Intervista a Fabiano Massimi




A tu per tu con l’autore

 

 

L’argomento seconda guerra mondiale/ nazismo viene affrontato in moltissimi libri, da tantissimi punti di vista. Cosa ti ha spinto a fare una ricerca così certosina e a comporre un thriller storico talmente vicino alla realtà?

Lo sprone è stato scoprire la storia di Geli Raubal, l’adorata nipote di Adolf Hitler morta in circostanze misteriose poco prima della presa di potere nazista. Nel luglio del 2018 stavo leggendo un thriller storico di Robert Harris, Monaco, in cui due personaggi inventati finiscono nell’appartamento (reale) di Hitler. A un certo punto uno dei due si trova di fronte a una porta incustodita e, spinto dalla curiosità, la apre, penetrando nella stanza-mausoleo di Geli. Segue, in poche righe, la storia tragica di questa ragazza, oggi quasi sconosciuta. Stupito di non averne mai nemmeno sentito parlare, mi sono messo a scavare per capire quanto c’era di vero e quanto di inventato nel resoconto di Harris. Ed era tutto vero. Alla fine ho ammassato una bibliografia piuttosto corposa sull’argomento, e mi sono accorto di avere in mano una storia che dovevo raccontare, perché univa due delle mie ossessioni personali: la ricerca della verità, e la possibilità di una giustizia. Ma naturalmente non si può raccontare un fatto storico del genere senza adeguate ricerche su epoca, comprimari e luoghi. Essere certosino, per l’autore di un thriller storico, è doppiamente necessario: per rendere il periodo in cui è ambientata la storia e per non tradire le aspettative degli appassionati di gialli, che  sono i lettori più attenti. Non potevo rischiare che dettagli incoerenti minassero la credibilità della storia di Geli, che per quanto incredibile possa suonare è fin troppo vera.

 

 

 

Quali sono i testi di riferimento storici che consiglieresti ad una persona che si avvicina a quel determinato periodo e contesto? Quanto hai dovuto studiare/ripassare per essere il più realistico possibile?

Sulla Repubblica di Weimar, un momento storico irripetibile che a volte sembra in procinto di ripetersi proprio nei nostri anni, ci sono begli studi che affrontano sia l’aspetto economico e politico sia quello culturale. Nella bibliografia in calce al romanzo ne cito alcuni, insieme a saggi sul Nazismo e biografie di Hitler e dei gerarchi maggiori, che furono tutti amici ed estimatori di Geli. Dovessi dare solo tre titoli direi: Allen, Come si diventa nazisti; Shirer, Storia del Terzo Reich; Joachim Fest, Hitler. Ma tre titoli non bastano per farsi un’idea del fascino che quell’epoca così lontana (75 anni ad aprile) continua a esercitare su di noi. Quanto a Geli stessa, non esistono in italiano monografie su di lei, e le fonti maggiori sulla sua vita e sulla sua morte sono da tempo fuori commercio. Tocca recuperarle in inglese, francese o tedesco (lingua che purtroppo non conoscevo ma che con l’aiuto di mia moglie ho imparato a decifrare per scrivere l’Angelo). Da studiare, insomma, c’è moltissimo, e se la vicenda non mi avesse così ossessionato dubito che avrei affrontato questa mole di pagine con tanta determinazione. Vista in retrospettiva, c’è voluta anche un po’ di incoscienza.

 

 

 

 

Qual è il tuo giudizio storico nei confronti delle donne che hanno condiviso con Hitler alcuni periodi della sua vita? Due su tutte: la Braun e la Raubal. Erano realmente innamorate di lui, affascinate dalla sua personalità e pertanto vittime inconsapevoli/incoscienti o al contrario erano delle approfittatrici che hanno sfruttato il potere rimanendone però entrambe schiacciate?

Temo di non avere abbastanza elementi per dare giudizi così puntuali su Eva Braun e Geli Raubal. Già è difficile conoscere qualcuno frequentandolo assiduamente, figuriamoci farsi un’idea precisa su persone mancate così tanto tempo fa! Ed è vero che ho letto molto su entrambe, ma come tutto ciò che riguarda Hitler e il Nazismo, il mistero su cosa davvero abbiano fatto, pensato, sentito e desiderato questi personaggi (che erano poi persone, piene di dubbi e ambiguità come noi tutti) rimane impenetrabile. Le dinamiche dei loro rapporti con il Führer furono comunque diversissime: Geli era parte della famiglia, Hitler le faceva da zio, da tutore e da mentore mentre manteneva di fatto lei, la madre e i fratelli. Una situazione molto delicata, una sorta di trappola morale e materiale da cui la ragazza, quando iniziò a crescere e a superare l’infantile fascinazione per il grande personaggio cui era legata da vincoli di sangue, cercò in molti modi di evadere, purtroppo senza riuscirci. Eva Braun invece veniva da un contesto agiato, solido, e nella vita di Hitler cercò di entrare attivamente, con tutti i mezzi. Arrivò persino a minacciare il suicidio l’anno successivo alla morte di Geli, e c’è chi pensa che sia per questo se alla fine ottenne il suo ruolo di compagna ufficiale e poi moglie del Führer: per evitare nuovi scandali, che sarebbero stati fatali al Partito. A pensarci bene, Eva si insedia nella vita di Hitler più o meno alla stessa età in cui Geli muore. Le loro vicende sono per molti versi speculari. E dà da pensare che oggi tutti, in tutto il mondo, sappiano chi fu Eva Braun, fino al 1945 tenuta assolutamente segreta in patria, mentre Geli, che sotto il Nazismo rimase sempre famosa e scandalosa, dopo il 1945 sia stata del tutto dimenticata. O forse dovrei dire «cancellata».

 

 

 

Dal punto di vista giallistico invece, quali sono i tuoi punti di riferimento? Leggendo L’angelo di Monaco non si può non pensare a Philip Kerr ed al suo ispettore Gunther… Quanto è stato importante nello sviluppo dell’idea?

Amo molto i gialli – il mio libro di riferimento è Il nome della rosa, letto a quattordici anni e causa di tutto ciò che è seguito quanto a studi e scrittura – ma prima dell’Angelo di Monaco mi ero tenuto ben alla larga dalla narrativa ambientata intorno alla Seconda guerra mondiale, un periodo storico che mi ha sempre provocato un forte disagio (credo comprensibile). Dopo aver scoperto la storia di Geli nelle pagine di Monaco ho iniziato una specie di manovra di avvicinamento leggendo un altro romanzo di Robert Harris che parla del Terzo Reich, Fatherland. Questo mi ha entusiasmato al punto da diventare l’ispirazione strutturale dell’Angelo di Monaco: sono arrivato persino a contare le battute dei singoli capitoli per darmi una regola nella composizione! Poi però sono stato risucchiato dalle fonti, e non ho potuto leggere, come avrei voluto e forse dovuto, né i gialli di Ben Pastor né quelli di Philip Kerr, di cui tutti mi parlano benissimo. (Ora ho visto che Violette di marzo verrà ripubblicato da Fazi a fine gennaio, per cui conto di acquistarlo in questa occasione). Non ho letto nemmeno i romanzi di Kutscher alla base della serie Babylon Berlin, e pure questa, che avrei potuto usare per ambientarmi più rapidamente negli intrighi di Weimar, mi è sfuggita fino all’ultimo: in dvd c’era solo in tedesco. Conto di rifarmi prima di scrivere i seguiti dell’Angelo. Intanto, fra le influenze gialle, posso citare Stieg Larsson, Robert Galbraith, Jöel Dicker, Lee Child e Carlo Lucarelli. Scrittori molto diversi a cui sono diversamente, ma profondamente, debitore.

 

 

 

Oltre alle letture effettuate per studio e ricerca, quali sono le tue letture preferite per diletto? Che genere ti appassiona maggiormente?

Tra i generi amo il giallo, l’umoristico e il fantastico. Sono cresciuto con Wodehouse, McCall Smith, Kurt Vonnegut, Stephen King, ma devo molto anche a Umberto Eco, David Lodge, Georges Simenon e Neil Gaiman. Gianrico Carofiglio è lo scrittore italiano vivente che più ammiro, insieme a Sandro Veronesi (che potrebbe tranquillamente scrivere gialli: Il colibrì ha una gestione perfetta della suspense) e Valerio Massimo Manfredi, narratore purosangue nonché mio conterraneo. Nella narrativa non di genere (che, come diceva Terry Pratchett, è un genere a sua volta) mi affascina chiunque abbia una voce distintiva, una storia forte o una visione del mondo particolare. Antonio Scurati, Michel Houellebecq, Milena Agus, Ian McEwan, David Foster Wallace, Natalia Ginzburg, William Somerset Maugham, Ken Follett… L’elenco è lungo, e non sono nemmeno più un lettore così forte! Ma a tutti consiglio sempre lo stesso romanzo: Il senso di una fine di Julian Barnes. Verità e giustizia, di nuovo, in 150 pagine scritte nell’Empireo.

Fabiano Massimi

 


A cura di Fiorella Carta e François Morlupi


 

 

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