Intervista a HANS TUZZI






A tu per tu con l’autore

 

 

1)  Il suo vero nome è Adriano Bon, ma lei è noto al pubblico con lo pseudonimo di Hans Tuzzi. Ci spiega il motivo di tale scelta?

Perché uno pseudonimo? L’ho già detto diverse volte: per evitare, in un ambiente ristretto come quello della bibliofilia, giudizi preconcetti. E mi spiego: fondate da Vittorio Di Giuro, le Edizioni Sylvestre Bonnard pubblicavano splendidi libri sulla storia del libro, ed è lì che uscirono quattro miei testi sul collezionismo librario. Ma proprio perché il mondo dei bibliofili è piccolo, per evitare che venissero giudicati in base all’autore e non al contenuto, nel 2000 all’uscita del primo saggio decisi di usare uno pseudonimo: così nacque Hans Tuzzi, dal personaggio di Robert Musil. Visto il successo di pubblico di Collezionare libri, che ebbe quattro ristampe, quando nel 2002 Di Giuro decise di pubblicare anche la prima avventura di Melis, Il Maestro della Testa sfondata (che ora Bollati Boringhieri ha riproposto ai lettori), il mio destino era segnato: Hans Tuzzi ero, e Hans Tuzzi rimasi. Vorrei però aggiungere che va messo in conto quello stesso esclusivismo fisico e morale che ispirò a Stendhal l’amore per la mistificazione. Ricorda? “Je porterais un masque avec plaisir, je changerais de nom avec délices.” Aggiunga una propensione per la vita appartata, un tratto che amo credere comune a coloro per i quali la letteratura è necessità, non mestiere. (Ma noti bene: vita appartata non vuol dire vita senza storia, senza avvenimenti e senza avventure, significa soltanto preferire non esibirsi).
 

 
2) “La belva nel labirinto” è il nuovo caso del commissario Norberto Melis. Come è nato questo personaggio? E questa nuova storia?


Sciascia diceva, mezzo secolo fa, che il poliziesco in Italia non ha fortuna perché gli italiani non hanno fiducia nello Stato – e dunque nelle forze di Polizia. Verissimo, e gli anni Settanta avallarono in pieno tale diffidenza. Poi, però, lentamente, in questo siamo diventati un Paese meno lontano dalla norma. Nella vita ho conosciuto funzionari di Stato integerrimi. Una minoranza? Forse, ma ce ne sono. Ecco, Melis – che viene da una famiglia di magistrati, ha un fratello giudice “in una regione di frontiera”, una sorella medico in Africa e una compagna, Fiorenza, redattrice in una raffinata casa editrice – è un funzionario atipico rispetto agli stereotipi sulla Polizia. E negli anni Settanta non era nemmeno molto amato dai colleghi, venuti dalla gavetta. Insomma, è un personaggio che vuole trasmettere un messaggio di normalità (il che in Italia è già speranza). In questa nuova inchiesta si trova di fronte a delitti seriali compiuti, direbbe Freud, per paura dell’altro che è in noi. Come ho avuto occasione di dire in due interviste radiofoniche, vi è all’origine un particolare autobiografico: ragazzo, negli anni Sessanta, scambiavo qualche frase, al lago, con un vicino di casa appena adolescente ma fornito di una gelida personalità dominante. Nel marzo 1976, diciannovenne, si sarebbe macchiato di uno dei più efferati e feroci delitti della nostra storia. Un delitto da “superuomo”, gratuito e orribile. Il regista Carlo Lizzani commentò: “Sono arrivati a Milano i delitti freddi, glaciali, incomprensibili. L’alta borghesia milanese ha responsabilità sociali gravissime”. Insomma, se nella Figlia più bella consideravo il Male estraneo all’uomo – il Male senza spiegazione che piove dal cielo e fa chiedere a Giobbe: perché? – nella Belva mi interessava il male gratuito che l’uomo infligge all’uomo, quello che nasce dal micidiale rifugiarsi dell’insicurezza in una “fede”, sia essa religiosa o politica o intellettuale: il risultato è che ogni disadattato si sente militante eletto, giudice e boia corazzato di intolleranza e solitudine interiore.
 

 
3) Perché ha deciso di ambientare le indagini del suo protagonista seriale proprio negli anni Ottanta? È un periodo che la affascina?

Nel saggio del 1925 sul romanzo poliziesco, pubblicato in Italia da SE nel 2011, Siegfried Kracauer scrive che questo genere letterario, “conosciuto dalla maggior parte delle persone di cultura solo come pastiche extraletterario destinato a sopravvivere a mala pena nelle biblioteche ambulanti, si è guadagnato a poco a poco una posizione la cui importanza e il cui significato non possono essere più negati”. Il romanzo poliziesco al suo meglio non è più, cioè, il nipote spurio dei romanzi d’avventura e dei cicli cavallereschi, ma “un genere stilistico ben determinato, che presenta dichiaratamente un suo proprio mondo per mezzo di strumenti estetici caratteristici e peculiari”. Gide, Gadda e altri grandi scrittori, erano convinti che il “romanzo con delitto” potesse rappresentare meglio di altri l’anima oscura e profonda del Novecento. Che poi il giallo diventi letteratura solo quando infrange alcune regole (si pensi a La promessa di Dürrenmatt o a La fine è nota di Holiday Hall Geoffrey), è un dato di fatto. Però, i buoni giallisti (Chandler, Simenon, Van Gulik…) si rileggono sempre con piacere: il che dimostra che l’importante, alla fine, non è scoprire il colpevole.
Questa lunga premessa è necessaria a spiegare perché il ciclo di Melis si svolge a Milano negli anni compresi fra il sequestro Moro (1978) e la caduta della prima Repubblica. Perché Milano ha anticipato nel bene e nel male la deriva sociale e politica della Nazione ed è forse la sola città italiana ad aver studiato da metropoli o comunque a credersi tale. Milano, scrisse già negli anni Trenta la rivista “Corrente”, rimane “alquanto misteriosa agli altri e a sé medesima. Nessun’altra città sa ignorarsi da lato a lato del proprio presente con una naturalezza tanto convinta.” Un bel set per il delitto come chiave di lettura della società. Su questo palcoscenico, Melis rappresenta, insieme alla compagna Fiorenza, quella borghesia che in Italia è sempre stata minoranza incapace di costituire una guida per il Paese non perché le mancassero le idee, ma proprio in quanto minoranza nella quale gli italiani non si riconoscono: laica ma non marxista, liberale ma antifascista, pragmatica ma retta. Il ciclo di Melis, ambientato in quel sismografo della vita nazionale che è Milano, disegna la deriva italiana negli anni Ottanta, quando, usciti dalla lunga e insanguinata stagione dei terrorismi, sembrò che il Paese potesse cambiare. Come, lo vediamo oggi. Ma gli sviluppi sarebbero potuto essere diversi. Perché non lo furono? Allora, a pelle, si viveva di sensazioni; ora, con il senno del poi, è possibile riconsiderare tutto in prospettiva, cogliere l’essenziale e ragionarci sopra. Non ho amato gli anni Ottanta, al contrario: ma li considero cruciali nella nostra storia, il discrimine di una buona occasione perduta. Una delle tante, ma forse la meno impossibile.
 

 
4) Nei suoi libri non mancano citazioni letterarie, dunque è facile dedurre che lei sia un accanito lettore. Quali sono le sue ultime letture? E, dato che scrive gialli, è solito anche leggerne?

Come autore ho una produzione molto sfaccettata: gialli, romanzi-romanzi, prose di memoria, saggistica. Come lettore, frequento strane contrade. La narrativa copre circa un quinto dei libri che leggo – tanti, in ogni caso. Il nerbo della mia biblioteca è composto da saggi di storia, di storia dell’arte e del costume, da libri di viaggio, memorialistica e diari. Il Novecento è ben presente, ma più nella sua prima metà che nella seconda. In questi giorni sto rileggendo le note di Richard F. Burton alla sua traduzione integrale inglese delle Mille e una notte edita in diciassette volumi nel 1885: migliaia di note che svariano dalle diverse acconciature delle barbe per ceti sociali nei vari paesi alla caccia col falcone, dalle varie droghe (e il bangho egiziano, cioè la nostra cannabis, è, ne ho avuto conferma, il nepente omerico: la filologia serve pure a qualcosa) alle pratiche sessuali (Burton, che sognava in diciassette lingue e ne parlava trentacinque, si vantava di conoscere tutti i bordelli da Tangeri a Calcutta, e in effetti sotto Charles Napier, nel Sind, era stato incaricato di smascherare la rete di bordelli per omosessuali nell’unico modo possibile: frequentandoli), e così via. Una lettura al contempo professionale e dilettevole. Invece la sera, a quarant’anni dalla prima volta, sto rileggendo Paradiso di Lezama Lima. Sino a metà luglio sono a posto, poi sul comodino mi attendono Eravamo dei grandissimi di Clemens Meyer e diversi scritti sulla simbologia all’interno del Tempio Malatestiano di Rimini. Infine, come ogni estate, piluccherò i Mémoires di Saint-Simon che sono sempre un bello spasso e una gran lezione di stile.
Leggo pochi gialli, e pochi giallisti contemporanei: amo coloro che sanno andare oltre l’intrattenimento, oltre la banale sciarada del chi è stato e usano il genere come chiave per aprire altre porte. Ma in questo il cinema e il noir hanno forse più frecce al loro arco.
 

 
5) I suoi romanzi forniscono molti spunti di riflessione sulla società moderna. A parer suo, quali sono le debolezze che la affliggono?

L’Europa di oggi sconta paradossalmente il benessere datole dal più lungo periodo di pace della sua storia. Dovremmo pensare più spesso ai disastri della guerra, agli effetti del buono e del cattivo governo e alla diversa condizione degli altri continenti. Invece, la pace annoia. Non lo diceva già un personaggio di Shakespeare? “Ah, per me, dico, datemi la  guerra! È meglio cento volte della pace, come il giorno è migliore della notte; la guerra è cosa viva, movimento, è vispa, ha voce, è piena di sorprese. La pace è apoplessia, è letargia: spenta, sorda, insensibile, assonnata, e fa mettere al mondo più bastardi che non uccida uomini la guerra.” Ecco, molte debolezze, molti mali vengono da questa noia, la noia di una vita sicura. Da qui anche i rigurgiti delle destre politiche, e la tendenza a buttare il bimbo insieme all’acqua sporca. È più facile. Da scrittore, so che il facile è il più insidioso dei nemici. Forse, di fronte a un mondo in movimento come Gog e Magog, dovremmo essere più esigenti, e in Italia con noi stessi per primi, coltivando però quelle doti di gentilezza e attenzione che oggi latitano. Colpisce la mancanza di senso della responsabilità, l’ignoranza delle proprie responsabilità e, dal mio personalissimo punto di vista, la mancanza di dressage o, se preferisce, di educazione. Per dire una banalità, se le città sono sporche la prima responsabilità non è dei netturbini. Siamo egoisti e siamo inetti. E come può giudicare le nostre meschine paure chi sotto altri cieli ha visto in faccia la morte per fame guerra e malattia? E, se proprio non vogliamo vedere gli altri mondi dell’oggi, pensiamo solo a che inferno fu Londra nell’Ottocento, e rendiamoci conto che le nostre odierne piccole frustrazioni sono ridicole, come patetiche sono le nostre paure – paura delle parole, prima ancora che delle cose. Tutto questo genera il “grande rumore di niente” al quale peraltro do il mio contributo. E tutto questo non è, purtroppo, senza conseguenze. Tuttavia, la debolezza maggiore sta, forse, nella mediocrità con la quale le classi dirigenti – non soltanto quella politica: anche quella industriale, per dire – selezionano loro stesse. Un panorama modesto, talvolta desolante, che è però lo specchio fedele della popolazione. Del resto, gli impiegati comunali che timbravano il cartellino in costume da bagno non erano i primi a criticare i politici ladri, sui loro siti FB?
 

 
6) Conosce il genere thrillernordico? Apprezza qualche autore in modo particolare?

Come ho già detto, leggo pochi libri di genere, gialli compresi. Amo il romanzo giallo nel quale conta più l’atmosfera della trama. Quello, appunto, dove l’ultima cosa che importa è sapere chi ha ucciso – perché semmai, come in tanti Maigret, interessa sapere perché ha ucciso. Quello dove sono assenti i colpi di scena, pessimo corrispettivo degli insopportabili effetti speciali cinematografici. Del resto, molti fra quanti Simenon chiamava romanzi-romanzi hanno trame criminali, ma con un punto di vista diverso: quello dell’assassino, ad esempio. E poi, gli ambienti: con vizi privati e pubbliche virtù della provincia abbottonata, della Svizzera ipocrita, Simenon e Dürrenmatt (ma ogni lettore avrà altri nomi da affiancare ai loro) consentono al giallo – dove il cerchio sociale spezzato dal delitto deve ricomporsi in un “lieto fine” – di avvicinarsi alle atmosfere disperate del noir.
Quanto ai nordici, sino a ieri tanto di moda, si ha un bell’aver amato la poesia degli scaldi, la letteratura norrena e il Kalevala (del quale negli anni Ottanta uscì anche una curiosa versione a fumetti), ma quelle storie di crimini in una società annoiata e triste la cui infelicità pare votata all’etilismo da birra e vodka, una società che fa capire come il peggiore degli inferni sia ghiaccio, non fuoco, non mi attraggono minimamente, anche senza considerare le dimensioni monstre di quei volumi davvero troppo voluminosi. Ho seguito però sullo schermo con vero piacere la versione svedese di Millennium per la strepitosa interpretazione di Noomi Rapace nel ruolo di Lisbeth Salander, uno dei personaggi più riusciti, vivi e coinvolgenti nella letteratura di questo primo ventennio di secolo.

Hans Tuzzi

A cura di Giorgia Usai

 

 

Di Hans Tuzzi su thrillernord:

IL LIBRO – Quale filo invisibile lega fra loro un sacerdote di frontiera, un travestito di mezza età e un brillante studente universitario nella cui auto giace cadavere una ragazza? E le altre vittime dell’anonima mano omicida che nell’estate del 1987 nelle vie di Milano porta la morte, annunciata dai beffardi e inquietanti Arcani dei tarocchi? A cosa si riferisce la misteriosa scritta che l’assassino traccia su ogni Arcano? E ha davvero un senso tutto l’armamentario del nazismo esoterico che costantemente affiora fra i più diversi indizi? E i Servizi segreti hanno, in tutto ciò, un ruolo oscuro?