Intervista a Emanuele Cioglia




A tu per tu con l’autore

 

 

“Lotta amata” non è un noir ma tu hai scritto anche dei noir. Ce ne puoi parlare?

I miei noir risultano tutti incentrati sulla figura del commissario cagliaritano Libero Solinas e dei suoi personaggi fissi e variabili. Per la precisione si tratta di quattro romanzi: nel primo Il mozzateste (Premio Grazia Deledda narrativa giovani 2008) Libero è alle prese con una serie di omicidi quasi rituali il cui filo conduttore va ricercato sul rispetto dei Dieci Comandamenti nel ventunesimo secolo; nel secondo Tranquillo come una salma ritroviamo il commissario coinvolto in un intreccio complesso di vendette familiari, qui la parola d’ordine è orbare (privare per sempre dell’affetto dei propri cari) e non manca un sapiente uso di veleni d’ogni sorta; il terzo Asia non esiste (Menzione speciale per la narrativa premio Alziator 2012) si basa sulla figura di Asia, un personaggio di cui si dubita la stessa esistenza e di una vicenda d’incesti e abusi ai quali Solinas cerca di tener fronte; l’ultima fatica soliniana, “Mutamorfosi”, indaga su dei fatti di trasformismo e di transfers della personalità dove l’antagonista del commissario è un fotografo. Libero Solinas è un commissario molto atipico, avanti con gli anni, piuttosto depresso, alcolizzato soprattutto di birra Ichnusa, scontroso e indolente, ex sessantottino anarchico. Nonostante la sua indolenza il destino lo chiama sempre a indagare su casi quasi abnormi, dove il male si manifesta con tutta la sua forza nera chiamando in causa, peraltro, problemi etici universali che per lui, ovviamente, sono una grandissima rottura di coglioni.

 

 

Sono noir molto interessanti e li cercherò per leggerli al più presto. Questo ci porta all’interrogativo se Cagliari, capoluogo disincantato e levantino, sia anche una città adatta al noir. Qual è la tua opinione?

Naturalmente sì, il noir cova nel disorientamento, a Cagliari spesso si resta straniti perché nonostante il sole, il mare, il biancore dei suoi palazzi e dei bastioni, mancano il lavoro, le opportunità, e queste sono le condizioni tipiche per incubare il risentimento, la pazzia, l’odio, le reazione sconnesse e scomposte, certamente mostruose, tipiche del genere noir. Certo la mia città non è Milano, o Roma, figurarsi New York, ma proprio il suo accogliente abbraccio così solare e luminoso si adatta perfettamente a cercare e svelare situazioni sotterranee, peraltro perfettamente evidenziabili, in chiave allegorica ma anche reale, dalle grotte che si diramano nel sottosuolo casteddaio. Concordo con te, anche tenendo conto che Cagliari accoglie tante persone che arrivano da tutta la Sardegna e i contrasti sociali ed economici sono notevoli.

 

Quali sono gli scrittori di noir che preferisci? E Sergio Atzeni ti piaceva?

Sergio Atzeni è stato certamente uno dei mie scrittori sardi di riferimento. La sua Cagliari ovattata di atmosfere malinconiche, i suoi personaggi, il suo senso del tempo, dello spazio, e della storia, credo siano anche nel mio DNA artistico. E’ una questione d’affinità elettive. L’introduzione al libro, peraltro, è di Rossana Copez che fu la sua compagna. Aggiungo che Sergio Atzeni era un siottino che frequentava Carlo Cioglia (alias Geremia), come compagnetto più piccolo di liceo. Lo seguì e ne conobbe le gesta anche in seguito. Credo addirittura che volesse ispirarsi alla sua figura per scrivere qualcosa su di lui. Mi risulta da racconti orali narratimi da mio zio. Il mio stile contaminato assomiglia alla vita, che, diciamo, non rientra nei generi, è un po’ di tutto, uno zibaldone, le mie letture sono state ugualmente varie e articolate. Insomma in estrema sintesi, non credo nei generi e nei recinti in generale. Quel fatto di 40 anni fa, coinvolse direttamente la mia famiglia. Direi che è diventato un mito del nostro focolare. Quando Carlo si ammalò di cancro, gli proposi di scrivere insieme un romanzo d’azione e sovversivo ispirato alle sue imprese. A lui divertiva l’idea, essendo ironico, tutto sommato egocentrico, un po’ guascone come tutti i rivoluzionari…

 

 

La tua predilezione per le contaminazioni è testimoniata da “Lotta amata” dove misceli con efficacia diverse tematiche per concludere con la fantapolitica. Lotta amata” nasce da un episodio di quarant’anni fa. Hai sempre pensato di svilupparlo in un romanzo o è una scelta recente? Ho citato Sergio Atzeni perché leggendo “Lotta amata” mi sono venute in mente Cate e Luna, le due ragazzine protagoniste di “Bellas Mariposas” che come Ernesto e Ricciolo, personaggi del tuo libro che è molto diverso diverso da quello di Atzeni ma questi ragazzi da bruchi diventano “mariposas” in sardo farfalle. Oltre a tante altre cose “Lotta amata” è anche un romanzo di formazione di ragazzi che crescono in un mondo pericoloso. Non ci crederai ma in Piazza Matteotti quel giorno c’ero anch’io, alcune ore dopo i fatti raccontati nel libro, perché dovevo prendere l’M al capolinea proprio nella piazza di fronte alla stazione e c’era un caos mai visto prima.

Davvero eri lì? Pensavo fossi un ragazzo (non che non lo sarai ugualmente?). Peccato non esserci incontrati prima, considerato che Erni in realtà non c’era gli avresti potuto garantire qualche descrizione cronachistica. Non so se con Cate e Luna ci sta molto l’accostamento. Di sicuro per un certo “incanto disincantato” tipico dei ragazzini mollati dalla famiglia sì. E’ inutile nascondersi dietro un dito, Erni e Ricciolo eravamo io e mio fratellino. E in realtà, a parte il genere sessuale, eravamo ragazzini un po’ atipici, nel senso che non eravamo propriamente monelli di strada, ma bambini che a un certo punto delle loro vite si sono trovati incasinati, con un climax crescente di disastri purtroppo in gran parte biografici…

 

 

Nella presentazione dell’autore nel libro si dice che è il tuo libro più faticoso e più amato. Faticoso e più amato perché è anche quello che tocca da vicino le tue memorie e la tua vita?Direi che ci sei riuscito perfettamente. Hai lavorato non solo sulla trama e sui personaggi ma anche sullo spessore letterario del libro. Tra i tanti esempi notevoli scelgo quello che mi è piaciuto particolarmente: “Raggiunsero la strada del lungomare, costellata di pali di lampioni rosicchiati dalla salsedine. Con i loro fanali giallognoli e tristi, riverberavano gli anni Settanta appena conclusi”.

Da qui puoi darti la risposta all’ultima domanda: faticoso perché incentrato su dolorosi e pulsanti fatti privati, doppiamente doloroso perché nato sull’onda del lutto della morte di mio zio (ero con lui all’Hospis all’ultimo respiro) e aggiungo difficile, perché con una tale esposizione emotiva per fare qualcosa d’artistico, razionale, e non patetico, ci vuole molto lavoro. Per fortuna ho fatto gavetta nei precedenti romanzi… Il problema che mi poneva era proprio questo: scrivere qualcosa di decente.

 

 

So che stai facendo il tour di presentazione del libro. Quali sono le reazioni del pubblico che non ha vissuto quelli che Mario Capanna riteneva “formidabili”?

Tante presentazioni devo dire molto partecipate, gente che visse quegli anni e altri che ne sanno poco e niente. Simpatizzanti delle Br, e molti, davvero molti, che in qualche modo conobbero Carlo e per affetto traslato seguono me. Per chi non c’era è difficile capire, ma i giovani sono molto affascinati di fronte a una generazione così idealista, per niente rassegnata, che lottava credendo a slogan come: “diamo assalto al cielo!”.

 

 

L’ultima domanda riguarda la musica e il tuo romanzo. Quali canzoni potrebbero costituire la colonna sonora di un film tratto da “Lotta amata”?

Rock Anni ’70 per le fughe, gli inseguimenti, e anche per il percorso in gommone dal nord al sud Sardegna. Per la tempesta che sorprende la banda nello spostamento dalla laguna alla costa in su ciu arie d’opera enfatiche, o La cavalcata delle valchirie oppure qualcosa che richiami all’Apocalisse. In scene più riflessive, tipo i momenti in cui i protagonisti stanno nei covi e pianificano, potrebbero starci bene canti politici, tipo La ballata per l’anarchico Pinelli. Coi ragazzini sigle di cartoons Anni ’80, Goldrake, Candy Candy, Lupin. Scene d’amore pezzi di Gino Paoli Anni ’80 in omaggio a Geremia cui piaceva l’autore di scuola genovese, tra i liguri non può mancare De André, versi come “Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti” o, “Di respirare la stessa aria di un secondino non mi va, per questo ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà“, calzerebbero a pennello in un’eventuale trasposizione cinematografica.

Ti ringrazio per la grande disponibilità e per il libro che mi è piaciuto molto.

Grazie a te, sono felice che abbia apprezzato il libro!

Emanuele Cioglia

 

A cura di Salvatore Argiolas