Intervista a Francesca Bertuzzi




A tu per tu con l’autore

Francesca Bertuzzi con il noir “Fammi male” pubblicato da Mondadori ha vinto la decima edizione del Garfagnana in Giallo Barga Noir 2018, premio Selezione della giuria.

 

 

È stato un anno intenso per Francesca Bertuzzi, sceneggiatrice e scrittrice tra le più interessanti e dannatamente brave che abbiamo in Italia e che dopo cinque anni dal suo ultimo successo letterario è tornata, la scorsa estate in tutte le librerie con Fammi Male, un giallo unico nel suo genere e che ha conquistato pubblico e critica in pochi mesi. Sono seguiti festival letterari importanti, presentazioni e incontri e qualche settimana fa anche un riconoscimento davvero speciale.

Noi l’abbiamo intervista per Thrillernord e ci siamo fatti raccontare come vive questo momento e… anche qualcosa in più.

Francesca Fammi Male in pochi mesi sembra avere conquistato proprio tutti, a tuo parere qual è l’elemento del tuo romanzo che unisce lettori di generazioni differenti e diverse preferenze letterarie?

Nei miei romanzi parlo di gente comune che si trova, complici gli eventi, a lottare per la sopravvivenza cercando di salvare il più possibile della propria “anima”. Forse il fatto che le mie protagoniste siano persone ordinarie che, non per vocazione, come potrebbero essere un ispettore di polizia o un investigatore privato, ma per la roulette russa della vita, si trovano in situazioni estreme, facilita l’immedesimazione. E scatta il gioco che si fa quando, empatizzando con una situazione, ci si trova a chiedersi “cosa farei se…” o meglio ancora “cosa mi piacerebbe avere il coraggio di fare se…”. Inoltre in Fammi Male affronto temi contemporanei, apro domande sui limiti che l’uomo sta valicando, parlando di ingegneria genetica e delle iper-tecnologie… e questo riguarda tutti noi, credo che possa essere il motivo che, al di là del genere, abbia attratto anche lettori che per indole “frequentano” un altro tipo di letteratura.

 

 

 

Quando un libro funziona lo si capisce perché riesce a farsi apprezzare anche in ambienti lontani da quelli soliti e infatti, qualche settimana fa, Fammi Male si è aggiudicato il Contest di Radio Dimensione Musica dove erano presenti altri lavori ugualmente interessanti.

Come ti fa sentire tutto questo?

Ogni volta che un mio romanzo viene pubblicato, ogni volta che i lettori iniziano a scrivermi tramite i social le loro considerazioni sui miei libri, ogni volta che mi assegnano un premio, ogni volta che qualcuno mi chiede cosa faccio per vivere e io rispondo: “la scrittrice” … ancora ad oggi, dopo otto anni dal mio esordio, mi sembra di vivere una favola.

 

Il tuo romanzo è lontanissimo dal solito giallo con tanti omicidi e un serial killer ma per quello che racconta e per come tu lo racconti è spaventevole lo stesso. Pertanto, quanto è difficile scrivere un thriller che affronti anche argomenti sociali così particolari?

Quando per la prima volta mi si è accesa l’idea che poi sarebbe diventata Fammi Male mi sono resa conto di essermi preposta una sfida complicata: volevo parlare di una vittima che indagasse sul proprio omicidio. È stato il mio Himalaya, complesso sotto molti punti di vista, da quello strutturale a quello della ricerca. Mi è costato cinque anni di lavoro intenso in cui ho provato a rendere il romanzo il più leggero e scorrevole possibile. E quando oggi, qualcuno mi scrive di aver letto Fammi Male in una manciata di giorni, mi sento in cima al mio personalissimo Himalaya.

 

 

 

Tu scrivi tanto, anche sceneggiature oltre che romanzi di successo, ma ce l’hai un posto del cuore dove ti metti a comporre, un posto dove i tuoi lettori possono immaginarti con la penna in mano o con una tastiera davanti?

Proprio qualche giorno fa è uscito il libro “Una stanza tutta per loro. Cinquantuno donne della letteratura italiana”, (ed. Avagliano), a cura di Alessio Romano e Ale di Blasio. Nel libro, come alle altre autrici, anche a me è stato chiesto qual era la mia stanza per scrivere, e ho risposto che a Roma, città in cui vivo, il mio spazio per la scrittura è la sala, in cui due pareti sono rivestite di scaffali che arrivano al soffitto e sono colmi di libri. Ci sono i miei maestri di scrittura ed esempi da non tradire. In questo spazio in genere scrivo le sceneggiature, ma per i romanzi ho bisogno di staccare completamente la spina, di creare giornate che ruotino totalmente intorno alla storia, e in questo Roma non mi aiuta, fra il suo caos e la sua vivacità c’è sempre qualcosa da fare, qualcuno da vedere. La mia città rischia di portarmi fuori dal vortice della storia. Alcuni romanzi li ho scritti all’Isola d’Elba, d’inverno. Altri, fra cui Fammi Male, a Torino, dove conosco meno persone, quindi ho meno frequentazioni e distrazioni, riesco a trovare la mia dimensione e concentrare tutte le mie energie sulla storia.

 

 

 

Fammi Male è un romanzo molto elaborato, con più piani e una costruzione dei personaggi praticamente unica nel panorama giallistico degli ultimi anni e naturalmente ha richiesto un lungo lavoro da parte tua. In questo momento hai già un soggetto in testa per il tuo nuovo lavoro o ti stai godendo semplicemente il successo che meriti con questo?

Onestamente quando ho finito Fammi Male ero piuttosto convinta che avrei avuto difficoltà a rimettermi velocemente su un’altra idea ed ero sinceramente preoccupata del fatto che potesse non venirmi in mente una trama che mi appassionasse tanto quanto quella che avevo affrontato. Poi, dopo l’uscita del romanzo, a metà della promozione, mi sono presa una pausa di due settimane per portare il cane al mare e ricaricare le energie. Durante le passeggiate nel bosco, cercando i sentieri che portano alle spiagge più isolate dove è possibile far fare il bagno anche a Matilda (così si chiama la mia cagnolina), mi si è accesa la scintilla che sta dando fuoco alle polveri del mio prossimo romanzo. Ne sono entusiasta, è una sfida tutta nuova, che spero di vincere.

 

 

 

Mettiamo che c’è una giovane lettrice di Thrillernord che da grande vuole fare la scrittrice, ti chiede tu come ci sei riuscita, cosa le rispondi?

La verità, che la scrittura è un’arte e come tutte le arti parte dall’artigianato. Bisogna studiare, io ho frequentato diversi master di scrittura, dal biennio alla Holden di Torino al Barbarano Cine Lab patrocinato da Müller e Bellocchio. Le direi di scrivere tutti i giorni, e di leggere, di leggere tanto, tantissimo e di tutto. Le direi che qualcuno potrebbe darle della sognatrice, farle credere che questo è un mondo precluso a chi non ha le conoscenze, l’avvertirei del fatto che queste persone su di te hanno un unico potere ed è quello che tu dai loro… Quindi di ignorare chi scoraggia, ma contemporaneamente di ascoltare con orecchie attente le critiche: si cresce tramite gli errori. E poi le direi che alcune scelte devono essere prese come una serata in cui decidi di andare a giocare al casinò: quando entri sai che stai andando a giocare d’azzardo, che starai la maggior parte del tempo con le dita incrociate, che a volte vincerai e sarà una bellissima sensazione, ma che devi mettere anche in conto il fatto che altre volte invece perderai. Ma non è quello l’importante, l’importante è giocarsi ogni singola fiche credendo nelle proprie puntate.

Francesca Bertuzzi


A cura di Antonia del Sambro

Francesca Bertuzzi (Scheda Autore)


È nata a Roma nel 1981. A 22 anni ha conseguito il master biennale in “Teoria e Tecnica della Narrazione” alla Scuola Holden di Torino. Ha seguito un laboratorio di regia diretto da Marco Bellocchio e Marco Müller. Negli ultimi anni si è dedicata alla scrittura cinematografica, vincendo premi e riconoscimenti internazionali con diversi cortometraggi. Ha diretto e montato il backstage del film Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido e attualmente sta lavorando a due sceneggiature cinematografiche con produzioni internazionali. Con la Newton Compton ha pubblicato Il carnefice, che ha riscosso un grande successo, vincendo anche il premio letteratura e cinema Roberto Rossellini 2011, Il sacrilegio e La belva.