Intervista a Chicca Maralfa




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Chicca Maralfa, “nasci” professionalmente come giornalista, ma scrittrice lo sei sempre stata. Si tratta in entrambi i casi di situazioni che fanno della parola scritta l’asse portante, pur esprimendosi in modalità molto differenti. Sei perfettamente a tuo agio e sei un talento riconosciuto in entrambe le modalità, ma cosa ti dà la scrittura giornalistica rispetto al romanzo, e cosa ti toglie? Si può dire, in ogni caso, che “Festa al trullo”, il tuo primo libro, sia un po’ la somma, la cifra, di queste tue due identità?

“Dici bene sulla parola scritta asse portante di entrambe le categorie, giornalisti e scrittori, ma io le vado scansando, le categorie. Ti confesso di aver avuto sempre una certa ritrosia a definirmi giornalista, un pudore al limite della vergogna. Non c’è una ragione razionale che possa motivare tutto questo. Quasi fosse un titolo o troppo alto o troppo basso, in entrambi i casi non mi sentivo nel posto giusto. Tanto che alla domanda “cosa fai nella vita?” mi è capitato spesso di rispondere un generico “scrivo”. Risposta che, mio malgrado, ha animato altre legittime curiosità, che si sono trasformate in domande. Ma in verità la risposta “scrivo” è quella in cui mi sono sentita più io. Immagina come possa sentirmi quasi vituperata quando mi si appiccica l’etichetta di esordiente, e non per presunzione, bada bene, ma perché io ho sempre scritto. E tutti i miei articoli sono sempre stati, per me, delle narrazioni. Una cosa ho sempre avuta chiara dentro di me e per il feedback che mi arriva da chi legge i miei articoli: il racconto visivo dei fatti, la narrazione emotiva, rastrellare il fondo, il punto di vista laterale sulle cose. Quasi ci sia sempre da svelare altro oltre lo sguardo. Una specie di terzo occhio, privilegio e condanna allo stesso tempo. Si vive un po’ senza pelle, per non portarla per le lunghe. Ora: “Festa al trullo” segna pubblicamente l’esordio narrativo ma ha un suo pregresso: una biografia non autorizzata dei Rolling Stones scritta ai tempi del liceo classico, un altro romanzo mai pubblicato, “L’amore non è un luogo comune” un memoir da cui ho tratto il racconto per la raccolta “L’amore non si interpreta” di Stefania Decaro (L’Erudita) e qualche racconto, scritto da 16 anni in poi. Dopo “Festa al trullo” ho scritto altri due romanzi e un terzo l’ho appena cominciato, un seriale”.

 

 

 

Festa al trullo” è un romanzo che respira e restituisce musica, suoni, colori, profumi. E’ radicato alla tua terra, il Salento, e ne è profondamente impregnato pur avendo connotati marcatamente internazionali. Soprattutto è molto contemporaneo ed attuale. Specchia situazioni e riflette idiosincrasie e comportamenti, oltre che la bellezza dell’ambiente circostante. Dal momento che un libro non si scrive in un giorno, spicca in questo senso il tuo spirito critico e di osservazione. Nonchè il tuo essere stata precorritrice dei tempi descrivendo una realtà deflagrata e conclamata oggi, tra mercificazione e sfruttamento del territorio e sovranità del social-apparire. Quando e come hai avuto i primi sentori di ciò che si stava scatenando?

“L’altro giorno leggevo su Repubblica Bari un articolo in cui si diceva proprio questo: addirittura i buyers esteri del turismo chiedono autenticità e non ‘cinema’ alla nostra regione, quindi non il fake dei nostri topoi umani, valoriali e architettonici – ‘stressati’ di citazioni fino allo sforamento negli stetereotipi – ma la salvaguardia dell’autentico. Questo problema dello svilimento del vero era nell’aria da tempo, ma da quando il turismo è l’unico settore con il segno più nelle indagini economiche non si va troppo per il sottile: si costruiscono masserie finte, dotate di ogni confort, come a Las Vegas all’epoca si fece il Cesar Palace. Certo, le fantasmagorie americane sono esercizi muscolari di creatività kitch con i quali è difficile competere, ma anche in Salento si sono fatti prendere la mano. Tanto che da Gallipoli la scorsa estate c’è stata la grande fuga. Ma allo stesso tempo è di questi giorni la notizia che “Gallipoli” sarà il titolo del prossimo album dei Beirut, una band americana sopraffina e le ricadute sulla cittadina saranno davvero notevoli. Immagina che in tutte le interviste che faranno dovranno rispondere alla domanda cosa è Gallipoli e loro dovranno spiegarlo, partendo dalla geolocalizzazione. Quindi per la Puglia sarà una ribalta straordinaria.

Quello di “Festa al trullo” è un mondo che comincia a 70 km da casa mia, ma che per ragioni familiari ho avuto il privilegio di conoscere nelle sue manifestazioni più autentiche. Ci sono stata dentro, ci ho vissuto, tutt’altra cosa rispetto a quello che è successo negli ultimi anni e che però ha portato perfino Madonna ad arrivare qui. Un vero e proprio assalto alla diligenza di danarosi turisti esteri. E poi location di film, matrimoni miliardari con tanto di valore aggiunto, intorno all’ospitalità, che si perde per strada perché non c’è una politica che gestisca tutto questo, all’unisono, e dandosi una visione lunga, prospettica. E quindi ci facciamo “stupidamente” sfruttare. C’è un atteggiamento predatorio da parte di molti, fra cui sicuramente anche il mondo della moda, sempre affamato di immaginari e di location. Poi, ad essere onesta, il mio libro è stato scritto in quattro mesi, ma è rimasto nel cassetto per due anni per una serie di circostanze sulle quali sorvolo, perché per raccontarle tutte ci vorrebbe un’altra intervista”.

 

 

 

Sintetizzando all’osso la trama, si può dire che tutto si svolge in un arco temporale ristretto e nell’unità di luogo che è il trullo che nel romanzo immagini di proprietà della nota web influencer Chiara Laera. Ciò nonostante riesci a connotare perfettamente le identità e peculiarità, le diverse vite, di ciascuno dei tuoi personaggi. Mimmo, il custode, Vanni Loperfido, lo stilista, Chiara stessa. Ti dico il mio personaggio preferito: ho adorato Memena, la moglie di Mimmo. La trovo di una modernità e di una saggezza infinite. Ti chiedo quale sia il tuo, e a chi tu ti sia ispirata per idearlo.

“Memena è una donna molto intelligente. E forte, da queste parti si dice ‘potente’. E’ una che sa custodire il passato ma allo stesso tempo non si preclude la vision prospettica del futuro di questi posti. Cosa che non fa Mimmo, suo marito, che devo confessare è il mio personaggio preferito. Sì, lui, con tutte le sue contraddizioni, ma trovo la sua ostinazione conservativa quasi romantica, tardo romantica. Mi piace il suo sentenziare – i suoi detti dialettali sono tanti slogan esistenziali – quasi un ponte di valori fra presente e passato. La sua fortezza Bastiani. Ma io sono anche un po’ Chiara, perché amo la moda, le cose belle, ma a differenza sua non me la racconto. Non fingo per trovare a tutti i costi un punto di incontro fra significante e significato. Uso gli oggetti, anche firmati (adoro le borse di Chanel) per quelli che sono, non ci costruisco intorno un’epopea ( che nel caso di Chanel sarebbe più che motivata) come Chiara fa con il brand Ciceri&Tria, uno storytelling. Tanto che per dissacrare tutto questo mi sono inventata una essenza che si chiama “eau de Perchiazz”, che sintatticamente è uno scontro ideologico: la grandeur francese e un’erba selvatica. Dopo Mimmo il mio personaggio preferito è Mest Luigi, l’artigiano delle ceste. Un pozzo di saggezza popolare e un grande cuore”.

 

 

 

Tra le altre cose, tu sei una grande esperta di musica. Nel tuo libro citi e abbini molte canzoni a determinati passaggi. Nessun brano però dei National, dichiaratamente la tua band preferita e che conosci benissimo. Perché?

“Lo ero, una grande esperta, oggi un po’ meno perché per anni me ne sono occupata come critico musicale. Musica giovanile contemporanea, indipendente. Anche per riviste specializzate. Una competenza specialistica – allora non diffusa fra le donne – che mi fece guadagnare la proposta di contratto alla mitica trasmissione Rai Stereo Notte da parte di Pierluigi Tabasso, che non accettai per ragioni di cuore: non volevo lasciare Bari. I National mi hanno riportato a casa, dopo anni in cui avevo smesso di seguire la scena, anche live. Nella festa Favy-il-dj non manda i National ma manda gli Elvy, che sono il progetto parallelo di Matt Berninger, voce dei National. In particolare trasmette una canzone che gli Elvy suonano solo dal vivo, che è la bellissima “She drives me crazy” dei Five Young Cannibals. Sul sito www.festaltrullo.it  nella pagina “Il romanzo” ho creato la compilation della serata che si può ascoltare su Spotify. Ma siccome “She drives me crazy” non era disponibile ho inserito un’altra canzone degli Elvy.

 

 

 

E poi il cibo. Addirittura immagini che la collezione di moda di Vanni Loperfido, motivo e occasione della festa che dà il titolo al libro, si chiami ciceri&tria, un sostanzioso piatto tipico pugliese. Quanto è cibo in sé, senza sottototesti, e quanto e quando diventa invece metafora di altro, nelle tue pagine? Penso alla celebre affermazione di Steve Jobs “Siate affamati, siate folli…”.

“Come dicevo poco fa, da ciceri&tria a eau de perchiazz mi permetto di canzonare questo mondo, quello del fashion, che a corto di suggestioni – ma secondo me in molti casi anche a corto di basi culturali solide, vivendo prevalentemente in superficie, e mi assumo tutta la responsabilità di questa affermazione – e ancora peggio di idee, va rubacchiando spunti qui e lì. Con la colpevole dichiarazione di farlo per valorizzare le sapienze artigiane dei luoghi, i simboli, etc etc. Tutto finto. Penso in particolare a una grande firma che su questa traiettoria si sta muovendo da anni, in lungo e in largo nella penisola, piazzando ora limoni ora pizzi funerei su abiti e borse. Rincorrendo e evidenziando anche stereotipi infelici del nostro Sud, che davvero rastrellano il fondo del folklore. E con la conseguenza che “globalizzando” i simboli se ne finisce per perdere la vera origine, la paternità, insomma. Tanto che nelle vetrine dei negozi di artigianato indiano troviamo gli orecchini con i fichi d’india o i cuori degli ex voto che sono nostri e adesso sono diventati loro, in una imperdonabile confusione simbolica. Poi ci sono dei geni come Alessandro de Michele di Gucci, ma con punte di esagerazione assurde che restano sulle riviste patinate. Ma quanto di tutto questo arriva nei nostri guardaroba?

E non dimentichiamo quello che è successo quando il New York Times ha fatto lo scoop sul “caporalato” della moda in Puglia. Perché poi quella è l’altra faccia della medaglia. Le grandi etichette che sfruttano la sapiente manodopera locale pagandola poche lire. Che mica non è vero, attenzione. L’argomento è vasto, e “Festa al trullo”, allegramente, ha voluto iniziare a rivoltare il calzino. Fra frizzi e lazzi stanno cambiando molte cose e non sempre con gli effetti migliori”.

 

 

 

E’ anche questa una importante chiave di lettura del tuo libro. Infatti i contrasti più forti, anche se intestini, si hanno tra chi al cambiamento oppone resistenza e chi lo cavalca. Penso agli ulivi secolari, immutabili, e all’avvento della famigerata Xylella. Quali sono i presupposti e la basi, secondo te, di un mutamento costruttivo ?

“Dare una regia al cambiamento. Governarlo, qui, con le nostre forze. Ben vengano gli investitori, i Briatore di turno, meglio se nostrani, ma devono creare sviluppo, strutturarlo, e questo può essere possibile in un progetto più ampio, che preveda anche una formazione professionale e manageriale all’altezza delle nuove sfide. Oltre che un po’ di coscienza in più nel rispetto dei luoghi. Il trullo è il nostro fanciullino architettonico, una costruzione a metà strada fra l’utile (servivano in passato come ricovero notturno degli animali e deposito di attrezzi) e il sogno. Abbiamo cominciato noi a ristrutturare quelli dei nostri nonni per passarci l’estate o qualche festa comandata. Poi sono arrivati gli stranieri, a comprarli per poche lire. A un certo punto sembra che tutto ci sia sfuggito di mano, come il palloncino a un bambino. I turisti stranieri dal 2012 al 2016 sono aumentati dell’8,6% (in Italia nello stesso periodo +5,8%) ma il nostro Pil fa segnare -0,4 e negli ultimi cinque anni in Puglia ci sono stati 40mila occupati in meno. Questo vorrà pur dire qualcosa. Che il boom di alcuni è lo sboom di altri. Per non parlare poi della Xylella. Il terribile batterio degli ulivi che dicono essere stato portato dal Costa Rica e che ha messo in ginocchio l’agricoltura pugliese. Mimmo pensa sia una punizione divina che ci è stata buttata addosso per punirci della “non intelligente” azione di svendita dei nostri beni di famiglia: dalla terra ai trulli, alle masserie. Si sta facendo man bassa insomma, a casa nostra. E il valore aggiunto di tutto questo, che potrebbe generare ulteriore occupazione, si perde. Imperdonabile”.

 

 

 

I social possono essere anche veicolati come tramite per incuriosire, attirare il pubblico verso il prodotto “libro”, stimolarne la lettura? Per fare ciò che linguaggio occorre usare? “Festa al trullo” ha “alle spalle” un sito web molto innovativo e totalmente interattivo…

“Il sito è il punto d’arrivo di un concept editoriale che “Festa al trullo” rappresenta. Ho cominciato un paio di mesi prima dell’uscita del libro promuovendo una fantomatica festa, in un trullo, attraverso profili dedicati sui social (Facebook, Instagram e Twitter) alla quale molte persone mi hanno chiesto di poter partecipare. Poi ho cominciato a caratterizzare i personaggi, sì, proprio a presentarli con nomi e volti seppure schermati, e la location della festa. Era uno storytelling “social” a tutti gli effetti. Raccontavo i luoghi della festa e i compiti dei personaggi della storia. Quindi ho fatto visualizzare il libro prima ancora che andasse in libreria. La storia veniva accennata ma per sapere come andava a finire bisognava per forza comprare il libro. Che è uscito il 25 Ottobre, la data in cui si è svelato il sito che segna il punto di arrivo, come dicevo. Si è trattato di una campagna di comunicazione teaser, con l’obiettivo di “usare” i social per portare alla lettura del romanzo. Una sorta di rimedio omeopatico: arrivare alla lettura attraverso gli strumenti che si dice allontanino dalla lettura, portando via tempo e attenzione. Una guerra, insomma, combattuta nelle trincee del nemico e e usando le sue stesse armi”.

 

 

 

Chicca Maralfa lettrice. Nelle tue scelte di lettura, quale genere è dominante? Leggi o hai letto thriller nordici? Se sì cosa ne pensi?

“La verità? Non ho mai letto un thriller nordico. Prima del boom dei gialli e dei Thriller, nel mio passato mi sono occupata anche di critica letteraria per la Gazzetta del Mezzogiorno. Ero la supporter dei minimalisti statunitensi – li ho recensiti sin dall’inizio – ma anche degli scrittori nord americani, molti ebrei. Da McInerney a Breat Easton Ellis, da Tama Janovitz a David Leavitt, da Carver a Coover, e poi Roth, Philiph e Henry, Bellow, Fante, Didion, Pynchon, fino a Safran Foer, De Lillo i primi che mi vengono in mente. Degli inglesi ho sempre adorato Ballard e Kureishi e andando indietro nel tempo Virginia Woolf – i suoi flussi di coscienza, vorrei avere la libertà di scrivere come lei, ma sono scelte che puoi fare solo dopo che ti sei creato una casella di lettori e di minima popolarità, se no non ti lasciano pubblicare. Ma non la finiremo più con gli elenchi. Nell’89 Bompiani ha pubblicato una raccolta in due volumi “Scrittori ebrei americani” curata e tradotta dal grande Mario Materassi. E’ diventata la mia Bibbia. Una fonte inesauribile di spunti narrativi. Ecco in “Festa al trullo” c’è l’ironia, a volte caustica, degli ebrei-americani. Che è poi parte integrante della mia cifra caratteriale e esistenziale. Mi piace molto Gadda, era un pazzo razionale, Il Pasticciaccio è per me imbattibile, ma anche i siciliani, Tomasi di Lampedusa, Sciascia. Giallisti? Sono della vecchia scuola. Simenon n 1. Italiani? Camilleri, Carofiglio, De Cataldo e la mia cara amica Gabriella Genisi, che ha inventato una cifra narrativa davvero originale, la prima in Italia ad assegnare a una donna la leadership nelle indagini in Polizia. Ho scritto anche io un giallo che si intitola “L’appartenenza” e che in questo momento è in lettura in una casa editrice nazionale. E anche uno sliding door che si chiama “Biancaluna”. Se “L’appartenenza” vedrà la luce, sarà nel 2020. A differenza di Gabriella i miei investigatori sono uomini. Tutti. Nella mia vita non mi sono mai fatta problemi di generi e di quote. Neanche nella scrittura”.

Chicca Maralfa

 

Ringrazio di cuore e con gioia Chicca Maralfa, un esordio nel romanzo davvero felice il suo, e che il buongiorno si veda da un mattino così bello!

Sabrina De Bastiani


A cura di Sabrina De Bastiani


Di Chicca Maralfa:

IL LIBRO – Chiara Laera, famosissima influencer nel campo della moda, sta preparando l’evento di punta dell’estate: una grande festa per il lancio del marchio ciceri&tria di Vanni Loperfido. Il brand, ispirato a un piatto tipico della cucina salentina, dà il tema alla serata che si svolgerà nella sua proprietà in valle d’Itria. Per avere il massimo risalto mediatico, decide di allestire un set felliniano 2.0, chiedendo alla gente del posto di interpretare se stessa…