Intervista a GIORGIO BALLARIO




A tu per tu con l’autore

 

A tu per tu incontra oggi Giorgio Ballario, giornalista e scrittore. Thrillernord ha recensito il suo ultimo romanzo Il destino dell’avvoltoio e lo ha intervistato per i lettori, leggete qui cosa ci ha raccontato.

 

 

1) Buongiorno, Giorgio, e benvenuto su Thrillernord! Partiamo con una domanda classica: da dove nasce Il destino dell’avvoltoio?

Grazie, un saluto ai lettori e ai collaboratori di questo sito. Il romanzo è nato soprattutto dalla voglia di sperimentare qualcosa di nuovo rispetto alle mie opere precedenti. Volevo provare a costruire una storia molto noir nella quale il protagonista fosse un vero enti-eroe, un personaggio in cui il lettore faticasse a identificarsi, anche se non proprio un “cattivo” tout-court. Così, da spunti letterari e cinematografici, ha preso forma la figura dell’avvocato Montrucchio, non a caso soprannominato L’avvoltoio.

 

 

2) Quanto avviene nella vita “reale”, in senso politico ma non solo, si ripercuote sempre nella produzione letteraria degli autori di giallo, thriller e noir: in che modo Il destino dell’avvoltoio riflette la Torino di oggi?

Come autore, ma anche come lettore, sono un assoluto sostenitore del realismo nella letteratura di genere, noir, giallo e thriller. E’ una questione di gusti, però penso che la vita reale e la cronaca forniscano già così tanti spunti, per giunta originali, da non rendere necessario il ricorso a certi modelli più o meno di importazione. Un esempio? Leggo spesso romanzi gialli di autori italiani in cui compaiono serial killer dalle caratteristiche fantasiose e affascinanti che di solito non trovano riscontro nella nostra realtà. Anzi, molti dei serial killer che abbiamo conosciuto nella cronaca quotidiana erano solo malati psichici o balordi di infimo rango, privi di qualsiasi attrattiva letteraria. Nel caso del mio romanzo ho cercato di attenermi invece al realismo o quanto meno alla verosimiglianza: il sottobosco ambientale delle truffe e dei piccoli raggiri e i tentacoli sempre più stretti della criminalità organizzata anche nelle città del nord.

 

 

3) Nel tuo romanzo, il ricettatore Giovanni Bodrero, detto Gioan Canònich, usa l’argot della mala, un linguaggio particolarissimo che mi porta a chiederti: quali sono le specificità culturali e sociali della “vecchia mala torinese”? E fino a che punto ti senti legato ad altri scrittori che hanno usato l’argot, come Céline, Le Breton e, in chiave diversa, Frédéric Dard?

Il personaggio del vecchio ricettatore è secondario, così come lo strano linguaggio che parla. Se vogliamo è l’equivalente di un cameo in un film, lo stesso Avvoltoio accosta Bodrero al panda, che andrebbe salvaguardato per legge. Perché in realtà della vecchia “mala” torinese, che aveva codici di comportamento antichi e un gergo incredibilmente ricco e originale, non è rimasto quasi nulla. Dagli anni Sessanta in poi i delinquenti di Barriera e della zona di Porta Palazzo, immortalati in molte canzoni di Gipo Farassino, sono stati travolti e assorbiti prima dalla criminalità organizzata delle regioni meridionali e poi, più di recente, dalle mafie extracomunitarie. Quanto al gergo, all’argot, apprezzo molto chi riesce a usarlo con maestria come i grandi scrittori che hai citato. Ma non è per tutti, ad esagerare si rischia di appesantire il testo o rendere macchiettistici i personaggi.

 

 

4) Tra i tuoi lavori, ricordiamo i tre romanzi noir ambientati nell’Africa orientale italiana degli Anni Trenta, con protagonista il maggiore Morosini: Morire è un attimo, Una donna di troppo e Le rose di Axum, oltre ai racconti apparsi in Neronovecento (2013) e Sbirri di regime (2013). Come ambientazione, hai predecessori illustri (pensiamo a Tempo di uccidere di Ennio Flaiano), ma non sono molti gli autori che hanno deciso di confrontarsi con il cosiddetto “giallo coloniale”: perché questa scelta?

Il caso di Flaiano è molto diverso, perché scriveva sulla scorta dell’esperienza personale. Ambientare oggi un romanzo nelle colonie italiane degli anni Trenta è un doppio salto mortale: nello spazio e nel tempo. Anzi, triplo, perché si deve fare anche un salto psicologico per calarsi nella mentalità dell’epoca. Altrimenti si rischia di scrivere romanzi fuori sincrono, come talvolta mi capita di leggere: cioè con protagonisti del XXI secolo, quindi pienamente contemporanei, però travestiti da uomini e donne dell’epoca fascista e colonialista. Il perché siano pochi – pochissimi – gli autori che hanno scelto di confrontarsi con il “giallo coloniale” è presto detto: è un’epoca che ancor oggi divide e viene affrontata e valutata in modo tutt’altro che sereno. In questo senso, però, i lettori mi sembrano più avanti degli scrittori.

 

 

5) Dal 2014 sei presidente di Torinoir, nata da dodici autori torinesi di giallo e noir: cosa vi ha spinto a collaborare e quali sono i vostri progetti futuri?

L’aspetto più rivoluzionario di Torinoir è stato proprio quello di riuscire a mettere insieme tante teste – e teste di scrittori, quindi potenzialmente litigiose, egocentriche e vanitose – senza poi scontrarsi e bisticciare dopo il primo quarto d’ora. Il principio che ci ha ispirato è che in una fase così delicata per gli autori e per il mondo dell’editoria in generale l’unione fa la forza. Un concetto tutt’altro che originale, lo ammetto. Ma applicato a dodici scrittori dello stesso territorio, che in teoria dovrebbero guardarsi in cagnesco e strapparsi i pochi lettori, vi assicuro che era tutt’altro che scontato. Invece a distanza di quattro anni siamo ancora qui, sia pure con uno in meno (ma solo per motivi personali), a realizzare progetti comuni che vanno da antologie collettive a presentazioni in ogni luogo, dagli incontri nelle scuole alla partecipazione a festival ed eventi letterari. E a breve speriamo di poter annunciare un nuovo progetto, molto ambizioso e interessante.

 

 

6)  Concludiamo andando oltreconfine: ti piace il thriller nordico? E se sì, qual è il tuo autore preferito?

Mi piace ma non è proprio il mio genere preferito. Ho letto praticamente tutto Mankell, che resta l’autore dell’area scandinava che amo di più, e anche Indridason, Nesser e Nesbø; ma confesso che da alcuni anni le ambientazioni nordiche mi hanno un po’ stufato. In linea di massima ho sempre preferito il noir al thriller e l’ambientazione francese e mediterranea all’Europa del Nord. Quindi, per fare dei nomi, in primis Simenon, poi Vazquez Montalbàn, Manchette, Izzo, Markaris, Gimenez Bartlett e naturalmente molti italiani. E poi ho una grande passione per il noir sudamericano: in Italia non sempre è tradotto e diffuso, ma per fortuna riesco a leggerlo in versione originale.

Giorgio Ballario

A cura di Mariasilvia Iovine

Di Giorgio Ballario:

IL LIBRO – Fabio Montrucchio, torinese, avvocato, ha un grande futuro dietro le spalle e un presente vissuto sul confine incerto tra legalità e illegalità. Un matrimonio fallito, qualche deriva alcolica e psicotropa di troppo. E, soprattutto, niente più illusioni sulla vita, l’amore, la carriera. Perché Montrucchio non è un principe del foro. Anzi. Campa di piccole truffe ai danni delle assicurazioni, e per questo bazzica i pronto soccorso degli ospedali cittadini facendo balenare alle vittime degli incidenti stradali e ai loro parenti il miraggio di risarcimenti a sei zeri, approfittando della loro precaria situazione emotiva. Mica per niente, nell’ambiente…