Intervista a Diego Collaveri




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Quinta indagine di Mario Botteghi, che oramai considero un amico, per cui faccio il tifo, per cui provo ansia quando è in pericolo. A parte il fatto che aspetterò un’altra indagine, vedo un Botteghi cambiato o sbaglio? Riuscirà a ricomporre tutti i puzzle?

 Ho fortemente voluto che questo fosse per il personaggio un punto di rottura. Lungo la serie, Botteghi ha seguito un arco di crescita, o meglio di rinascita/evoluzione, rispetto a quando la saga è iniziata. Quando l’abbiamo conosciuto era un uomo ferito, schiacciato dal suo passato, incapace di creare legami e dare fiducia soprattutto ai colleghi. All’inizio non sapevo bene che strada gli avrei fatto prendere, ma questo percorso poi è venuto alquanto naturale. Nonostante il rapporto con la figlia non ci sia ancora e il suo passato sia sempre presente, ha legato con i suoi agenti, arrivando a considerarli una famiglia, ha intessuto relazioni, e quel microcosmo lavorativo di conoscenze e contatti sono diventati persone con cui ha condiviso un vissuto e si è instaurato un certo affetto, profondo quanto quello che già lo univa ad altri personaggi come l’amica di una vita Mariella ad esempio, il suo grillo parlante. Per cui mi è sembrato giusto ora scompigliargli le carte in tavola, perché questa è la vita: un caos inaspettato, un qualcosa che magari ti illude di riuscire a tirare un sospiro di sollievo e in un secondo ti fa ripiombare in quel passato che pensavi ormai esserti buttato alle spalle. Il passato ritorna, non sempre per nostra volontà, e il Botteghi di oggi si troverà di fronte a una scelta prettamente morale ed etica su che uomo vorrà essere in futuro, non conscio magari che la decisione che prenderà potrebbe pesare più della scelta peggiore. Il puzzle si ricomporrà lentamente, ma la vera domanda è quanto piacerà a noi e a lui ciò che si vedrà alla fine.

 

 

 

Lasciando Livorno, cornice, protagonista essenziale di ogni indagine, hai in progetto altri scenari e altri protagonisti?

A dire il vero Livorno invece sarà proprio il fulcro dei miei prossimi progetti, uno dei quali in particolare sarebbe dovuto uscire già a fine marzo scorso per La Corte Editore, ma purtroppo la pandemia l’ha rimandato a inizio 2021. Il titolo è Fango ed è un testo a cui sono molto legato perché si tratta di un thriller ambientato durante i giorni dell’alluvione avvenuta nel settembre del 2017. Sono sempre più convinto che raccontare attraverso veicoli di intrattenimento, come quelli che scrivo, la nostra storia (recente o lontana) serva a fissarla meglio nella memoria collettiva perché il tempo, i media e oggi i social più che mai, tendono a distorcere, amplificare o affievolire, i fatti. Se ci pensi poi è proprio il tema di Il Passato ha un Prezzo, che ritengo sia il più attuale di tutti i miei romanzi, specie per analisi sociale e parallelismi storici. In questi nuovi progetti, ammetto di essermi divertito anche a esplorare protagonisti diversi, vedere attraverso i loro occhi e scoprire nuovi punti di vista, ma sempre fermamente legato alla storia del territorio. Se c’è una cosa che mi ha insegnato Botteghi è proprio che anche una piccola città nasconde una grande e ricca storia, e vale sempre la pena riscoprirla.

 

 

Ora un po’ di solidarietà fra colleghi. Siamo sempre troppo esterofili, eppure credo che il giallo italiano abbia molto da dire. Due nomi di autori nostrani che stimi e di cui apprezzi i romanzi. Consigliaci tu.

Sarebbe banale citare i grandi nomi, in primis per me Massimo Carlotto su cui credo non ci sia bisogno di spendere parole. Due soli è un pochino riduttivo. Ammetto tra i colleghi (che spero non me ne vogliano) avere un preferito, che è Piergiorgio Pulixi, perché penso che il compito più alto per un romanzo sia arricchirti e ogni volta che leggo un suo testo ne esco sempre così. Come secondo cito Sara Bilotti, il suo I Giorni dell’Ombra è davvero una piccola perla. Ma è una mera questione di gusti, abbiamo la fortuna in Italia di avere dei grandi autori di genere; Barbara Baraldi, Gabriella Genisi, Rosa Teruzzi, Romano De Marco, Antonio Lanzetta, Roberto Carboni, tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Visto che è impossibile dirne solo due?

 

 

 

Hai scritto durante il lockdown? Come hai vissuto artisticamente un momento così particolare?  

Personalmente è stato come una privazione sensoriale del quotidiano, almeno nell’impatto del primo periodo. Scrivere era davvero l’ultimo pensiero, ero molto preoccupato più del non riuscire a leggere o a guardare un film o una serie alla tv. Ho avuto la fortuna di poter continuare il mio lavoro di tutti i giorni in smart working, quindi bene o male la maggior parte del tempo era assorbita da quello e dal cercare di far vivere nel modo più tranquillo possibile quella situazione a mia figlia di 9 anni. Poi c’è stato il discorso della didattica a distanza che da noi è stata attivata dopo un bel po’ e in modo zoppicante, quindi ci siamo dovuti far carico anche di quell’aspetto. In tutto questo ho avuto un lutto, non dipendente dal covid, che, a causa delle restrizioni in atto, mi ha proiettato in uno stile di vita parallelo, quello che poi anche oggi stiamo mandando avanti in maniera più blanda. Artisticamente, ho sentito il bisogno di viverlo in modo molto intimo e riservato. Molti si sono lanciati sul web come intrattenitori, mossi sicuramente da un reale spirito di solidarietà e sostegno alla cultura, ma per quanto mi riguarda ho preferito mettere in pausa. Credo che siano scelte molto personali e dettate dal nostro vivere che è stato improvvisamente sconvolto. Non ho mai avuto dubbi che saremmo stati in grado di adattarci, anche se a  tutt’oggi stiamo ancora prendendo le misure; stiamo vivendo una di quelle pagine di storia che sarebbe stato meglio sentir solo raccontare, ma d’altra parte non dipende da noi. Non credo nemmeno ambienterei una trama durante quel periodo, non penso abbiamo ancora una lucida percezione del come e cosa, anche perché continuiamo a esserci dentro.

Diego Collaveri 


A cura di Fiorella Carta


 

 

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