Intervista a Joël Dicker




A tu per tu con l’autore

 

 

 

Joël, dopo La verità sul caso Harry Quebert e Il libro dei Baltimore, nel tuo nuovo romanzo torni ad assegnare il ruolo di protagonista ad uno scrittore. Quanto sono diversi Marcus e Joël, a partire dal fatto che entrambi all’inizio dei romanzi, pur per ragioni diverse, stanno attraversando un momento di crisi personale che si riflette nella scrittura?

Partiamo dal presupposto che, nei rispettivi romanzi di cui sono protagonisti, Marcus e Joël non sono che … personaggi. Ne L’Enigma della camera 622 ho scelto di chiamare il mio protagonista Joël per molteplici ragioni. La prima è che la storia, per motivi personali che emergono nel romanzo, è ambientata a Ginevra, la seconda è che i lettori spesso sono convinti che Marcus sia il mio alter ego: fanno questo parallelo, ma ciò non è  necessariamente vero. E’ il lettore a deciderlo. E’ il lettore che quando legge un romanzo si sostituisce alla mente dell’autore e sviluppa associazioni mentali peculiari e proprie. Nel caso di Harry Quebert  mi è stato detto più e più volte ‘Ma tu sei Marcus!’. E allora ho deciso, ne L’enigma della camera 622, di chiamare il protagonista Joël, che non sono necessariamente io, per creare una sorta di piccolo elettroshock nel lettore, per renderlo consapevole che è lui a decidere, che è lui che ha il potere, molto più potere rispetto all’autore, perché è di fatto il lettore che giudica, che decide, che immagina, che dà corpo e fattezze a personaggi e ambienti. Il fatto che rilevi, e cioè che Marcus e Joël, all’inizio delle loro storie, stiano attraversando una piccola crisi personale, è vero. E’ anche il pretesto per me per riflettere sulla questione di cosa siano i libri, cosa sia la scrittura. Alla scrittura si lega poi il concetto di ispirazione e soprattutto, domanda che mi pongo sempre e che non smette di appassionarmi, da che cosa abbia origine l’ispirazione.

 

 

 

Se mi consenti ancora un parallelo tra La verità sul caso Harry Quebert e L’Enigma della camera 622, è che entrambi sono costellati da pensieri e meta riflessioni sui libri e sulla scrittura. E’ cambiata, a fronte della tua esperienza e alla luce della direzione luminosa che ha preso la tua carriera la tua visione dello scrivere o è rimasta invariata nei principi di base?

La mia visione della scrittura non è molto cambiata ed è in realtà abbastanza particolare.  Mi chiedo ancora oggi cosa voglia dire scrivere, essere uno scrittore. Non è un mestiere sicuro, non esistono diplomi che attestino l’essere scrittore, è una scoperta continua che si fa da se stessi, sulle proprie spalle, in base alle proprie esperienze. Mi interessa e mi interrogo molto su questi aspetti, ed ho voluto raccontare, proprio a partire da Harry Quebert, la voglia di essere uno scrittore e che cosa questo voglia dire. In realtà non ho ancora trovato molte risposte, all’inizio i miei romanzi erano costantemente rifiutati dagli editori e questo mi riempiva di dubbi e non di certezze, ma neppure quando è arrivato il consenso del pubblico, il successo dei miei romanzi, pur rendendomi immensamente felice, non mi ha aiutato in questo: per quanto riguarda queste considerazioni molto particolari, il successo non mi ha fornito tutte le risposte. Perché il successo di un romanzo si attesta dopo che lo stesso è stato scritto e pubblicato. Nel mentre, nel processo della scrittura, non si sa cosa accadrà arrivati alla parola fine.

 

Joël Dicker

 

Non ci si può addentrare ne L’enigma della camera 622 senza partire da una riflessione su Bernard de Fallois, il tuo Editore, cui questo libro è un delicato, sincero, potentissimo omaggio. L’emozione forte che traspare dalle tue pagine e che travolge il lettore è, a mio avviso, anche figlia del fatto che ad essere condiviso non è ‘solo’ un incontro che ha marcato in maniera indelebile il tuo essere scrittore, ma un’amicizia che è stata veicolata e partita senz’altro dal mondo libri, ma si è al contempo affrancata da questo per diventare un vero e proprio incontro di anime, a prescindere da tutto il resto. Quanto sono importanti determinati incontri nella vita a livello di qualità emotiva della vita? Qual è l’eredità emotiva che ti ha lasciato Bernard?

Bernard è stato fondamentale nella mia vita. E’ la persona che Più mi ha sostenuto nell’essere scrittore, che mi ha fatto sentire uno scrittore. Quando l’ho incontrato avevo già scritto alcuni romanzi  che erano stati rifiutati da altri editori. Bernard è stata la persona che mi ha permesso di non arrendermi. Era un uomo di grandi valori, una persona divertente e profonda, mi ha regalato molte emozioni e molte ne abbiamo condivise. Mi ha lasciato un’eredità meravigliosa: la curiosità, l’attitudine a guardare il mondo con occhi curiosi e aperti, ma senza perdere mai la capacità di sognare. Era un grande sognatore, una persona magnifica. Incontrarlo è stata una grande fortuna, ma proprio lui e questo incontro mi hanno insegnato che la fortuna arriva, può arrivare, anche senza meritarla, ma una volta che arriva se ne diventa responsabili, bisogna custodirla, e mai smettere di cercarla, perché può cambiarti davvero la vita.

 

Bernard de Fallois sosteneva che ‘un grande romanzo’ è un quadro. Decisamente L’Enigma della camera 622 è un magnifico quadro. E’ un libro che racchiude un mondo, che racchiude IL mondo inteso nei sentimenti primari cupidigia, seduzione, amore, vendetta, il Caso (Dio, il destino…) le circostanze, la realtà e quello che si vuole vedere della realtà. E’ un meccanismo perfetto di porte scorrevoli che determinano una direzione piuttosto che un’altra rispetto agli eventi narrati e al contempo una fine analisi psicologica dei personaggi, un vero e proprio microcosmo dove ognuno riveste un ruolo chiave. Come riesci a gestire tanti piani diversi, sia temporali, che umani, che squisitamente delle vicende e delle dinamiche e renderli fluidi e perfettamente coerenti nell’equilibrio della storia? Ne L’Enigma della camera 622 si può dire che tu abbia in qualche modo riattualizzato il delitto della stanza chiusa uno dei topoi più amati di sempre. Sei partito da una storia vera o hai immaginato tutto? In entrambi i casi come ti sei mosso in fase di ricerca per arrivare a costruire il quadro d’ambiente e l’economia degli spazi, fondamentale per l’architettura del crimine che metti in scena?

Io lavoro senza un piano prestabilito. Sono costantemente alla ricerca di novità, piacere, libertà. E novità, piacere, libertà secondo me possono sussistere solo se non si ha uno schema. Se si parte da una scaletta ferrea, se si fanno ricerche stringenti, o se ci si basa su storie vere, gli elementi cardine sono già posti, concreti, fissati. Di conseguenza ci si priva di un tasso di libertà che ritengo importante, basilare, e questo impedisce di immaginare uno sviluppo diverso della storia, di guardare più lontano. E’ per questo che lavoro senza una scaletta e mi lascio guidare da ciò che ho voglia di raccontare, da ciò che sento di raccontare, da ciò che in quel momento mi è di stimolo. In generale, quando mi viene detto che leggere un mio libro è stato un piacere, mi convinco di aver fatto un buon lavoro, perché sono riuscito a trasmettere il piacere che è stato per me scriverlo. Ecco, avere il piacere, il gusto nello scrivere un libro, è per me fondamentale.

 


La serie televisiva tratta da La verità sul caso Harry Quebert è stata un  grande successo. Ci sono le condizioni affinchè anche L’Enigma della camera 622 venga tradotto in serie televisiva?

Non so ancora nulla di certo. Ci sono in effetti molte proposte per realizzare una serie televisiva basata su L’enigma della camera 622. Che ci sia così tanto interesse è fantastico, ma poi occorre che il progetto sia buono, che convinca appieno regista e produzione, che lo amino prima di tutto, perché, come accade per un libro, il successo di una serie si vede dopo, una volta che è trasmessa. Pertanto, durante la lavorazione, così come è accaduto per Harry Quebert, trovo fondamentale che il clima sia gradevole e ci sia entusiasmo, che si lavori con la consapevolezza di stare costruendo qualcosa di buono…

 

L’Enigma della camera 622 sta ottenendo un consenso ed un successo esponenziale, ne sono chiaramente felicissima stimandoti ed apprezzandoti moltissimo e ti faccio le mie più grandi congratulazioni.

Verso la fine del romanzo un dialogo recita così “Grazie a lei, ho l’impressione di avere conosciuto un po’ Bernard.” “Se anche i miei lettori avranno la stessa sensazione, allora questo libro meritava davvero di essere scritto.”

Ecco, da lettrice tengo a dirti che sul mio comodino adesso c’è il libro Simenon, di Bernard de Fallois. 

Di ciò e per ciò ti ringrazio di cuore, così come la tua scrittura e le tue storie e altrettanto  per il tempo dedicatomi per questa intervista.

 

Ti sono grato per questa osservazione, ne sono molto toccato così come sono toccato dalla tua visione della lettura e della letteratura. Per me la lettura è un sentimento, e sono molto felice che questo sentimento sia condiviso.

E’ una sensazione bellissima e ti ringrazio davvero molto, Sabrina.

Joël Dicker


A cura di Sabrina De Bastiani


 

 

Acquista su Amazon.it: