Intervista a Giorgio Glaviano




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Giorgio, il tuo ultimo romanzo, “Il confine”, arriva dopo il grande successo di “Sbirritudine”. Si tratta di storie molto potenti, che vedono il muoversi sulla linea del fuoco di due protagonisti altrettanto potenti, seppur molto diversi tra loro. Li unisce la cifra del senso di giustizia che conservano in se stessi e che si scontra con il sentirsi braccati dal sistema, dai propri sbagli, dagli effetti laterali e collaterali dei propri limiti o delle proprie ossessioni. Da cosa muove la tua voglia di esplorare questa dicotomia interiore e di raccontare personaggi risolti negli ideali, contrastati e costantemente borderline nella pratica?

C’è una frase che mi ha colpito fin da quando l’ho sentita la prima volta: “[…] ask not what your country can do for you—ask what you can do for your country” (trad. “Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo paese”). L’ha pronunciata Kennedy durante il suo discorso di insediamento alla Casa Bianca nel 1961, ed è stata pensata e scritta dal suo speechwriter Ted Sorensen. In essa io ritrovo uno spirito propositivo che sono convinto caratterizzi tutti i leali servitori dello stato e non solo. Nel primo romanzo, basato sulla storia di un poliziotto in lotta contro la mafia, essa è quanto mai vera: nonostante tutto e tutti il protagonista va avanti. Lo stesso vale per Meda, il personaggio al centro de “Il Confine”. Anche lui è un servitore dello stato: è stato un capitano dei carabinieri, ma ora l’hanno degradato. Eppure questo non cambia la sua tensione morale. Nonostante lui abbia oltrepassato molti limiti e sia finito oltre il confine di ciò che è lecito, egli mantiene il suo senso di giustizia e le sue coordinate morali. Nonostante si finisca in basso, nonostante la disperazione e le sofferenze, io credo che sia appunto questo orizzonte morale l’unico faro che ci impedisce di crollare come esseri umani e come sistema sociale. Ci sono molte, troppe cose che non vanno bene nel mondo in cui viviamo: ingiustizie, soprusi, corruzione, prevaricazione. Eppure la fine del mondo ogni giorno viene sempre rimandata all’indomani. Fabio Meda e il protagonista di “Sbrirritudine” in questo ci assomigliano, perché la maggior parte di noi ogni giorno, nonostante tutto quello che non funziona, compie il suo lavoro onestamente: non ci chiediamo cosa il mondo, il destino, gli altri, il nostro paese, possano fare per noi; ma siamo noi, quasi senza rendercene conto, a fare ogni giorno qualcosa per evitare che tutto venga giù.

 

 

Il confine” è un noir dinamico, originale, intriso di contemporaneo, davvero ben ideato e ottimamente scritto. Già a partire dall’incipit, il lettore viene calato in una storia che si fa immagine ad ogni capitolo. La componente visiva nelle tue pagine è molto forte e peculiare. Quanto incide in questo approccio alla narrativa il tuo essere sceneggiatore?

L’essere anche sceneggiatore è assolutamente importante per il mio modo di approcciarmi ad un racconto. La sceneggiatura è un testo tecnico per addetti ai lavori: ci sono intestazioni di scena, didascalie, dialoghi, il tutto formattato in un modo qausi del tutto illeggibile per i profani. Sceneggiare una storia ti porta a semplificarla nel senso migliore del termine: renderla chiara, efficace, diretta. Ma soprattutto la sceneggiatura ha a che fare con ciò che si vede. Il grande sceneggiatore Ugo Pirro diceva che uno sceneggiatore scrive con una macchina da presa nel cervello (un’immagine che mi fa pensare sempre al film “Videodrome” di David Cronenberg). Non solo, la sceneggiatura ha un linguaggio peculiare, fatta di grammatica e sintassi, che permette di sperimentare molto con le strutture narrative. D’altra parte, però scrivere un romanzo ti consente di entrare nella mente dei personaggi, di esprimere le loro sensazioni, di raccontare i loro pensieri e di manifestare le loro ansie e soprattutto di avere il controllo totale della storia. E ciò è qualcosa che la scrittura di una sceneggiatura non ti concede di fare pienamente in prima battuta, perché un copione ha poi comunque bisogno del lavoro di altre decine di persone per manifestarsi definitivamente incarnandosi in un film o in una serie (grazie al lavoro del produttore, del regista, del direttore della fotografia, degli attori, dei tecnici, etc.).

 

 

 

Fabio Meda è il protagonista assoluto del Confine. Ed è un uomo che si presenta nudo di fronte ai lettori. Un uomo spogliato non solo dei gradi e della divisa di Capitano dell’Arma, ma parimenti anche della propria vita. Un uomo che non ha pudore di ammettere i propri sbagli perché sente, almeno fino ad un certo punto degli eventi narrati, di non aver più nulla da perdere. Trasuda sincerità e verità. Credi sia questo uno motivi della grande empatia che scatena nei lettori? Meda condanna se stesso senza appello, chi legge invece non ha bisogno di assolverlo, perché non lo ritiene, del tutto, condannabile. E’ un personaggio che avvicina e non respinge. Come sei riuscito a rendere la sua figura in un certo qual modo universale pur cucendogli addosso un’esperienza di vita non così comune?

Ho cercato di accompagnare il lettore in una discesa nel carattere di Meda, scavando pagina dopo pagina negli abissi della sua anima. Mano a mano che la storia procede di lui conosciamo le paure, le abiezioni, le ossessioni, le mancanze, gli errori. Certamente egli è un personaggio estremizzato: possiede caratteristiche e un passato non comune. Eppure è facile empatizzare con lui, proprio perché di lui non viene nascosto niente. In un periodo storico dominato dall’apparenza, da ciò che si vuole che gli altri pensino di noi e, ovvero, in un’epoca attenuata e ammansita dai filtri elettronici che ci rendono migliori, più belli, più giovani, più simpatici, più giusti, più corretti, più amabili, Meda è ciò che è davvero, senza trucchi che lo migliorino. Fabio Meda è un uomo solo, come in fondo lo siamo anche noi. Lui ha sbagliato, ha mentito, ha commesso cose di cui si pente. Esattamente come tutti noi. Esiste la vita vera e quella che imbandiamo per i social. Il racconto di Meda è come una vecchia Polaroid, sporca, seppiata, sghemba, mossa, sfocata. E credo che la sua “universalità” stia nella totale assenza di “miglioramenti”: nessun fotoritocco, niente ritocchini estetici per lui, nessuno sconto.

 

 

 

La tua rappresentazione del male ha una forte componente claustrofobica. Una spirale verso il basso, un girone dantesco di perversioni e deviazioni che risultano ancora più tali proprio perché figlie di apparenze specchiate. E che proprio per la sua esperienza di vita, Meda è l’unico in grado di decifrare, codificare e svelare. Teorizzava Machiavelli nel Principe: occorre sapere bene usare la bestia, essere alla bisogna volpe e leone; perché il lione non si defende da’ lacci, la volpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere volpe a cognoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi. Ritieni calzante un parallelo in tal senso con il tuo personaggio? E’ il comprendere ed accettare le proprie fragilità che gli consente di convertirle in elemento di forza?

Il male è claustrofobico perché opprime, schiaccia, impedisce, soffoca, infatti, l’inferno dantesco è un imbuto che avvinghia come una costrizione continua e progressiva. Meda è stato all’inferno, ma non come Dante, bensì come vero peccatore: ha superato quel confine che la maggior parte di noi non varca mai nel corso della sua vita e il suo essere stato al di là lo rende “speciale”. Meda riconosce quelli come lui, perché chi è stato oltre il confine ne porta i segni: lo sguardo è diverso da quello degli altri esseri umani, così come le movenze, o i sogni – o meglio gli incubi. Ecco perché credo che la sua vera forza scaturisca dall’essere stato sia vittima che carnefice; ciò, infatti, lo rende adatto a capire le abiezioni umane: è questo il suo unico “superpotere”. Lui ha provato a lungo a comprendere le sue fragilità, a cercare di capirsi e di spiegarsi agli altri, ma non c’è riuscito e allora ha accettato che a volte ci si può ritrovare all’inferno e che in certi casi a monte non c’è necessariamente una colpa. Meda quindi si accetta, ma non si perdona e allo stesso tempo accetta, ma non perdona i colpevoli. Lui in definitiva è uno sconfitto e dall’indagare non trae piacere perché nel farlo sa che sta dando la caccia ad altri sconfitti come lui: per giungere alla soluzione del caso egli è obbligato ad andare fino al fondo delle “abiezioni” altrui e questo lo fa soffrire perché ci si rispecchia.

 

 

 

Rave party, droga e abusi, tour organizzati sulle scene del crimine. “Il confine” è un noir teso e carico di suspense, dove l’elemento criminale attinge alle cronache. A tuo avviso spaventa di più quello che conosciamo, anche se in maniera indiretta, perché percepito come reale, o quello che immaginiamo o siamo portati ad immaginare, perché l’immaginazione non ha limite?

Sono convinto che la cronaca superi sempre e di gran lunga l’immaginazione di uno scrittore. La commedia umana è un’inesauribile fonte di ispirazione per tutti i romanzieri, sceneggiatori, musicisti e artisti. Il mestiere dei creativi in generale è quello di trovare, isolare, esaltare, focalizzare la verità. Senza una verità profonda, dolorosa, vitale, assoluta da narrare l’immaginazione fluttua disancorata dalla realtà. La fantascienza e il fantasy, ad esempio, raccontano di mondi altri, di là da venire, o mai esistiti o che mai esisteranno, eppure al loro centro ci sono sempre i rapporti umani o le paure umane o i sogni e bisogni dell’umanità. D’altro canto, però, la verità da sola non basta. Affermare una verità può non cambiare il mondo, le storie spesso ci riescono meglio. E cos’è l’immaginazione se non bugia, ovvero qualcosa che non è affatto vero? Ecco che le storie sono quindi composte di verità e bugia: sono per loro natura antitetiche e paradossali, ma funzionano, eccome. D’altronde il cosiddetto perturbante freudiano, l’unheimlich, è l’unione di estraneità e familiarità. Un’antitesi anche questa. Esattamente come Fabio Meda, il protagonista del romanzo, l’essere umano vive letteralmente di antitesi.

 

 

 

Ne “Il confine” un caso si chiude, un altro capitolo nella vita di Fabio Meda si apre. E noi già a chiederci se il lupo perderà solo il pelo … o anche il vizio …

Meda finora ha affrontato una parte del suo viaggio di ritorno dal confine. Difficile dire se si accontenterà anche solo di essere partito o se vorrà arrivare fino in fondo. Eppure dopo aver letto il romanzo e conoscendo un po’ il suo carattere…

Giorgio Glaviano

 

Ringrazio Giorgio GRingrazio Giorgio Glaviano , penna raffinata e incisiva, cesellata per il noir, per la squisita disponiblaviano , penna raffinata e incisiva, cesellata per il noir, per la squisita disponibilità .

 


A cura di Sabrina De Bastiani

 


IL LIBRO – Fabio Meda ha perso tutto: la moglie, l’onore, il rispetto. Ed è stata solo colpa sua. Da capitano dell’Arma è stato degradato a carabiniere semplice e trasferito da Milano nello sperduto paesino maremmano di Velianova. Ora vive le sue giornate tra turni noiosi in caserma, prostitute e serate solitarie davanti alla tv. Quando però a un rave nei boschi tra Siena e Grosseto vengono rapiti tre ragazzi…

 

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