Intervista a Roberto Costantini




A tu per tu con l’autore

 

La trilogia di Stieg Larsson ha rappresentato uno spartiacque fondamentale nel panorama letterario e nelle pubblicazioni in Italia. Ha sdoganato il thriller nordico aprendo le porte a numerosi autori, ha riportato la formula della Trilogia ai fasti di quella capolavoro di Tolkien, Il Signore degli anelli. Il terzo volume della trilogia Millennium, La regina dei castelli di carta esce per Marsilio nel 2009. Nel 2011 esordisce Roberto Costantini, con Tu sei il male, primo volume di un’altra trilogia. Un successo inarrestabile in comune tra opere lontane geograficamente, ma vicine strutturalmente, nell’attenzione posta alla denuncia sociale e nel ritrarre il proprio Paese senza filtri e photoshop, nel darsi un protagonista di scorretto ma indubbio fascino e caratura. Sei d’accordo? Che ruolo ha avuto, se ne ha avuto, l’opera di Stieg Larsson nell’ispirare il tuo lavoro?

 

Intanto (ride) essendo nato in Africa, sono molto meridionale e superstizioso e preferisco sempre paragoni con autori viventi, rispetto ad autori deceduti, ecco questo è un primo punto che tengo sempre a mettere bene in chiaro… venendo alle cose più serie, onestamente non ho pensato minimamente a Millennium quando ho iniziato a scrivere la mia trilogia. Sapevo di voler scrivere una storia molto lunga, che contenesse dei singoli gialli, ma quello che mi interessava maggiormente era la storia trasversale che volevo raccontare attraverso tre, quattro, cinque, sei romanzi, non sapevo neanche se sarebbe stata una trilogia, una pentalogia. Volevo cercare di raccontare la storia italiana degli ultimi cinquant’anni vista da angolazioni un po’ diverse rispetto a quelle tradizionali, attraverso dei gialli ed un personaggio particolare, perché sapevo che se avessi scritto dei saggi sarebbero stati ben pochi a leggerli. Questa è l’assonanza tra me e Larsson. Larsson ha scritto un giallo straordinario, che è il primo “Uomini che odiano le donne”, per scrivere gli altri due libri. Io ho scritto il primo, “Tu sei il male”, un grande giallo che c’entra poco col resto, per scrivere gli altri, l’altra storia che volevo raccontare. Larsson ha fatto la stessa cosa, il libro straordinario è il primo, la storia straordinaria è quella raccontata dal secondo e dal terzo. Ed è questa l’unica cosa che ci unisce.

 

 

E anche che entrambi i vostri protagonisti hanno le stesse iniziali… Mikael Blomkvist e Michele Balistreri…

Ecco a questo non avevo pensato (ride), devi sapere che a me serviva un cognome siciliano e Balistreri è un mio compagno di classe con cui ho fatto l’asilo, le elementari, le medie e il liceo a Tripoli, ed è il ragazzo più buono che io abbia mai conosciuto, l’esatto contrario di Michele.

 

 

 

 

Con questo tuo ultimo “Da molto lontano” giungi a quota sei romanzi con protagonista Michele Balistreri, romanzi che sono un ponte tra Libia e Italia e coprono un periodo storico che va dagli anni sessanta ai giorni nostri. Con un notevole e centratissimo effetto dinamico, articoli ognuno dei tuoi libri in due tempi, una sorta di incontro di calcio (metafora di vita?), in cui strascichi del primo tempo, che rappresenta il passato, debordano nel secondo tempo che è il presente, dove si arriva ad una “resa dei conti” finale, dove i due piani temporali si fanno uno. Cosa puoi dirci di questa tua precisa scelta stilistica?

Ti ringrazio, questa è una domanda molto interessante. Credo che il discorso dei due piani temporali abbia diverse valenze. Primo una valenza giallistica, nel senso che nella realtà se una cosa avviene e non si risolve, se vai a vedere vent’ anni dopo cosa sono diventate le persone che erano sospettate, secondo me da cosa ciascuno è diventato puoi capire la verità, soprattutto se si tratta dei delitti che racconto io, che non sono delitti di serial killer. Secondo me una persona “normale” che uccide qualcuno non potrà più avere una vita veramente “normale”. Poi c’è la valenza che dici tu, il parallelo calcistico, primo tempo/ secondo tempo, e  ciò che avviene nel secondo tempo è condizionato ovviamente da ciò che è avvenuto nel primo tempo, perché la memoria non può essere annullata, e a volte la memoria, ed è questo secondo me molto interessante in “Da molto lontano”, ti fa giocare male. Se succede qualcosa alla fine del primo tempo, come sbagliare un gol clamoroso, il secondo tempo inizierà condizionato negativamente da questo ricordo. Il senso dei piani temporali è anche questo, a volte dunque la memoria danneggia il secondo tempo. La cosa interessante è che Balistreri, a causa della perdita di memoria, che è la sua malattia, riesce a non ricordare le cose negative del primo tempo e quindi a vedere finalmente la verità. Ha la lucidità di chi vede le cose da molto lontano, perché le cose viste da lontano assumono dimensioni diverse.

 

 

 

Da molto lontano” a mio avviso è la punta più alta ad oggi toccata con la serie di Michele Balistreri. Affronti in questo libro tematiche fondamentali nella vita di ogni essere umano, il sesso, l’amore, la paternità, il concetto e ancora di più il senso di famiglia. E lo fai a 360°, sviluppando Il punto di vista di ognuno dei tuoi personaggi, uomini e donne, vittime e carnefici, colleghi e rivali. Michele Balistreri assorbe tutti questi elementi e li incarna nella sintesi dell’uomo che è diventato e che scopriamo nella seconda parte del romanzo. Approcciamo un Balistreri per certi versi spiazzante, superficialmente ci può sembrare “arreso”, seppur pacificato. In realtà non sarà così, non del tutto. Concordi con questa interpretazione? Sapevi già che Michele sarebbe arrivato in questo modo a questo punto o il suo percorso ti si è delineato nell’arco della serie?

Il percorso di Balistreri è l’unica cosa che mi è stata chiara fin dall’inizio, incluso il fatto che lui pian piano perdesse memoria e che questa cosa, che da tutti è considerata una malattia, fosse per lui la guarigione. La malattia è la guarigione. Il fatto che lui non riesca a ricordare e tutti gli dicano per migliorare devi smettere di bere, devi smettere di fumare, e lui per contro faccia l’esatto contrario,   avviene perché ha capito che quella che per gli altri è una malattia per lui è la guarigione. Questa cosa gli permette di creare una sintesi più pacificata e di poter guardare da lontano quello che è il proprio male, perché la storia di Balistreri è di fatto la storia del suo dolore che si trascina dall’adolescenza.

 

 

 

 

La situazione criminale che muove le pagine di “Da molto lontano” è un complesso e ricco gioco di specchi, dove le maschere non vengono indossate solo nel club per scambisti, luogo che risulterà fondamentale nello snodo delle indagini, ma di fatto maggiormente ancora nella vita reale. Nel bene e nel male nessuno risulta essere così come viene percepito all’esterno, e ciò genera una sorta di uno contro tutti, che rende le pagine tese e ricche di pathos e non permette alcun calo di suspense. Chi, a tuo avviso, porta la maschera più pesante?

Non c’è una maschera più pesante, sono tutte diverse. Ogni personaggio porta la maschera di ciò che è e di ciò che vorrebbe essere e non è riuscito ad essere. Elide. Elide è il personaggio femminile principale, ed è un personaggio che io ho sentito molto, una donna costretta dal padre ad un ruolo che non voleva avere e che la costringe a non essere ciò che è per tutta la vita, ecco forse la sua è la maschera più maschera di tutte. Però in realtà indossano tutti una maschera, anche Petruzzi, che da muratore diventa imprenditore e palazzinaro, e che non riesce però ad essere ammesso al Circolo più esclusivo di Roma, perché resta un parvenu anche se si mette i guanti, la sua maschera, per non far vedere le mani da muratore.

 

 

 

 

Non credo nella giustizia intermediata”, fai dire al personaggio dell’avvocato Silvana Beldon. Michele Balistreri in che giustizia crede?

La sua storia, la storia di Michele Balistreri, ti dice che lui non crede alla giustizia gestita secondo le procedure, e quindi esattamente non crede alla giustizia intermediata, anche se nello specifico non è lui nel romanzo a pronunciare quella frase. Rispetto ad alcuni suoi parametri lui condanna indipendentemente dal fatto che la persona sia in carcere o meno e altresì assolve indipendentemente da questo. Abbiamo visto dei casi di Balistreri in cui l’assassino viene “assolto” da lui oppure personaggi che non sono assassini vengono “condannati”, perché i suoi criteri etici sono diversi da quelli della giustizia procedurale.

 

 

 

 

La parola che sceglierei per dare un colore a “Da molto lontano” è cambiamento. Tecnologico, gli anni 90 dei primi computer portatili, dei primi cellulari. Umano, il 2018 di Balistreri. C’è un qualcosa che resta immutato ed immutabile in questo libro?

Sono assolutamente d’accordo con te che il colore, la parola chiave di questo libro sia cambiamento. Nel ‘90 Balistreri si trova in un mondo mutante, che si sta modificando attorno a lui e che lui non riesce a comprendere, seguire, apprezzare. Poi, nel 2018 evidentemente è cambiato ormai lui per una serie di fatti. L’unica cosa che resta immutabile, e che è anche un simbolo, è la foto dei suoi genitori che da cinquant’anni è davanti ai suoi occhi, nonostante in quella foto ci sia colui che considera l’assassino di sua madre. Balistreri sin da ragazzo, tra il bene della famiglia e il bene superiore del popolo sceglie il popolo, che era un po’ l’idea di sua madre, però lui resta un uomo di famiglia. Ciò che gli manca nell’arco della sua vita è la famiglia unita che aveva da bambino e che vorrebbe riavere. Quella foto dunque è il grande desiderio di famiglia, è un vuoto che non viene colmato, è il momento di massimo dolore perché ha davanti lo specchio di ciò che ha perso e che non riesce più ad avere. Quella foto è ciò che resta immutabile, ed è presente in tutti i libri, rimane sempre davanti ai suoi occhi, perché rappresenta,appunto, il più grande desiderio non esaudito della sua vita, la famiglia.

 

 

 

 

Il Michele Balistreri che ci rimane negli occhi in questo romanzo è un uomo che non si odia più. Ciò si da anestetizzando in una forma particolare di amnesia i pensieri, o in un certo modo ha trovato la via per perdonarsi, almeno un po’?

Giustissima domanda, hai colto nel segno, anzi posso dire che questa è proprio la domanda chiave, e la risposta è il vero mistero irrisolto alla fine, da cui dipenderà la prosecuzione della storia in un senso o in un altro…

Roberto Costantini

 

Ringrazio di cuore Roberto Costantini per la generosa disponibilità e la vivace profondità di un dialogo stimolante , dinamico e ricco di spunti. Come non si smetterebbe mai di leggerlo, così non si smetterebbe ami di ascoltarlo.

Sabrina De Bastiani


A cura di Sabrina De Bastiani


Roberto Costantini (Scheda Autore)