Intervista a Giorgio Serafini Prosperi




A tu per tu con l’autore

 
 


 
A tu per tu oggi vi proprone un’intervista a quattro mani a Giorgio Serafini Prosperi. Per thrillernord abbiamo recensito Una perfetta geometria e Chi di spada ferisce, i due romanzi con protagonista Adriano Panatta, un ex commissario di polizia con un nome che non si dimentica facilmente.

 

 

Sin dal suo primo romanzo ‘Una perfetta geometria’ è evidente la cura per la definizione dei personaggi e delle dinamiche tra di loro con dialoghi splendidi; nella mia recensione mi sono un pò sbilanciato dicendo che quando si hanno personaggi così ‘potenti’ come il suo Adriano Panatta (ma anche i ‘comprimari’) poi la trama in sè può anche venire in secondo piano… forse ho esagerato ma mi piacerebbe conoscere il suo pensiero.

Credo sia proprio così! Vengo dal teatro e dalla sceneggiatura cinematografica, per me la trama nasce dai dialoghi, dunque dai personaggi, non viceversa. Il lavoro che faccio a monte della scrittura è quello di creare i pesonaggi, di sapere tutto di loro prima ancora di farli interagire. Lavoro certosinamente sulle biografie die personaggi prima di mettermi a scrivere. Una volta fatto questo, per me, diventa tutto più facile. Mi ha stupito scoprire che facesse lo stesso Georges Simenon, scrittore per me immenso. Lui addirittura giocava con un teatrino e delle marionette prima di mettersi al lavoro. Non mi voglio certo paragonare a un genio simile, certamente non in quanto ai risultati, però mi confrorta sapere che ci sia una similitudine nel metodo di approccio alle storie.

 

 

Il romanzo “Una perfetta geometria” è una storia tra ‘sesso, potere, corruzione e omicidi presunti’, la cosa inquietante è che tra complotti, giochi di potere e ‘sette’ religiose non è poi neanche tanto campata per aria… come è nata l’idea per questa  prima avventura di Panatta?

Mi ha sempre inquietato molto il potere che certi presunti maestri abbiano sulle menti delle persone. Putroppo un caso simile mi ha toccato molto da vicino. Una mia amica ci è rimasta invischiata, è stata intrappolata da una di queste sette e le conseguenze sono state tragiche. Credo che parte della voglia di raccontare questo mondo nasca da lì. Da qualcosa che mi ha colpito nell’intimo e provocato sia dolore che riflessioni di natura più ampia. Le mie storie provengono sempre da qualcosa che conosco, direttamente o indirettamente, credo che solo così si possa essere davvero credibili, anche sul piano della scrittura.

 

 

Il protagonista dei suoi romanzi si chiama Adriano Panatta che, per i non addetti ai lavori, è stato senza dubbio uno dei più grandi tennisti italiani di sempre; ci racconta un pò nel dettaglio come è nata la scelta del nome del suo ‘eroe’?

La scelta nasce, come dicevo, dal fatto che io lavoro in primis sui personaggi. Anche per quanto concerne i nomi, ho bisogno che evochino qualcosa in me. A maggior ragione i protagonisti. Quindi cercavo un nome familiare, che mi riguardasse. Da adolescente ero un fan di Panatta, volevo essere lui. Fisicamente, caratterialmente. Ovviamente non gli assomigliavo affatto. Quando cercavo il nome del mio protagonista ho girato molto intorno ad un nome che fosse assonante con Adriano Panatta. Panetta, Pennetta (altra tennista!), ma mi convinceva sempre di più l’originale. Così mi sono detto: perché non l’originale? Tanto più che, essendo il mio personaggio tutto l’opposto del mio mito giovanile, questo poteva essere divertente da raccontare. Chiamarsi come uno fighissimo e non esserlo è un bel problema, ho pensato. Ti condiziona la vita e tutti te lo fanno notare. In più io sapevo come ci si sentiva a desiderare di essere figo e di successo e non esserlo. Il gioco è fatto…

 

 

Lo sportivo Adriano Panatta sembra però molto diverso dall’omonimo poliziotto dei suoi romanzi. Qual è la vera marcia in più, il colpo vincente di quest’ultimo?

Sulle differenze ho già detto. Il mio personaggio è senz’altro tignoso, uno che non molla, che non si arrende. Che accetta la fatica e che ha imparato a fare i conti coi propri limiti. Questo lo differenzia molto dal suo alter ego reale: il Panatta tennista era poco incline alla sofferenza, all’impegno, puntava più sul proprio talento cristallino che sulla costanza e sull’applicazione. Se Adriano Panatta avesse avuto la tigna del suo collega Barazzutti, per esempio, sarebbe stato più di Borg! Questo è il vantaggio che il mio ex commissario ha sul tennista, ciò che lo riscatta rispetto al campione. Sa di non essere un campione ma non molla. Anche se ha un certo intuito investigativo, questo va detto. Con tutte le sue fragilità è un buon poliziotto, uno sbirro come si deve.  Anche se a volte fatica a riconoscerselo.

 

 

Nel suo ultimo romanzo Chi di spada ferisce problematiche come quella della pedofilia si intrecciano con il passato, i rimorsi e gli errori di un gruppo di personaggi. Qualche caso di cronaca è stato d’ispirazione?

In realtà no. Volevo più che altro raccontare come ci colpirebbe che un nostro amico intimo fosse accusato di un reato infamante. Questo, credo, sia il vero tema del romanzo. Quale reato può essere più infamante che abusare di un ragazzino indifeso? Da parte di un prete, un insegnante, una figura autorevole agli occhi del ragazzo stesso, poi? Da qui la scelta di farne un prete con un passato burrascoso. È ovvio che l’atmosfera, i clima del racconto abbia risentito di fatti di cronaca che sono avvenuti recentemente in Vaticano. Ma non uno in particolare, devo dire. Per quel che rigurda l’atteggiamento della Chiesa rispetto ai propri scheletri nell’armadio, devo dire di essermi ispirato al caso di Emanuela Orlandi. Un acso molto caldo per uno della mia generazione. Quando Emanuela fu rapita io avevo più o meno la sua stessa età. Roma non fu più la stessa per me da quel giorno in poi. Posso dire che il rapimento di Emanuela Orlandi pose fine alla mia infanzia spensierata. Feci i conti, come molti miei coetanei, con la spietatezza di Roma a partire da lì. E poi cominciarono gli Anni di Piombo…

 

 

Adriano Panatta appartiene a Roma tanto quanto la città eterna occupa un posto speciale nel cuore del protagonista. Il legame tra detective e città è uno dei punti chiave della letteratura di questo genere. Come ha affrontato questo aspetto nel caratterizzare il Panatta?

Roma per lui è croce e delizia. La ama e la odia. Odia certe sue ambiguità, il fatto che sappia nascondere così bene sotto la propria apparente dolcezza ogni abominio. È ideale in questo per ambientare un giallo, perchè ti costringe a muovere i tuoi personaggi in una palude, in un luogo da cui non sai difenderti perché è mille cose insieme, che ti blandisce, ti seduce e ti frega. Come una bella donna con cattive intenzioni. E Adriano è molto sensibile al facino femminile.

 

 

Qual è la genesi dei suoi libri? Segue particolari schemi per lo sviluppo della trama oppure si lascia trasportare dalle intuizioni, pagina dopo pagina?

No. Lavoro sui personaggi e poi creo una scaletta sempre più approfondita. Come si fa nel cinema: soggetto, trattamento, stesura definitiva. Procedo per gradi, ma sono sempre disponibile ad accogliere intuizioni e a modificare in corsa. Insomma so dove voglio andare, ma lascio aperta la porta dell’estemporaneità.

 

 

Ha scritto per il teatro, il cinema, la televisione e, da qualche tempo, la apprezziamo come autore di romanzi gialli/noir; in quale veste si trova più a suo agio?

In ognuna di queste. Da quando ho scoperto che l’essere umano non è solo una cosa, che l’identificarsi graniticamente con ciò che si è e si fa può essere un peso e una condanna, mi sento molto più leggero. Sono uno che scrive, ma sono anche molte altre cose. Di certo la scrittura è la cosa che mi ha sempre dato da vivere. È la cosa che mi viene più naturale. È vivere che è complicato, è essere la molteplicità dei nostri Io. Come dice Tabucchi in Sostiene Pereira, la difficoltà sta nell’accetare di essere “molti”.

 

 

Pur essendo fortemente legato alla sua dimensione italiana, la sua creatura letteraria ha sfumature dal respiro internazionale. Quali sono i suoi autori preferiti oltre il confine?

Sicuramente Markaris e Simenon. Maigret e Kostas Karitos sono personaggi che amo molto, sono imperfetti, umani. E poi Fabio Montale di Jean Claude Izzo. Mi piace molto anche Don Winslow. Da piccolo leggevo Agatha Christie e Conan Doyle. E Nero Wolfe. Ultimamente Ed McBain, che ho scoperto grazie a Maurizio De Gioavanni, per la coralità dei suoi lavori.

 

 

La nostra Associazione è nata con un interesse particolare per il Thriller nordico, c’è un autore che le piace e che magari trova più vicino al suo modo di scrivere?

Forse Henning Mankell di Wallander. Curiosamente anche lui è uno che viene dal teatro, come me, e che ha sposato la figlia del Grande Ingmar Bergman. C’è qualcosa di familiare per me nel suo modo di scrivere. Come in quello di Markaris, del resto, che è stato lo splendido sceneggiatore die film di Angelopoulos, regista che ho amato molto. Mi piace anche Joe Nesbø e sono uno di quelli che ha divorato la trilogia di Stieg Larsson.

Giorgio Serafini Prosperi

 

A cura di Massimo Ghigi e Federica Gaspari

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