Intervista a Enrico Luceri e Marzia Musmeci




A tu per tu con l’autore

 

 


Come è nata l’idea di scrivere un romanzo a quattro mani?

E.L.: Fra Marzia e me c’è stima professionale e amicizia personale. Scambiamo d’abitudine idee, opinioni e consigli sulle nostre rispettive storie, e un po’ di tempo fa parlammo a lungo di un soggetto che avevo scritto e ambientato a Roma, ma sarebbe stato ancora più efficace in una piccola località i riva a un lago. Cioè proprio a poca distanza da dove abita Marzia, che conosce molto meglio di me luoghi, abitudine e personalità di chi vi risiede. Fu naturale decidere di modificare il soggetto, spostando l’ambientazione e scrivere il romanzo a quattro mani. L’esperienza è stata piacevole, perché ha permesso ad ambedue di arricchire la propria esperienza confrontandosi con il metodo di lavoro dell’altro, trovando senza difficoltà un equilibrio che ha permesso di valorizzare gli aspetti della narrazione che ognuno di noi privilegia. Abbiamo lavorato a lungo, con metodo e attenzione, dapprima su una scaletta, poi sulla stesura del testo vero e proprio e infine sulla sua revisione, esaminando e risolvendo insieme ogni meccanismo della storia, fino a esserne del tutto convinti. M.M.: Abbiamo parlato per la prima volta del progetto davanti a un aperitivo di fronte al lago, e forse alcol e ambientazione hanno influito. Scherzi a parte, scrivere è un mestiere solitario, e farlo in due è stata una bella esperienza, che ha permesso scambi, arricchimento, spunti creativi. Del resto, conoscendo Enrico, non avevo dubbi che avremmo lavorato in maniera seria e professionale. Quello che mi aspettavo di meno è che mi sarei divertita così tanto. Per la programmazione ci siamo appoggiati a un locale sul lago uno dei pochi aperti d’inverno – che occupavamo dalla mattina alle dieci fino all’imbrunire. Le facce degli avventori che ci sentivano discutere di come ammazzare questo e quello (e di come farla franca) erano, sono e rimarranno impagabili.

 

 

Il vostro giallo ha una cadenza cinematografica. Come vedreste un riadattamento per il grande o piccolo schermo?

E.L.: Credo che per l’ambientazione, i personaggi, l’atmosfera e la trama stessa, il romanzo sarebbe adatto a una trasposizione, cinematografica o televisiva che sia. Tutto sommato, ha un impianto quasi “teatrale”, con un numero di personaggi ridotto, l’ambientazione al giorno d’oggi in “esterni” comunque situati in una piccola località lacustre, e malgrado l’inevitabile suspense, gli omicidi e le scene più “thrilling”, potrebbe essere uno spettacolo per tutta la famiglia.

M.M.: Mi piacerebbe moltissimo. Il cinema è un’altra delle passioni che accomunano me ed Enrico, anche se lui è un esperto e io no. Chi scrive si fa un film mentale, dopotutto. Per me funziona così, e mi sono accorta con piacere che Enrico e io, nella Donna di cenere, vedevamo pressoché lo stesso film. Insomma, dalla carta al fotogramma il passo mi è sempre parso naturale, in questo caso forse anche di più, per via delle atmosfere che mi sembrano adatte a un bel thriller. Prediligo il grande schermo a quello piccolo, ma anche uno sceneggiato ben fatto non sarebbe male. Magari con un occhio alla qualità e alla cura dei prodotti televisivi di una volta – quelli come Belfagor o Il segno del comando, per esempio che mi hanno segnato infanzia e adolescenza e ricordo sempre con grande piacere.

 

 

Ritroveremo Silvia, detective in erba, in un’altra indagine?

E.L.: Silvia è un’ousider, cioè una donna che s’improvviso quasi suo malgrado detective per risolvere il segreto nascosto nella casa che ha acquistato, sperando di trovare sollievo dopo un passato recente che è stato doloroso e problematico. Il vantaggio di un personaggio così è rappresentato dalla sua profonda umanità, da una certa fragilità dovuta alle sofferenze patite, e alla capacità di dimostrare insospettabili doti di investigatrice, forse perché spinta da una curiosità, una vivacità, un’energia e anche del coraggio che a volte potrebbe sconfinare nell’incoscienza, che in fondo sono la più concreta testimonianza di come si possa reagire al dolore. Tuttavia, quando il personaggio principale non è un detective professionale, che è verosimile incontrare di nuovo alle prese con un mistero, richiede un espediente narrativo realistico e convincente per essere coinvolto nuovamente in un’indagine. Chissà, vedremo! A volte sono gli stessi personaggi a ispirare una trama agli autori, e Silvia è molto intraprendente!

M.M.: Anche se si vede poco, sono una sentimentale. Mi affeziono ai personaggi e a volte mi sembrano reali come la vicina di casa. Ho voluto bene a Silvia e proprio per questo le augurerei una vita serena, senza più misteri e minacce. Anche se avere a che fare con misteri e minacce l’ha aiutata a credere in se stessa e a uscire da un momento molto difficile più forte di prima. Tuttavia, proprio perché le voglio bene, mi piacerebbe avere a che fare ancora con lei, e magari con la sua amica nemica, l’ispettorecapo Greta Scardi, e con la ruvida gente di lago. Ma ha ragione Enrico: a volte sono i personaggi che bussano alle porte del sonno per raccontare una storia. E allora ascolteremo. Se non altro perché non avremo scelta, se vorremo dormire.

 

 

Cosa differenzia il thriller italiano da quello anglosassone?

E.L.: Credo che quello italiano abbia delle caratteristiche così singolari e solide da essere ormai inconfondibile. L’Italia è una terra intensamente “coltivata” a thrilling, dove abbondano ispirazioni per rendere fertile l’immaginazione, ambientazioni, perfino storie, soprattutto locali, spesso lontane nel tempo e sfumate nella nebbia del passato, che rappresentano un incentivo alla fantasia di chi scrive romanzi (o film, naturalmente) con l’obiettivo di coinvolgere i lettori. Di calarli in un’atmosfera sospesa, al limite della verosimiglianza, esasperando caratteri e situazioni per adattarli alle esigenze di una trama di genere.  Inoltre, la cinematografia di genere fornisce una potente ispirazione, una sorta di osmosi fra mezzi diversi ma comunque in grado di emozionare i lettori. Gli autori italiani sono un patrimonio di diverse sensibilità, esperienze, competenze, che insieme offrono ai lettori un panorama narrativo così completo da soddisfare una platea molto vasta.

M.M.: Parlando da lettrice sfrenata che non ha mai voluto diventare una storica della letteratura gialla, mi sembra che gli anglosassoni (almeno i classici), abbiamo maggiormente presente il wit. L’ingegno, il meccanismo a incastro o a orologeria, i delitti impossibili e quelli della camera chiusa. Nel giallo italiano, che è ricco e variegato, riscontro meno questa componente in cambio di una maggiore attenzione al contesto in cui s’inseriscono le storie, una maggiore attenzione alla vita dei personaggi e all’ambiente in cui si svolgono le loro vicende. Penso allo splendido A che punto è la notte di Fruttero e Lucentini, per dirne uno. Sono due dei tanti modi di vedere il giallo, e mi divertono entrambi. Come dice Enrico, la nostra terra è piena di storie, bisogna solo prestare loro attenzione.

 

 

Avete altri progetti di scrittura insieme?

E.L.: In questi casi, non decidono gli autori, ma la loro fantasia. Se arriva l’ispirazione per una storia che entrambi giudichiamo adatta, perché no?

M.M.: Al momento ci limitiamo e girare le edicole italiane nella stessa antologia Mondadori. Però, come dice Enrico: perché no? Tanto, se dovesse arrivare l’idea giusta non avremmo scelta. Sempre per quella faccenda di dormire. 

 

A cura di Cristina Bruno 

 

 

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