Intervista a Fabrizio Silei




A tu per tu con l’autore

 
 

Fabrizio, trovo davvero calzante che ti si definisca “ricercatore di storie e di vicende umane”. Afflato che è alla base di tutta la tua variegata produzione letteraria, gran parte della quale rivolta a ragazzi e bambini. Ti chiedo, tu stesso, da ragazzo, che tipo di lettore eri? Fin da allora avvertivi l’importanza della tradizione e del ricordare la Storia, non solo come costellazione di date ma, anche e soprattutto, per l’impatto sulle vite stesse?

Sono stato un bambino con un solo fratello, nove anni più grande di me, al quale “Trappola per volpi” è dedicato. Questo ha significato, specie da molto piccolo, tante giornate e tanti pomeriggi trascorsi da solo con mia madre. Mia madre ha la terza elementare, ma, come ho raccontato tante volte, era nata e cresciuta in una famiglia e una civiltà contadina dove l’oralità faceva ancora da padrona: leggende di fantasmi, fiabe terribili, vicende di vita, si mescolavano alle storie dei cantastorie comperate o ascoltate al mercato: La Pia dei Tolomei, le gesta del brigante Tiburzi, e a brani della Gerusalemme Liberata di Tasso e dell’Ariosto o dell’Alighieri, mandati più o meno correttamente a memoria. Per non parlare dei contrasti all’improvviso, in ottava rima, ai quali aveva assistito da bambina prima di sposarsi e di trasferirsi in paese. Nel “canto del fuoco”, l’angolo del focolare, mia madre aveva imparato a raccontare e ci sapeva fare. In casa mia quando ero molto piccolo non c’erano libri, la radio funzionava poco e male, la televisione mancava, non esisteva Internet, naturalmente, ma c’era lei, questo Orson Welles domestico, Stevenson a buon mercato, come mi piace definirla, che con i suoi racconti sapeva affabularmi, spaventarmi e incantarmi con suspense e colpi di scena. Inoltre, a quelle antiche storie mia madre amava aggiungere le sue di storie, sul passaggio del fronte e la guerra che aveva vissuto da bambina. Mi rendo conto oggi guardando i miei libri, che sono divenute anche le mie storie. Poi, dopo due, tre, a volte quattro di quelle storie, si stancava di raccontare e faceva continuare me. Una vera a propria scuola di narrazione intrapresa già a quattro anni. Se ci penso oggi mi accorgo che per tutta la vita, sin da ragazzino ho sempre continuato a cercare quelle storie e l’intimità che lega l’anziano che racconta al bambino che ascolta. Mi rendo conto mentre ti rispondo che anche fra Pietro e Vitaliano esiste questo legame. Evidentemente si racconta quello che siamo, anche senza realizzarlo o saperlo, e ciò che amiamo. Forse scrivere per i bambini e per i ragazzi è stato il mio modo di ristabilire questa dinamica e ha coinciso con la ricostruzione di questo legame divenendo io l’adulto narratore. Insomma il mio modo di saldare un debito di riconoscenza. Oggi purtroppo si va perdendo il racconto famigliare, l’anziano che racconta è zittito dai nipoti che devono vedere un cartone animato, un film o giocare con lo smartphone. Nel mio caso, invece, perfino da adolescente, in un momento della vita in cui gli anziani sono spesso invisibili, ho sempre continuato a fermarmi ad ascoltarli, a fare domande, a voler sapere. Complice un anziano vicino di casa, anche lui semianalfabeta, ma straordinario narratore sopravvissuto alla prigionia in Germania, per un periodo della mia vita mi sono messo a raccogliere testimonianze e ho trasformato questa ricerca nel mio lavoro dopo la laurea raccogliendo decine di interviste sui lager, le stragi nazifasciste, la civiltà contadina e ricavandone piccole pubblicazioni. Più delle deduzioni sociologiche però presto mi resi conto che a me piacevano le storie, piaceva quella lingua dialettale coltissima e ricca di rimandi antichi: “S’era io e Gosto, rimpiattati sotto un greppo di Vitalbe, era bell’e buio, sbaluginava la luna, una brinata che imbiancava ogni cosa, e si sentiva sulla strada lo scarpinare dei tedeschi…” Meraviglioso, indimenticabile. Persone con la terza elementare che avevano un vocabolario che noi ci sogniamo e un sapere legato alla terra e alla natura che si va perdendo irrimediabilmente. Tante volte intervistando anziani dalla mente brillante e la lingua straordinaria mi sono chiesto cosa sarebbero potuti diventare nascendo signori, anziché contadini; quanti geni son morti nei campi, e muoiono oggi nelle miniere o tentando di traversare il mare. Il libro parla anche di questo. Per quel che riguarda i libri e le letture, ancora a mio fratello Franco sono debitore, perché di libri in casa non ce n’erano fino a che lui preadolescente non iniziò a portarveli insieme alle canzoni. Erano libri adatti per lui, un ragazzino impegnato e sensibile degli anni Settanta. Così a sette anni leggevo Bertold Brecht nelle edizioni Einaudi, tradotto da Franco Fortini, ritrovandovi la stessa guerra che mi narrava mia madre, e la maniera semplice e difficile di raccontare cercando di far capire a tutti che aveva Brecht e che mi ha segnato per sempre. Ma anche Antologia di Spoon River, mandata a memoria a dodici anni, Cassola, Carlo Levi di Cristo si è fermato ad Eboli, Silone…

 

 

 

Il tuo romanzo “Il bambino di vetro” vince il Premio Andersen 2012 per la categoria miglior libro 9-12 anni, con la motivazione di essere un “racconto dal tono fermo, delicato, avvincente e serrato ma aperto alla riflessione su grandi temi, dall’amicizia ai contrasti sociali, alla diversità”. Sono molto colpita da questo giudizio in quanto si potrebbe assolutamente riferire anche a “Trappola per volpi”, il tuo ultimo libro, un noir rivolto ad un pubblico di lettori adulti. È senza dubbio la cifra di un grande talento, il tuo, quella di trovare la voce e la chiave per rivolgersi a pubblici tanto diversi. Quale è stata la genesi di “Trappola” ?

Rammento che quando studiavo a Firenze era l’epoca in cui andavano alla grande i gialli classici del gruppo Newton in edizione economica da 1000, 1500 lire: Edgar Wallace, Derr Biggers con il suo Charlie Chan, Gaston Leroux, Joseph S. Fletcher, S. Van Dine e tanti altri accompagnavano la mia ora di andata e ritorno da casa a scuola e viceversa accrescendo la mia passione per il genere. Fatto fuori oltre a quelli un bel po’ di Simenon, la Christie e i Conan Doyle risalendo fino a Poe, accadde quello che mi accade di solito: iniziai a cercare grandi scrittori poco conosciuti o dimenticati, come Pierre Magnan, David Goodis e risalii fino alle origini degli americani scoprendo Woolrich, poi passai a Dürrenmatt e al suo Requiem per un romanzo giallo, senza trascurare gli italiani, fra cui Sciascia resta per me uno dei più amati. Una ricerca anche di rarità librarie che ha riempito con gli anni le mie librerie tingendole di giallo. Ero appena un ragazzo allora ma già desideravo possederli tutti e scrivere anch’io un giallo con la speranza di poter un giorno stare al loro fianco sulla libreria e suscitare in qualche lettore le stesse gioie e emozioni che quei libricini avevano suscitato in me quando stanco tornavo da scuola in autobus a tarda sera e non sarei riuscito a leggere nient’altro. Di quell’epoca conservo da qualche parte alcune prove di romanzo giallo ferme ai primi capitoli che devo ricordarmi di dare alle fiamme. In quelle prove di romanzo c’erano ancora solo l’America e l’Inghilterra, e il mio tentativo di emulare i gialli anglosassoni e americani, ma, evidentemente non c’erano ancora l’esperienza e un vissuto da raccontare e far filtrare in quelle pagine. “Trappola per volpi” è arrivato con la maturità, ho iniziato a scriverlo compiuti i cinquant’anni, con il proposito di fare i conti con un pezzo della mia storia familiare e delle mie origini, la mia Firenze, la mia passione per la Storia e per la lingua, anche quella dialettale. Dentro c’è quel che sono, le cose in cui credo, ciò che mi turba e ciò che mi commuove nell’uomo. È nato semplicemente sedendosi e iniziando a scrivere e raccontare, come mi succede sempre, miracolosamente, andando avanti fino a che tutti i fili non tornano a posto. Ma anche, naturalmente, ricercando mano a mano e leggendo giornali, libri e documenti, per dar corpo a quel mio 1936. È nato dalla mia conoscenza della cultura e della mentalità contadina e di uomini e donne che hanno vissuto la guerra e il fascismo. Dentro ci sono frasi, motti e parole di quegli anni o degli anni immediatamente successivi, che mi sono state riferite e non ho più dimenticato. Non c’è più oggi il ragazzino che imita i gialli che legge e ammira, ma c’è il mio mondo e la mia Toscana, la mia Firenze, magari provinciale, popolare, boccaccesca e perfino grottesca alle volte, ma spero in qualche modo vera. Ci sono dentro, insomma, la mia identità familiare e sociale e la mia cultura.

 

 

 

 

Accanto ai due indiscussi protagonisti, il giovane vice commissario Draghi e il contadino Pietro Bensi, muovono numerose figure, “secondarie” ma fondamentali per ricreare il contesto sociale e dare corpo al plot. Non esiti ad affrontare, anche in modo molto coraggioso, tematiche umane che convergono sul tema cardine dell’identità politica, sessuale, civile. Quanto è importante per te questo tema, specificatamente nell’oggi?

Sono un uomo e uno scrittore del mio tempo, con le mie preoccupazioni, le mie idee, le mie passioni e le mie idiosincrasie. Quando scrivo una storia, davvero non importa per chi, se per grandi o piccoli, adulti o ragazzi, finisco inevitabilmente, quasi sempre inavvertitamente, per prendere posizione e proporre la mia visione del mondo e della realtà politica e sociale. Non lo faccio quasi mai apposta, premeditatamente, non penso mai al tema o al messaggio, non è così che si fa. Io semplicemente cerco di raccontare una bella storia, meglio se necessaria. Mi sembra normale che dentro ci finisca il mio modo di guardare il mondo. Poi chi legge mi dice che ragiono spesso sui temi della creazione della differenza sociale, della discriminazione, della persecuzione, della tolleranza e della nostra capacità di accettare gli altri nonostante la loro diversità. Lo so, sono una scimmia urlatrice che avverte le altre se il serpente sale sull’albero e che pensa sempre che ci stia per risalire. Mi piace mostrare i meccanismi, le dinamiche della discriminazione e cercare di farli percepire al lettore. Di sicuro ho delle ossessioni, delle fobie addirittura che definirei antiche. A volte mi viene da pensare che vengano da una vita precedente. Sono paure legate al carcere, i lager, la perdita della libertà. Ce le ho fin da bambino. Ho sempre fatto parte del gruppetto degli ultimi, mi sono sentito spesso inadeguato come inadeguati sono molti dei miei personaggi. Forse per questo, come mi è stato fatto notare, molti dei miei libri parlano di gabbie e di animali, di lager e di guerra. Questo parla addirittura di trappole e di un momento della Storia in cui un’intera nazione era in trappola, privata delle libertà fondamentali. Nel romanzo c’è un popolo notoriamente arguto che può solo, rischiando molto, cercare di opporsi con le armi della lingua, della sagacia e dell’ironia, al potere violento per sfogare la propria impotenza in un momento in cui anche i muri hanno orecchie e una battuta può costare davvero cara.

 

 

 

 

Trappola per volpi” è un romanzo noir avvincente e sorprendente, che dipana la matassa di un delitto attraverso un’indagine mai banale e intessuta di colpi di scena. Ma l’elemento più sorprendente è dato dalla coppia stessa di investigatori. Torno ai tuoi protagonisti, il giovane ed “inesperto” vice commissario Vitaliano Draghi e la sua guida, la sua spalla, l’arguto e sagace contadino Pietro Bensi. Esempio quest’ultimo, di grande insegnante. Pietro non “fa i compiti” al posto di Vitaliano. Pietro sta sempre un passo indietro ma non toglie mai la sua mano dalla spalla del giovane. Pietro aiuta Vitaliano a ragionare a trovare le risposte. C’è una forte componente maieutica in questo rapporto, che richiama echi delle teorie sulla maieutica reciproca del professor Danilo Dolci. È stata una tua base di partenza, questa, nel costruire il rapporto tra i due personaggi?

Come accennavo prima, se io dovessi identificare con precisione il momento in cui sono divenuto un narratore, dovrei tornare con la memoria a quel remoto pomeriggio dell’infanzia in cui una madre bambina stanca di raccontare si è voltata verso di me quattrenne, che sedevo accanto a lei che cuciva vicino al vetro, e mi ha toccato in fronte dicendomi: «Fabrizino, ora basta chiedere storie, raccontare è fatica! Facciamo così! Continua tu!» Ecco in quel gesto d’amore materno, magico e sciamanico, di questa madre griot che con un tocco opera un passaggio di testimone facendomi un dono femminile, la narrazione, e dicendomi: «Tu puoi!» c’è a mio parere non solo la nascita del narratore ma anche di tutto il mio modo di lavorare con i bambini e le famiglie. Il me stesso sociologo, storico, pedagogo o artista, affabulatore e burattinaio, che dir si voglia. Una parte di me che tanto tempo e energie sottrae e ha sottratto con la sua missione allo scrittore e al narratore. Da qui il lavoro che porto avanti con i miei collaboratori nella comunità educante de L’ornitorinco Atelier che ho fondato a Pescia vicino Collodi, la terra di Pinocchio, e che si incentra sulla mia idea de “il bambino narratore”. Un luogo dove non si insegna a raccontare, ma si racconta e dopo aver educato all’ascolto i bambini si invitano a farsi narratori a loro volta, consapevoli del dono d’amore profondo che facciamo loro rendendolo individui espressivi, capaci di narrare e narrarsi dicendo a ciascuno di loro: «Tu puoi!» “Non già perché ciascuno sia artista” come ha scritto Gianni Rodari, “ma perché nessuno sia schiavo». Una bottega artigiana, una wunderkammer, dove tornare a pensare con le mani, fra sgorbie, colori, trottole e marionette; dove impegnarsi per costruire legami, dove imparare a meravigliarsi, toccare, annusare, giocare insieme. Situazioni dove si fanno tante domande ai bambini attendendo con pazienza che loro costruiscano e narrino le loro risposte. Sì, dopo mia madre sono venuti Danilo Dolci, Bruno Munari, Gianni Rodari, Don Lorenzo Milani, Janusz Korczak e tanti altri maestri nei quali si ritrova proprio questo tipo di relazione maieutica di cui parlava Dolci. Pietro fa domande, più che dare risposte, lascia il tempo a Vitaliano, anche al Vitaliano bambino, di arrivarci da sé come facciamo noi a L’ornitorinco Atelier e come fa sempre l’amico e maestro Franco Lorenzoni a Giove con i suoi alunni, ma anche come facevano i nostri vecchi nelle botteghe artigiane, nei campi e nelle fabbriche quando ancora i padri riuscivano ad educare i figli.

 

 

 

 

Fabrizio, chi è davvero la volpe nel tuo romanzo? E ci finisce, nella trappola?

Innanzitutto grazie Sabrina per le tue parole e per le tue domande, rispondendo alle quali mi sono reso conto, come sempre succede, di quante cose di me e della mia vita siano finite in questo romanzo e di come quest’ultime non siano solo mie, ma facciano parte di un sentire comune e di una sete di senso che attraversa tanti di noi che viaggiamo veramente alla ricerca di un senso perduto, con problemi da affrontare a livello ecologico e mondiale enormi e spesso incapaci di trasmettere i nostri valori e i nostri saperi ai più giovani, talvolta perfino dimentichi di cosa succede quando la libertà viene meno e il potere dell’uomo sull’uomo si fa più serrato. Il romanzo ricorda anche questo, un mondo contadino diverso, più duro, meno esigente e per questo più sostenibile. Infine, mi viene da dire, che forse come sempre la volpe che il romanzo vorrebbe catturare è proprio Il lettore, per farlo divertire e perché no anche riflettere riprecipitandolo in un mondo non troppo lontano dove era impossibile bersi un caffè come si deve, “i figli” ascoltavano ancora “i padri” raccontare, la gente onesta come sempre lavorava duramente e i furbetti della situazione indossavano la camicia nera. Ce la farà il mio romanzo a catturare il lettore? O per meglio dire, si lascerà, come hai fatto tu Sabrina, docilmente catturare il lettore da questa storia? Questo lo sapremo presto e sarà questo a decidere se le avventure continueranno e la trappola verrà tesa ancora e ancora e ancora. Io tengo le dita incrociate e tu?

Fabrizio Silei

 

Ringrazio profondamente Fabrizio Silei per la grande disponibilità e per le sue pagine, piene di grazia e di poesia, forti nel sorriso, sensibili nel dolore. Mai dome.

E aspetto nuove avventure a proseguire le vicende di Vitaliano Draghi e Pietro Bensi.

 

A cura di

Sabrina De Bastiani


Di Fabrizio Silei :

IL LIBRO – Occhi chiari, baffetti neri, borsalino e soprabito, come un poliziotto del cinema. “Ma questo, santo cielo, sembra un ragazzino appena uscito dall’università!” pensa il tranviere Ettore Becchi scrutando il vicecommissario Vitaliano Draghi, appena giunto sull’argine dell’Arno a verificare la situazione. È l’alba del 3 luglio 1936 e, in una Firenze ancora avvolta nella nebbia, vicino a un vespasiano…