Intervista a Giuseppina Torregrossa




A tu per tu con l’autore

 

 

Mafia e Sicilia… i suoi romanzi, per certi versi, ricordano quelli di Camilleri. Come vede il confronto con il suo collega?

Il paragone è lusinghiero. Amiamo con passione la nostra terra, non manca a entrambi lo sguardo e il pensiero critico. Usiamo la lingua madre con disinvoltura, non disdegniamo l’introduzione di neologismi. Abbiamo un orgoglio siciliano che ci spinge a cercare buone pratiche ed esempi da seguire. La storia ci guida nella ricerca di un futuro possibile; la memoria non ci abbandona neanche con il passar degli anni…poi ci sono le differenze.

 

 

 

La protagonista del suo romanzo è una donna, decisa nel suo lavoro e fragile negli affetti. Com’è il ritratto di una tipica donna siciliana?

Non direi che Marò è un’icona della donna siciliana, semmai è il ritratto di una donna che fatica a tenere a bada le sue fragilità, e tuttavia non demorde mai, ma insiste anche a costo di farsi male. Non c’è sicilianità nelle debolezze di Marò, semmai un eterno femminino, che non è difficile trovare al fondo dell’animo di moltissime donne.

 

 

 

Come e quando è nata l’idea di scrivere un poliziesco?

Nel 2011, dopo un romanzo storico, sentivo il bisogno di un po’ di cronaca. Marò nasce a far da contrappeso a Sasà, un commissario impegnato nella lotta alla mafia; Marò si sviluppa proprio nel contraddittorio con lui, ma poi prende il sopravvento e si delinea come una impareggiabile investigatrice.

 

 

Seguiranno altri romanzi con Marò?

Sì. Ogni scrittrice/scrittore ha un commissario / commissaria nel cassetto, che è una sorta di avatar, a cui non è facile rinunciare. Sono i commissari, gli investigatori in generale a regalare agli autori/autrici una sorta di vita immortale.

 

 

La Sicilia è la grande protagonista, cosa la lega in particolare alla sua terra?

C’è un imprinting dal quale è difficile liberarsi. Quando si nasce in Sicilia, si rimane siciliani per sempre. C’è la luce in prima battuta, che condiziona il mio umore; i profumi, la sensualità della lingua; la musicalità dei rumori.

 

 

Quale ricetta, secondo lei meglio descrive la Sicilia?

Quale Sicilia? Non ce n’è una sola. La cassata ben rappresenta l’opulenza barocca di Palermo; gelo di limone e cannella incarnano la molle sensualità di Siracusa; la caponata declinata in modi diversi nei diversi distretti del territorio, ma con quell’agrodolce che lega, unico filo, tutte le città di Sicilia. Non basterebbe un intero trattato di gastronomia a raccontare un’ isola i cui abitanti, uno per uno,  ritengono di essere ineguagliabili, insostituibili. Perciò ognuno di noi insegue la perfezione di una ricetta che, pur essendo nella scia della tradizione, se ne distingue per un elemento misterioso che sarà rivelato solo ai discendenti.

Giuseppina Torregrossa

A cura di Cristina Bruno


 

 

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