Intervista a Chiara Gamberale




A tu per tu con l’autore

 


 

Chiara, dopo dodici romanzi approdi a “L’isola dell’abbandono”, il tuo romanzo più carnale, nel senso che affonda proprio nella carne di chi si trovi a leggerlo, donna, uomo, genitore, madre o no, perché dello smarrirsi tratta, sentimento che ha dell’universale, che impatta almeno una volta nella vita di ognuno. La tua protagonista, Arianna, è madre in questo romanzo, ma di chi è figlio, questo romanzo stesso?    

Credo sia la domanda più bella – e complessa – che ho ricevuto da quando, un mese fa, è uscito il mio libro…Che è figlio di tutto l’amore e di tutto il dolore che, nell’anno più estremo – nel bene e nel male- della mia vita, mi sono esplosi dentro. Diciamo che le emozioni che la mia protagonista vive in undici anni io le ho vissute in sette mesi. E scrivere come sempre – più di sempre- mi ha permesso di non soccombere a tanta intensità.

 

 

 

 

Il tuo modo di costruire i dialoghi contiene una veridicità, un realismo quotidiano di davvero rara potenza ed efficacia. Dialoghi inframmezzati da sospesi, da quelle pause che facciamo parlando e delle quali non ci rendiamo conto. Nei tuoi dialoghi i personaggi respirano. Come riesci a calibrare questi scambi?

Io non giudico mai i miei personaggi…Sono con loro, addosso a loro, amo con loro, soffro e odio con loro…Non scrivo mai per rivelare verità: ma le cerco con i miei personaggi. Che infatti sono sempre migliori di me. Sicuramente Arianna, per esempio, è molto più coraggiosa e mi ha insegnato almeno tre cose che senza di lei non avrei mai nemmeno sperato di potere imparare.

 

 

 

 

 

Le parti narrate scivolano e si intersecano dalla prima persona alla terza, senza stacchi ma in armonica continuità, conferendo dimensione temporale e un allontanamento/ avvicinamento del punto di vista di Arianna rispetto agli eventi. Era questo il tuo proposito?

Sì. La mia sfida stilistica era proprio creare una terza persona che sembrasse una prima, come succede nel mio romanzo preferito in assoluto di questo secolo, “Il teatro di Sabbath” di Philip Roth.

 

 

 

 

L’isola dell’abbandono” si fonda (e sfonda) sul mito di Arianna e Teseo. La prima piantata in Naxos, in asso, dall’amato, così come accade alla sua omonima, la tua protagonista, Arianna. Una boutade dire che sarebbe meglio che le coppie evitassero quell’isola, perché a ben vedere cos’è un abbandono se non anche un cambiamento e dunque un’occasione? Certo, per realizzare ciò si passa inesorabilmente, inevitabilmente, attraverso un lutto. Per Arianna lo scatto forte, la presa di coscienza e di redini, la (ri)presa di vita è data dall’essere diventata madre. Ma è davvero del tutto così? O la reazione sarebbe stata comunque insita in lei, a prescindere?

Sai che non lo so? Ma credo che ci siano persone disposte ad accettare che la vita le chiami (o le ri-chiami), e persone sorde, che non sono disposte ad ascoltare “la vita quando irrompe”. E Arianna, persino suo malgrado, è una persona in ascolto. Della sua maternità, certo. Anche però di quello che le sarebbe potuto capitare se non fosse diventata madre. Magari l’avrebbe riportata sull’Isola la morte di un genitore, chissà…Aveva bisogno di un evento che le impedisse di continuare a giocare a nascondino con se stessa. Perché, appunto, quel gioco, intimamente, non fa per lei

 

 

 

 

Tre uomini segnano la vita di Arianna: Stefano, Damiano ed Emanuele, il suo bambino. Uno, Di, la disegna, (non a caso ciò che resta a loro due, di loro due è proprio un disegno) le mostra una mappa nuova, una possibilità diversa, che lei definisce come la vita che irrompe, alla quale tuttavia non riesce ad abbandonarsi, ma alla quale, tuttavia, deve a se stessa, seppur brevemente, l’azzardo di tornare. Cosa rappresenta Di per Arianna, perché il futuro tra loro è precluso? E’ azzardato intuire un parallelo tra lui e Damiano, il padre di suo figlio, che oltre all’iniziale del nome vada a costruire una figura a tutto tondo dello stesso uomo?

Di si chiama così perché in una versione del fatidico mito, dopo l’abbandono da parte di Teseo Arianna, a Naxos, incontra Dioniso, si innamorano perdutamente e lei diventa una divinità…Lascia il vecchio sé per un nuovo, sorprendente sé, insomma. Proprio come potrebbe capitare alla nostra Arianna con Di. Il futuro non è dalla loro parte, vero: ma quando, dopo undici anni, finalmente si incontrano di nuovo, almeno non si votano al (rimpianto del) passato. E il contatto con l’altro e con loro stessi che quella notte gli permette farà in modo di rendere più autentico tutto quello che vivono. Per quanto riguarda Arianna, anche il rapporto con Damiano, certo.

 

 

 

 

La vera protagonista del romanzo è l’isola. Arianna sull’isola viene abbandonata, non riesce ad abbandonarsi ad un uomo, ma nell’esigenza di tornare a Naxos, nel voler chiudere un cerchio, si può dire che riesca ad abbandonarsi a se stessa e che tale abbandono sia, questa volta, finalmente salvifico?

Sì, si può dire. E’ esattamente quell’abbandono che l’isola regala. Anche se quel regalo può sembrare una maledizione, se non si è pronti ad accoglierlo…

 

 

 

 

Come si sconfigge un mito Chiara? O meglio, come lo si affronta oggi?

Credo che tocchi a noi non avere paura di tutte le storie che, se ci concentriamo su quel mito, ci sono negate. Ci spaventano perché non le abbiamo scritte noi, non le hanno scritte i nostri retaggi familiari, i nostri fantasmi: ma proprio per questo possiamo fidarci di loro.

Chiara Gamberale

 

Grazie a Chiara Gamberale, squisita, fine, magistrale interprete dei moti interiori e dei nostri giorni.

 

A cura di Sabrina de Bastiani

 

Chiara Gamberale (Scheda Autore)


(Roma, 27 aprile 1977) è una scrittrice, conduttrice radiofonica e conduttrice televisiva italiana. Figlia del noto manager Vito Gamberale, si è laureata al DAMS dell’Università di Bologna. Nel 1999 è uscito il suo primo romanzo, Una vita sottile e nel 1996 ha vinto il premio di giovane critica Grinzane Cavour promosso da La Repubblica. Ha cominciato a lavorare come conduttrice televisiva; ha lavorato per Quarto Piano Scala a Destra, programma di cui era anche ideatrice. Ha anche condotto il contenitore culturale Duende sull’emittente lombarda Seimilano. Ha condotto Io, Chiara e l’Oscuro su Rai Radio 2. Nel 2008 è stata finalista al Premio Campiello con il libro La zona cieca. Collabora col giornale La Stampa, con la rivista Vanity Fair e con IO donna