Intervista a LIDIA FOGAROLO






A tu per tu con l’autore

 

 

A tu per tu oggi a confronto con Lidia Fogarolo, laureata in psicologia e specializzata in grafologia, autrice del saggio “Storie di serial killer. Nella mente degli assassini seriali attraverso l’analisi della scrittura”. Un’intervista davvero molto interessante, che offre spunti di riflessione su una disciplina per molti aspetti poco nota, la grafologia. Da non perdere!

 

 

1) Dato che considero personalmente la professione dello psicologo “una missione”, che cosa l’ha spinta a laurearsi in psicologia e poi a specializzarsi in grafologia?
Per me è stata soprattutto un’esperienza collegata alla fascinazione, più che a una missione: tutto ciò che riguardava la psicologia mi intrigava e mi spingeva ad andare sempre più a fondo. Nel tempo ho imparato che esiste, all’interno di ogni fascinazione di questo tipo, il bisogno di dimostrare che il punto di vista adottato è in grado di spiegare l’intera realtà. Per alcuni è l’economia, per altri l’ancoramento alla fisica o alla medicina, per altri ancora – come me – l’origine dell’Universo è di natura psicologica perché ne vedo il riflesso ovunque.
Ricordo un dibattito interessante seguito quando frequentavo l’Università di Psicologia: John Dollard, uno psicologo statunitense, in un saggio molto famoso negli anni settanta, Frustrazione e aggressività, sostenne che il presupposto dinamico alla base della rivoluzione proletaria prevista da Marx era non economico, ma psicologico. Si basa, infatti, sul rapporto tra frustrazione e aggressività, per cui una diminuzione di frustrazione nella classe operaia avrebbe inevitabilmente diminuito l’aggressività, e quindi anche il potenziale dinamico necessario per scatenare la rivoluzione, cosa che è effettivamente successa con il miglioramento delle condizioni di vita.
Questa interpretazione psicologica dell’aggressività che si manifesta nelle relazioni fra gruppi sociali diversi, o tra classi, è stata un’autentica pugnalata al cuore per l’autore del Manifesto del Partito Comunista, il quale era, invece, fermamente convinto (dimostrandolo in modo assai convincente) che l’unica vera realtà fosse quella economica e tutto il resto solo sovrastrutture.
Ricordo benissimo la sorpresa che ha destato in me questo rovesciamento di posizioni tra causa ed effetto: non era un semplice escamotage verbale-ideologico, ma si trattava di una divergenza di opinioni ben argomentata da entrambe le parti.
Il problema qui non è stabilire chi avesse veramente ragione, ma capire come l’interesse per una data disciplina può assorbire la mente al punto da porre quella particolare interpretazione cognitiva in una posizione centrale nel processo di costruzione della realtà.
Ecco, la mia passione per la psicologia è più di questo tipo: un viaggio nei misteri della psiche umana. E la grafologia si è inserita in questo percorso conoscitivo in quanto mi ha fornito degli strumenti davvero raffinati per cogliere quella struttura psico-dinamica che chiamiamo “personalità”.

 

 

2) Dopo aver scritto Tratti di personalità nella scrittura che cosa l’ha portata a scrivere due saggi Grafologia e sessualità e Storie di serial killer nei quali vengono analizzati due fenomeni affascinanti con il metodo della grafologia?
I primi due libri che ho scritto, Tratti di personalità nella scrittura e Il segno grafologico come sintesi psicologica, hanno lo scopo di privilegiare un’esposizione sistematica del metodo grafologico morettiano. Ciò che sembra ancora fare parte del mondo paranormale è invece una disciplina molto argomentata e trasmissibile, sia pure di non facile applicazione considerata la quantità di tratti di personalità presi in considerazione che interagiscono tra di loro in modo da rendere comprensibile l’unicità dell’individuo.
Fatto questo, mi sono sentita libera di espandermi in tutte le direzioni che mi intrigavano, cosa che sto ancora facendo. Certamente la sessualità è una di queste, giacché ha il potere “di ridurre in cenere la messe della ragione”. In questo percorso sono stata molto favorita dalle interessanti, sia pure non sistematiche, riflessioni di Moretti. Ecco che si può capire, in modo assai chiaro, l’origine della passione, sia quando essa si presenta in modo unitario, diventando un’esperienza che coinvolge il fisico e i sentimenti, come succedeva – ad esempio – a Napoleone, sia quando essa è un’esperienza dissociata, vale a dire l’individuo sente l’attrazione fisica nei confronti di persone che un’altra parte di sé disprezza.
Porto un esempio recente di che cosa può vedere la grafologia. Poco tempo fa ho visto la scrittura di Dino Buzzati, un autore che non ricordavo di avere mai letto. La durezza di sentimento che esprimeva mi faceva pensare a una sessualità sganciata dai sentimenti. Per verificare questa ipotesi di partenza, ho scelto il libro Un amore, appunto perché si prestava a una verifica netta: secondo me, la storia narrata era di un uomo che aveva perso la testa per una prostituta, come in effetti è, cosa che succede di solito in presenza di una forte dissociazione tra la consapevolezza corporea e il mondo dei sentimenti.

 

 

3)  Storie di serial killer è un libro originale e molto interessante per chi, come me, si interessa alle storie di serial killer, ma è anche molto forte, c’è una storia in particolare che l’ha colpita più di altre?
Sono storie, come lei dice, molto forti, per cui mi concedo di partecipare emotivamente a sprazzi: un tema, o un personaggio, alla volta, lasciandomi poi il tempo di riprendermi giocando con la mia nipotina, facendo giardinaggio o parlando con il gatto.
La prima impressione è globale ed è riferita al livello di miseria materiale e psichica in cui sono cresciuti questi oscuri protagonisti del libro: si fatica perfino a concepire il livello di grettezza e di violenza che caratterizza alcuni climi famigliari.
E poi ci sono le singole storie, e devo dire che per un motivo o per un altro, mi hanno colpito tutte, al punto da scegliere di inserirle nel libro. Una delle scritture più strane è quella del terrorista Eric Robert Rudolf, occidentale, bianco, cristiano, che sfata il mito che i terroristi siano solo orientali e islamici. È strana perché uno si aspetta un retroterra psichico di rancore, di emotività repressa, di aggressività latente. Nulla di tutto questo emerge nella scrittura, che è quella di una personalità persa totalmente nel vuoto; ed era solo tramite questi gesti – mettere bombe – che la personalità segnalava la sua presenza nel mondo, evitando però nel contempo qualsiasi contatto relazionale diretto con i suoi simili.
Recentemente ho avuto modo di lasciarmi coinvolgere emotivamente dalla storia di Ed Kemper, affrontato con grande distacco nel mio libro a p. 168, perché mi è stato riproposto con notevole professionalità nella serie televisiva MindHunter. E a questo punto ho accettato di immergermi nel vissuto psichico di quest’uomo, cresciuto in un clima materno fatto di costante disprezzo e di continue punizioni, che – dopo aver ucciso i nonni e sei giovani donne – alla fine ha chiuso il conto con la madre decapitandola, buttando via le sue corde vocali e concludendo il macabro rituale con sesso orale sulla testa mozzata. A questo livello di crudezza materiale, ogni spiegazione simbolica diventa superflua.

 

 

 4) A volte ho l’impressione che la grafologia venga ridicolizzata, che non le venga dato il giusto merito, è del mio stesso parere? Se sì, cosa pensa si possa fare per renderle giustizia?
Ogni disciplina viene valutata per il contributo che offre; ed è un fatto che oggi la grafologia non è ancora riuscita a dare quell’immagine professionale unitaria che riscuoterebbe il giusto riconoscimento delle sue potenzialità. Ci vuole pazienza: è una disciplina affascinante, ma non di facile apprendimento. Secondo me è necessario che se ne approprino gli psicologi, i quali sono preparati sul piano professionale sia a capire che cosa si intende esattamente per “studio della personalità”, che è l’oggetto della grafologia, sia a quali criteri di affidabilità deve rispondere un reattivo psicodiagnostico.
Poi c’è da dire anche questo: se la grafologia fosse universalmente conosciuta, vivremmo in un mondo di costante invasione della privacy poiché – osservando la scrittura – si può capire davvero troppo di un altro.

 

 

5) Negli ultimi anni, complici serie tv, programmi televisivi, è nato un interesse a mio parere quasi morboso per i vari fatti di cronaca e per la criminologia, qual è il suo parere in merito?
Sì, l’interesse appare davvero morboso, però è una costante storica: i fatti di cronaca nera, i gialli, le storie di orrore, hanno sempre fatto parte del bagaglio psichico dell’umanità. Anche le fiabe del passato indugiavano parecchio su questo aspetto oscuro, inquietante, che caratterizza la natura umana. Quindi non è un fenomeno recente. Pensiamo solo al famoso teatro parigino Grand Guignol, che, dalla sua apertura nel 1897 fino alla chiusura avvenuta nel 1963, si specializzò in spettacoli macabri e violenti: registrava ogni sera il tutto esaurito e rese celebre questo genere horror in tutto il mondo. I contenuti sono sempre gli stessi: vittime innocenti di esseri malvagi, violenza e perversione sessuale, riti satanici, occultismo, ecc. Il teatro chiuse solo perché sorpassato – come possibilità di effetti speciali – dall’affermarsi del cinema dell’orrore.

 
6) Conosce il genere del thriller nordico? Apprezza qualche autore in particolare?
Ho tentato di leggere Uomini che odiano le donne, ma non sono riuscita ad andare oltre le prime cento pagine, e non so nemmeno perché: non mi prende la storia, non la capisco, non ricordo i nomi dei protagonisti … una serie di difficoltà che mi bloccano, nonostante abbia in casa la serie completa, acquistata da mio marito che, invece, ha molto apprezzato il genere. E qui bisogna notare che il titolo si presta molto a capire la storia di Ed Kemper e di molti altri serial killer. Per evitare, però, di cadere in indebite generalizzazioni è utile sapere che poco più della metà delle vittime dei serial killer sono donne; mentre poco meno della metà sono uomini. Quindi ci sono anche molti uomini che odiano gli uomini.

Lidia Fogarolo

A cura di Ilaria Bagnati

Di Lidia Fogarolo su Thrillernord:

IL LIBRO – Chi è il tipico serial killer? Secondo la definizione della serie televisiva Dexter si tratta di un maschio, bianco, single, sulla trentina, emotivamente dissociato. Ma è ancora così? Per rispondere a questa domanda Lidia Fogarolo ha preso in considerazione un campione di quarantacinque scritture di serial killer, responsabili di un ampio ventaglio di aberrazioni che vanno dallo stupro seriale al cannibalismo. Un viaggio nell’inferno della psiche umana, che consente di toccare con mano l’eterogeneità di questi soggetti: anche solo sfogliando il testo, si evince con immediatezza l’incredibile diversità delle scritture, e quindi delle personalità coinvolte in questo tipo di reati, che riflette le problematiche esistenziali più disparate…