quasi secondaria. La parte del leone la fanno le sensazioni, il sentire. Non pare azzardato un parallelo tra il Commissario Ricciardi, di Maurizio De Giovanni ed il suo protagonista, lo psicologo Paolo Luzi. Ricciardi, grazie al “Fatto”, possiede il dono di percepire le ultime parole e sensazioni delle vittime di morte violenta, vedendone un’immagine evanescente sul luogo del decesso. Il dottor Luzi  ha la facoltà di riuscire a  riconoscere le bugie consapevoli che gli vengono dette, per via di una reazione somatica che gli si scatena, ossia il “blocco” del collo.  L’innesto di questi elementi “soprannaturali” o meglio che denotano uno stato altro di sensibilità, arricchisce di suggestione e fascino i romanzi pur non disancorandoli dall’elemento di realtà.  Da cosa è stato ispirato e dunque come è nata la sua intuizione di fornire a Luzi questa caratteristica?

Maurizio De Giovanni è un mio caro amico e non stento ad ammettere che lo spunto è venuto da lì. Ma non è il solo: avrà notato che il commissario Ingravallo è l’opposto del protagonista dei romanzi di Manzini: vorrebbe tornare alle sue montagne e invece è confinato in una città di mare. Il gusto dell’ironia, la presa di distanza fra scrittura e storia, oltre che un richiamo a Gadda sono mutuati dal taglio dei romanzi di un altro caro amico, Francesco Recami. Insomma, questo romanzo assimila diverse suggestioni, pur restando un’opera di indubbia attribuzione (qualcuno ha notato un’analogia con il mio romanzo “non noir”, Il profumo delle bugie).
 
 
4) Parallelamente allo psicologo Luzi, titolare delle indagini è il Commissario Diego Ingravallo. Pur professionalmente muovendosi su due sentieri differenti, indagine dei moti dell’animo l’uno, analisi dei fatti concreti l’altro, di fatto sono molto affini.  Ingravallo è dotato egli stesso di una spiccata sensibilità che lo porta a cogliere le più sottili sfumature.
Pensa in un seguito, molto auspicato, di sviluppare queste due figure in senso convergente o di metterne in luce le divergenze rendendoli in qualche modo maggiormente complementari?

Francamente non ci ho pensato, anche perché non so se ci sarà un seguito (sarò onesto: tutto dipende dalle vendite). Credo sia bene che venga rimarcata fra loro una netta differenza, dettata non solo dai rispettivi ruoli ma intrinseca alla storia e alla psicologia dei due personaggi. Ma non saprei aggiungere altro.
 
 

5) Messi sull’avviso dalla scelta del nome Ingravallo per il suo Commissario, cosa che non può non rimandare immediatamente a Carlo Emilio Gadda, cogliamo con curiosità l’uso di vari registri linguistici all’interno del suo romanzo: toni sofisticati si alternano ad altri più triviali, stimoli dialettali genovesi ma anche  romaneschi si alternano a parti in un italiano qualitativamente di livello. Elementi che, grazie al suo talento, si innestano  l’uno con l’altro armonicamente. E questa è anche una caratteristica che in qualche modo ricorre nelle sue opere. In Un piede in due scarpe è però particolarmente accentuata. A cosa è dovuta questa scelta, oltre forse  ad un omaggio al citato Gadda?

Il cimento della scrittura è parte essenziale del lavoro di chi pubblica romanzi. E la lingua è essenziale a tale impresa. Leggere un romanzo non vuol dire solo seguire lo svolgimento di una storia, ma anche godere di quello che Barthes chiamava “il piacere del testo”.  Gadda rappresenta il più alto esempio novecentesco, in Italia, di utilizzo della lingua (delle lingue e dei linguaggi tecnico-specialistici, mescidati con maestria) finalizzato a produrre un effetto stridente, ora tragico ora  comico, ma più spesso comico. Credo che ogni scrittore, se vuole dirsi tale, debba misurarsi con questa sfida.
 
 

6)  Colpisce molto di lei la capacità di approfondimento psicologico dei personaggi.
Avvince  il suo riuscire a renderne le motivazioni molto originali pur restando esse  decisamente plausibili. Ha mai pensato, o le interesserebbe, scrivere un romanzo rendendo protagonista  il punto di vista del colpevole?

Se intende dell’assassino, non ci ho mai pensato ma credo che sarebbe divertente.

 
 

7) Pur essendo lei un autore fortemente legato e connotato ad ambiente e realtà del territorio che le è proprio, Genova, è molto seguito ed amato anche ben oltre i confini della Liguria. Questo anche grazie alla sua cifra narrativa, che possiede passo e respiro internazionale. Nella costruzione del suo stile letterario, Bruno Morchio lettore a quali  esempi si è ispirato?

Spesso ripeto che gli autori che più ci hanno condizionato lo hanno fatto fuori dalla nostra consapevolezza, e dunque è difficile riconoscerli. Se devo dichiarare quali sono i miei maestri, cito i soliti tre: Chandler, Vazquez Montalban e Izzo. Non so se qualcuno si è accorto che nel penultimo capitolo utilizzo una tecnica di mescidazione dialogica (due interrogatori paralleli che si intrecciano) che ho appreso da Vargas Llosa, autore fortemente suggeritomi da mio figlio.

 
 

8) Pur nell’evidenza della sua originalità, si ha la sensazione che per i plot la sua attenzione si rivolga verso il noir francese, spagnolo mentre per lo stile di scrittura lo sguardo sia più verso il thriller nordico. Trova corretta questa osservazione?

Qui mi prende alla sprovvista. Ho letto diversi autori nordici, ma ovviamente tradotti e non saprei cosa risponderle. In realtà la scrittura del grande Manolo ha esercitato una profonda influenza su di me. Sia per l’ironia e il disincanto che trasuda sia per certi spunti lirici che la rendono straordinaria. Anche il gusto di Izzo per periodi brevi, a volte costituiti da una sola parola, ha rappresentato una forte suggestione, specie nei primi romanzi. Infine penso a certi incipit ariosi, sospesi tra distacco ed enfasi di Chandler (l’esordio de La sorellina per esempio, che fu tagliato via nella prima edizione italiana) restano esempi ineguagliabili di scrittura. Potrei citare decine di esempi, ma mi fermo qui. In fondo, ripeto, non sappiamo mai fino in fondo chi sono i nostri genitori.
Bruno Morchio

A cura di Sabrina De Bastiani

 

 

Di Bruno Morchio su thrillernord:

IL LIBRO – Genova, inverno 1992. Mentre le celebrazioni per i cinquecento anni dalla scoperta dell’America ridisegnano il fronte del porto, l’omicidio del giovane Luca sconvolge le vite di un gruppo d’inseparabili amici, svelando passioni e segreti custoditi da anni. Quando i sospetti ricadono su Teresa, la sognatrice dai capelli rossi che ama i romanzi, il caso sembra ormai chiuso, ma a rovesciare la verità di comodo ci penserà una coppia d’eccezione: Diego Ingravallo, un commissario di polizia…